L’assurda storia del signor X, specchio di un Paese alla deriva, ma immobile

– Il signor X è una persona che conosco molto bene, a me vicina.
Il signor X è assunto in una media azienda privata. Il 3 ottobre del 2012, a Roma, si mette in scooter per andare al lavoro. E’ una persona un po’ ansiosa, prende qualche goccia di ansiolitico sotto controllo medico da qualche tempo. Ad un bel momento da una strada laterale spunta a tutta velocità un’automobile. Il signor X viene investito, casca, sviene, poi arriva l’ambulanza e lo portano in ospedale.

A norma di codice il signor X ha ragione, ha rispettato i limiti, ha rispettato la segnaletica, lo hanno messo sotto, punto. In ospedale gli vien riscontrata una frattura del polso. Senza chiedergli alcuna autorizzazione e quindi fottendosene della norma sulla privacy i risultati delle sue analisi del sangue vengono spedite alla polizia municipale (a Roma si chiama “Polizia Roma Capitale”, per trovata di Alemanno l’unica polizia al mondo con un nome sgrammaticato). Al signor X viene imposto un mese di malattia, e visto che è regolarmente assunto e che si stava recando al lavoro il suo viene rubricato come “incidente sul lavoro”. Copre, economicamente, l’INAIL.

Al signor X viene inserito un cavetto nel polso, e dopo un mese gli vien levato. Ma nel mentre gli viene ritirata la patente, sospesa, probabilmente per un anno, perché è vietato guidare se si assumono sostanze quali: antidolorifici, ansiolitici, antidepressivi, pure il paracetamolo è vietato, quello per la febbre., anche se sotto controllo medico. L’ufficialessa di Polizia Roma Capitale glielo dice quasi scusandosi: “lo so è assurdo, se dovessimo ritirare la patente a chiunque fa uso di queste sostanze le dovremmo ritirare a mezzo paese, e noi vigili compresi.”

Il signor X al lavoro si occupa di computer, non fa un lavoro di fatica, ma alla fine del mese di malattia gli viene detto di prendersene un altro, perché il polso è ancora dolorante, un po’. Se fosse stato a partita IVA sarebbe rientrato al lavoro praticamente subito, col gesso tutore o chi per esso. Pure col polso in mano. Chi non è assunto ha da morì, chi è assunto è nella terra delle tutele.
Alla fine del secondo mese di malattia al signor X viene dato, sempre su input dell’ortopedico ospedaliero, un altro mese di malattia, e siamo a tre, perché il polso non ha ancora riacquistato la totale flessione al 100 per %.

A questo punto l’INAIL si insospettisce. Vuoi vedere che il signor X sta bluffando in accordo con un medico compiacente? Visita ufficiale presso INAIL: effettivamente il polso ha qualche problemino di articolazione. E a questo punto, tra una cosa e l’altra, gli vengono dati altri tre mesi di malattia. Siamo a sei mesi di malattia retribuita per un polso rotto, così e così.

Il signor X si deprime. Sei mesi in casa, è single, son troppi. Finalmente può tornare al lavoro ma la preoccupazione per il rientro, per il lavoro accumulato tira male: malinconia, melanconia, e cosiddetto esaurimento nervoso. Una notte, diciamo così, collassa e viene ricoverato in ospedale. Passa qualche giorno e si presenta al lavoro. Ma non viene riaccettato. Deve prima fare una visita di controllo da un medico consulente del lavoro. La fa. Brutte notizie: visto il suo accidente di qualche giorno prima, il collasso, l’azienda non può reintegrarlo. Deve prima passare al vaglio di una commissione medica dell’ASL che deve inferire e garantire sulle sua idoneità psichica al lavoro.

La commissione si riunisce, sembra una barzelletta, sono in tre: un oculista, un internista ed una giovane bonazza. La commissione decide che non è in grado di decidere da sé. Il signor X non può rientrare al lavoro se prima non si sottopone a due ordini e di esami psichiatrici. Il signor X prenota gli esami e scopre che per farli tutti e due per aspettare il nuovo pronunciamento della commissione dell’ ASL, e per rientrare al lavoro, ci vorranno almeno sei mesi (per due esami). Viene fatto mettere in malattia. Gli stipendi gli verranno retribuiti in quanto malattia, pagata dall’INPS. Ma non è malato, è la commissione che prende tempo – e nel mentre ora dalle casse assicurative dell’ INAIL si è passati a quelle dell’INPS.

