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“Vita di Pi” di Ang Lee: un apologo sulla nonviolenza

– Come è noto, l’apologo è una storia che ha l’intento di illustrare una verità, di solito di genere filosofico-morale. Poiché l’intento didascalico prevale sul puro piacere del racconto, si tratta di storie brevi e scarne.

Ora: si può costruire un film magniloquente come un kolossal intorno a un asciutto apologo?
E’ probabilmente una contraddizione irrisolvibile. E non è riuscito a conciliare i due opposti nemmeno un regista bravissimo, un vero fuoriclasse, come Ang Lee, nel film, ricavato da un romanzo di Yann Martell, che si intitola: “Vita di Pi”.

Comunque, l’apologo che Ang Lee ha avuto tra le mani è bello e lui lo ha messo in scena molto bene.
Si tratta di un ragazzo indiano che in seguito al naufragio di una nave, si ritrova sulla scialuppa di salvataggio, in compagnia soltanto di uno scimpanzé, di una jena, di una zebra e di una tigre del Bengala. Una tigre feroce, la cui ferocia, con il passare del tempo, è comprensibilmente esasperata dalla fame. Gli altri tre animali soccomberanno presto alla sua forza.

Quanto al ragazzo, è di spiccata sensibilità religiosa; ma, a differenza del sant’uomo di una leggenda indiana disposto a offrire il proprio corpo per sfamare una tigre (una leggenda che era tanto piaciuta a Pasolini, che accarezzò l’idea di ricavarne un film), vuole salvare la pelle.
Con l’astuzia, riesce a tenersi alla larga dalla tigre. E un giorno gli capita anche l’occasione di ucciderla. Ma proprio mentre sta per trafiggerla, la guarda negli occhi, ne ha pietà e la risparmia.

Può sembrare una scelta azzardata. E invece, pian piano, riuscirà ad ammaestrarla.
E quando, dopo qualche tempo, sarà condotto in salvo, comprenderà che la tigre lo ha fatto sopravvivere: occupandosi di lei, non è precipitato nello sconforto e nell’inerzia.

E’ un apologo che può prestarsi a più interpretazioni. Certo, vuole educare alla pietà per tutte le creature viventi, compresa una tigre famelica. Vuole insegnare a dialogare con gli avversari, anche quelli che possono sembrarci i più malvagi, anziché cedere alla tentazione sbrigativa di eliminarli. Più in generale, vuole persuaderci a convivere con i mali che il destino ha predisposto per noi, perché da essi può sorgere un bene inaspettato, non fosse altro che il bene interiore della pazienza, della forza d’animo e magari di una comprensione maggiore degli altri e di noi stessi.

Ma è un apologo ricco, che ammette anche letture meno laiche.
Comunque, finché le immagini del film di Ang Lee si attengono a questi fatti, così spogli, così poco spettacolari, sono allo stesso tempo rigorose e delicate. La situazione potrebbe sembrarci astratta, come quelle evocate da certe prove enigmistiche.

E’ forse possibile che in una scialuppa possano fisicamente coesistere un ragazzo e tre animali di grande taglia? E’ possibile che il ragazzo riesca a mantenere uno spazio separato, sia pure precariamente, da quello della tigre? E soprattutto, che in una situazione tanto estrema, di vita o di morte, possa avere pietà per essa?
Ebbene, a questo caso quasi surreale, il film di Ang Lee riesce a dare una credibilità fisica e psicologica. Viene da pensare che è forse proprio in una solitudine sconfinata che un uomo può più verosimilmente sviluppare un senso di fraternità anche per una belva.

Va aggiunto però che la retorica del kolossal avvolge e spesso sopravanza l’apologo.
Perché raccontarci la storia dello “zio” del ragazzo che amava frequentare certe lussuose piscine francesi? O l’approdo della scialuppa in un’isola favolosa, popolata di piante carnivore?
In questi due casi, ma altri se ne potrebbero citare, il film è raffinatamente decorativo, ma solo decorativo, perché sono episodi che non c’entrano nulla con l’apologo o ne sono amplificazioni ridondanti.

Il finale del film rovescia la morale che avevamo desunto e suggerisce che la ferocia degli uomini è talvolta così smisurata che non c’è dialogo o nonviolenza che la possa fronteggiare. Sono due opposte morali, entrambe offerte alla riflessione dello spettatore, perché possa decidere lui quale preferisce.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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