Buchanan: a cosa dovrebbero servire le costituzioni

– Il 9 Gennaio è morto uno dei più grandi economisti del XX secolo, James Buchanan, fondatore della scuola della public choice e Premio Nobel per l’Economia nel 1986. Buchanan ha rivoluzionato il pensiero politico estendendo l’analisi economica allo studio delle scelte politiche.

Ispirato inizialmente da Wicksell, e successivamente ricercatore in visita in Italia per studiare la “Scuola Italiana di Scienza delle Finanze”, una delle poche scuole di pensiero economico autoctono sufficientemente valide da essere esportate, Buchanan è soprattutto famoso per “Il calcolo del consenso”, libro scritto assieme a Gordon Tullock. La sua idea più importante è la “Constitutional Political Economy”, lo studio di come le regole del gioco politico ne influenzano i risultati.

L’ispirazione fondamentale, che Buchanan prese da Wicksell, è che “gli economisti dovrebbero piantarla di offrire consigli di policy come se si rivolgessero ad un despota benevolo, e dovrebbero invece analizzare la struttura in cui le decisioni politiche vengono prese”. Non è scientificamente accettabile che la politica sia considerata un elemento esogeno mosso da motivazioni ‘altruistiche’ che induce ordine nella società dall’alto di una conoscenza ‘perfetta’: la teologia andrebbe lasciata alle religioni.

Ancora oggi questo messaggio è ignorato: la visione tipica della democrazia è quella di una lavagna bianca dove i cittadini scrivono i loro desideri che un Leviatano-Babbo Natale cerca di realizzare a beneficio di una entità mitologica chiamata “volontà popolare”; centinaia di paper ogni anno sono pubblicati da economisti secondo cui basta individuare una supposta ‘esternalità’ del mercato per giustificare l’intervento pubblico come panacea; e ancora oggi questo viene insegnato a migliaia di studenti.

Una delle idee fondamentali della public choice è quella di ”ignoranza razionale”: le persone investono nella ricerca di informazioni quando i benefici sono superiori ai costi. Leggere, informarsi, riflettere è un costo che ognuno sopporta individualmente. Il beneficio dell’informazione è invece pubblico: un elettorato meno ignorante è un elettorato migliore, ma un singolo elettore che smettesse di informarsi non cambierebbe il risultato elettorale, quindi nessuno ha – per un “paradosso del prigioniero” – incentivi a capire i problemi politici. Pochi hanno incentivi ad informarsi: i piccoli gruppi organizzati che chiedono privilegi, che infatti riescono sistematicamente a sfruttare questo vantaggio a danno dell’interesse pubblico.

Qui entra in gioco l’economia politica costituzionale: la Costituzione deve modificare la struttura delle scelte pubbliche per correggere i fallimenti della politica. Una Costituzione che limitasse il deficit e il debito, ad esempio, impedirebbe – se credibile – ai gruppi politici di comprare il consenso con decisioni di bilancio non sostenibili. Senza un tale principio, le dinamiche politiche porterebbero alla stagnazione e all’instabilità finanziaria. Soltanto dei limiti alla politica possono risolvere i problemi intrinseci alle scelte pubbliche, e sarebbe teoricamente ottimale per tutti accordarsi per un ‘contratto sociale’ tale da eliminare gli incentivi, così tipici della politica, a produrre sprechi ed inefficienze.

Si tratta di un’idea teorica di dubbia fondatezza pratica: la Costituzione, come ogni altra cosa, è frutto della politica, e quindi dei rapporti di potere. Ma l’economia politica costituzionale consente di capire perché la politica fallisce con sistematicità nel produrre risultati efficienti, e perché deve essere vincolata per impedirle di produrre enormi danni. In un momento di crisi finanziaria, economica e fiscale, e di corruzione e incompetenza, questa lezione è sempre più fondamentale.

La politica è ancora oggi il più grande problema sociale che bisogna affrontare per mantenere la libertà, la supremazia del diritto, la stabilità economica, la crescita, e tutte le altre merci di scambio politico vittime della concorrenza tra lobby.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

16 Responses to “Buchanan: a cosa dovrebbero servire le costituzioni”

  1. Parla come Mangi scrive:

    Guarda che lo stato, non so dalle tue parti non è un’azienda ed i cittadini non sono i suoi dipendenti che hanno stipulato un contratto di lavoro.

  2. Pietro M. scrive:

    Ha qualcosa di argomentato da aggiungere all’articolo o passava qui per caso? La sua è un’argomentazione geniale. Su quale Bacio Perugina l’ha trovata?

  3. Fabrizio B. scrive:

    Insomma… quando scrivi:
    “Soltanto dei limiti alla politica possono risolvere i problemi intrinseci alle scelte pubbliche, e sarebbe teoricamente ottimale per tutti accordarsi per un ‘contratto sociale’ tale da eliminare gli incentivi, così tipici della politica, a produrre sprechi ed inefficienze.”

    Intendi dire che una costituzione dovrebbe definire dei diritti negativi e non positivi? alias che dovrebbe definire dei diritti a non subire qualcosa da qualcun altro ed in particolare dallo stato?

  4. Parla come Mangi scrive:

    Ma veramente è da diverso tempo, non essendo settario, che cerco qualsiasi tipo di informazione senza minimamente considerare l’aspetto costo beneficio che a differenza di te intravedi nella massa.
    La sintesi è quella che ho precedentemente esposto, in quanto ho trovato molte analogie tra il tuo ipotetico stato ed una banalissima azienda privata generatrice di profitto.
    Geniale? Forse, anche perchè la genialità è proprio questo, rendere semplice è comprensibile quello a cui i grandi si sono piegati.
    Non avere sempre questo approccio così nevrotico verso il prossimo, in fondo l’amore è decisamente più bello è piacevole della perfezione.
    Con tanti cari dolci baci.