Il signor X fa di tutto per opporsi, vuole tornare al lavoro! Ma non c’ è verso. Fa gli esami psichiatrici. Nel primo gli viene comminato un test. Il risultato è che è una persona apprensiva e con, talvolta, insicurezza nelle relazioni di gruppo, come circa tre settimi dell’umanità. Il secondo esame consiste in una visita psichiatrica. Il responso è più che positivo, gli viene detto: “signor X, a lei stanno solo facendo perdere tempo, lei doveva tornare al lavoro già mesi fa, è perfettamente abile, e per dimostrarglielo le darò fotocopia del mio responso, così potrà cautelarsi”.

Ma da cosa dovrà cautelarsi il signor X? Ma perché se tutto è in ordine dovrà cautelarsi? Che cosa avrà voluto dirgli la psichiatra? Umh.
Il signor X attende con pazienza. La commissione dei tre dovrà tornare a riunirsi. Deve decidere se il signor X è abile o non abile al lavoro. La commissione si riunisce. Il signor X è pronto, finalmente potrà tornare al lavoro. Sei mesi pagati dall’INAIL, sei dall’ INPS, tutti abbiamo contribuito al suo anno di salario… ma da ora, finalmente, tornerà a saldare il privato.

Ma invece no! La commissione dell’oculista, dell’internista e della bonazza emette il verdetto: “il signor X non può tornare al lavoro, andrà rivisto… tra sei mesi!” .
La commissione non ha deciso perché di questi tempi non conviene assumersi responsabilità. Se lo avesse dichiarato inabile (e perché, poi!?) sarebbe dovuta scattare una pensione a vita. Ma il signor X non è inabile, e quindi? mandatelo a lavorare! Finalmente!

E se, mettiamo caso, poi il signor X dovesse un bel giorno impiccarsi al lavoro?
La commissione può prendersi una tale responsabilità? I fondo gli è stata riscontrata un po’ di insicurezza immanente… e poi potrebbero partire denunce per chi ce lo ha rimandato, al lavoro, certo. Di questi tempi le commissioni decisionali devono prima di tutto pararsi il culo. Decidere di non decidere, rischiare di non rischiare.

Nel mentre il signor X si ritroverà in aspettativa, a stipendio zero, per sei mesi. Totale un anno e mezzo senza lavorare. Dodici mesi pagati dai contribuenti, e sei senza stipendio. Adesso non ha stipendio. E poi cosa accadrà?
Ma nel mentre il signor X, così, lo si sta facendo ammalare, sul serio.
Forse morirà davvero.
Forse s’impicca.

Così saranno tutti contenti: l’azienda avrà da pagare uno stipendio in meno, noi ci saremo liberati dell’ennesimo esempio di iper iperboliche garanzie da lavoro dipendente, la commissione dei tre senza palle, rappresentanti dello Stato, potrà felicemente non decidere.
Anche questo è il paese reale.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

3 Responses to “L’assurda storia del signor X, specchio di un Paese alla deriva, ma immobile”

  1. Carlo Jerezid scrive:

    completamente d’accordo con lei,caro Linguiti.Se Kafka resuscitasse ambienterebbe le sue opere in Italia. ;)

  2. Livio Schnur scrive:

    Ah beh ….2 paginate per descrivere, ahimè, la più normale delle normalità:-( Pensi un po’ che il giovane figlio di un amico, amputato di una gamba intera a causa di un incidente stradale, ha dovuto aspettare 2 o 3 mesi prima che un’apposita commissione di 5 specialisti si riunisse per visitarlo, al fine di stabilire se considerarlo amputato e invalido civile o no!!! Non so se, dopo il consulto, sia stata necessaria un’ulteriore attesa per permettere agli esperti di studiare e discutere il caso, prima dell’emissione del “verdetto”. Inutile dire che il Comune si è rifiutato di dotarlo degli appositi pass disabili sino a che la commissione non avesse verificato l’assenza della gamba!!!!!

  3. libertyfighter scrive:

    Chissà perché dubito sia una storia di fantasia…

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