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Il suicidio di Aaron Swartz e le sciocchezze mediatiche

– Spirito anarchico, sognatore, innovatore. Gli aggettivi si sprecano negli articoli scritti “in morte di”. Succede sempre e, puntualmente, è successo anche per il suicidio di Aaron Swartz: 26 anni, programmatore, co-autore dei feed RSS, co-fondatore di Reddit, attivista del collettivo Demand Progress. Trovato morto a casa sua, a New York.

Una storia triste. Tristissima. Ecco (tragicamente) tutto. Una storia, però, sulla quale i giornalisti hanno costruito un romanzo d’eroe contemporaneo, da “divo del rock”, scrive La Repubblica, uno smanettone, continua, depresso e con la testa nel cloud. L’anti-Zuckerberg meno arrogante di Mark. Nel pantheon dei commentatori, e dei cronisti connessi, i programmatori e gli imprenditori – come Steve Jobs, per esempio – hanno preso il posto dei cantanti grunge.

Certo, è vero. Come ha scritto l’amico, e avvocato, Lawrence Lessig, Aaron Swartz si sentiva perseguitato da una giustizia rigida, ottusa, votata alla più pedissequa burocrazia. Si protraeva da circa un anno e mezzo, infatti, il processo a suo carico, iniziato con l’accusa di aver ottenuto informazioni da un computer protetto del MIT. Anche la famiglia ha confermato la stessa versione. È venuto fuori un racconto di triste depressione. Lo stesso impietoso stato d’animo che Swartz aveva descritto, come ricorda Fabio Chiusi, nel 2007, sul blog, in un post. “Un attimo prima di morire”, si intitolava.

C’è un momento, però, nel racconto giornalistico, in cui un’epica lacrimosa, e volgare, prende il posto della rispettosa cronaca. Un momento in cui alla parola programmatore si sostituisce quella di hacker, perché più romantica. C’è un attimo nel quale la storia personale di un ragazzo, geniale, certo, ma con tutte le sue legittime e intime difficoltà, diventa emblematica di un modo di essere attuale. Nel passaggio dalla vicenda umana alla storia esemplare si perde ogni umana empatia, ogni grazia, ogni piccola prossimità. Aaron Swartz è diventato, così, per i giornalisti, un mito – in senso letterale – di cui scrivere, non più un figlio tragicamente perso.

Eppure oltre le parole di Lessig, che lo conosceva, che sono perle di vera emozione e di altrettanto schietta denuncia e sentita difesa, il resto è un brutto rumore. È tristezza che si aggiunge alla tristezza. Non c’è nessun anti-Zuckerberg da stigmatizzare, nessun divo rock di cui costruire l’ennesimo, triviale, altare. C’è solo da capire e da salutare una vita brillante finita troppo presto.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

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