  5. creonte scrive:

    ma in fodno è già così: se crediamo alla fondatezza dei principi costituzionali, tali norme prevalgono negli intenti dell’azione politica. e le stesse organizzazioni internazionali ahnno sempre più potere di controllo nei confronti del potere politico classico

    il mio appunto è nel considerare la costituzione come un prodotto “poltiico”… non è sempre così e ingenerale deve cercare di non esserlo: al costituzione è un prodotto giuridico e di filosofia morale

  6. Pietro M. scrive:

    sicuramente i diritti positivi tendono a produrre costi esterni (il mio diritto positivo implica che qualcuno deve essere costretto a lavorare per me), quindi in un certo senso l’indebolimento dei diritti positivi e il rafforzamento di quelli negativi tenderebbe a ridurre i problemi della politica, perché ci sarebbero meno scelte politiche da prendere.

    i diritti positivi tendono a generare vari tipi di costi:

    1. il costo dle parassitismo: è naturale approfittarsene
    2. il costo dell’inefficienza della fornitura pubblica di beni e servizi
    3. il costo di un sistema fiscale sempre più costoso per finanziare i diritti positivi
    4. il costo della riduzione della libertà
    5. il costo della lotta politica per estendere i diritti positivi a spese altrui a proprio vantaggio
    6. il costo del formarsi di lobby per ottenere privilegi spacciandoli per diritti positivi…

  7. lodovico scrive:

    La questione da lei sollevata è assai importante e spesso sottovalutata dalla socialdemocrazia che dello Stato ha una visione “politicamente corretta”. I nostri “padri costituenti” ( possibile che non si possa fare a meno di “padrini politici”) terminata la Costituzione si accorsero che per farla perfetta, mancava in questa solo l’inserzione dell’orario ferroviario ,tanto era programmatica e minuziosa.Certamente, sotto questo punto di vista, Benigni sosterrà che è una Costituzione liberale che non ci impone orari di partenza(si può andar via quando si vuole) e Monti al contrario per garantire il diritto alla mobilità a prezzi sostenibili vorrebbe cancellare le tratte notturne e spegnere le luci delle stazioni( per avere finalmente uno Stato sobrio ma senza esser etico che quando esce spegne le luci).
    Ma la tutela di tanti diritti positivi e “potenziali” come il lavoro o quello della vita ( purtroppo, a volte, si muore anche per salute) è comunque cosa buona e giusta anche se foriera di conflitti : salute- lavoro; salute-eutanasia; aborto – libertà d’aborto; lavoro – giusta retribuzione; locazioni libere – canoni concordati ; servizio pubblico-beni pubblici ; e mille altre situazioni che debbono in una costruzione omnicomprensiva del nostro “ stato di diritto” trovare soluzioni nella legge che deve esser conforme a un dettato costituzionale interpretato da una corte costituzionale nominata dai politici e sempre più invadente . E i politici sono uomini che spesso sbagliano e poi questi errori saranno in parte aggiustati da altri politici che a loro volta sbaglieranno…….. Forse bisognerebbe ritornare a Popper e smettere di pensare un’Italia dove anche i bagni pubblici e le case di tolleranza ( servizio pubblico o bene pubblico) erano regolamentati per legge e di proprietà statale o comunale ( bei tempi quando non esistevano le provincie e le regioni):le responsabilità sono personali e si deve aver rispetto dei terzi.

  8. creonte scrive:

    ma Popper è antidemocratico! cioè… è il rpimo che difenderebbe le norme fondamentali contro le classi politiche del momento!

  9. lodovico scrive:

    Caro Creonte nella nostra Costituzione sono menzionate le Provincie:queste per te devono rimanere? e ti chiedo si possono ridurre? Si può chiedere un parere preventivo alla Corte Costituzionale? Domande difficili: la corte costituzionale non può dare pareri a meno che non sia stato sollevato il problema con una legge……..e per molti questa potrebbe esser incostituzionale, ciò premesso leggi con più attenzione Popper e ti posso assicurare che non difenderebbe questa norma fondamentale contro le classi politiche del momento ( e se cambiassero le classi politiche la difenderebbe?) Il problema è la norma… non la classe politica che ad essa si piega, trovandovi molti vantaggi.

  10. creonte scrive:

    la norma fondamentale decide pure come se stessa può essere modificata.

    il valore della norma fondamentale sta nel valore delle sue procedure per le modifiche e nella definizione delle modifiche lecite

  11. lodovico scrive:

    I valori cambiano, l’ultimo paese ad abolire la schiavitù in europa fù la repubblica serenissima di Venezia, dopo la prima unificazione d’italia……. non danneggiava i veneziani, il fatto riguardava pochi casi……la norma fondamentale ed il suo valore erano la legge che definiva le procedure per la modifica e la definizione delle modifiche lecite.
    Se a te va bene…..

  12. Andrea B. scrive:

    @ Fabrizio B.

    “Intendi dire che una costituzione dovrebbe definire dei diritti negativi e non positivi? alias che dovrebbe definire dei diritti a non subire qualcosa da qualcun altro ed in particolare dallo stato?”

    Personalmente la vedo propriò così… le prime “carte”, miravano proprio a quello, a limitare la discrezionalità del sovrano nei confronti dell’ individuo ( magna charta libertatum, principio dell’ habeas corpus etc ect) e non condivido il suo stupore, perchè le forme di governo attuali non sono dissimili nella sostanza, con le loro ingerenze nei confronti dei cittadini… anche se il fatto è difficile da mandare giù per i vari “statalistoni”, di sinistra come di destra.

    Alla fine bisogna solo vedere cosa si ritiene debba essere messo al centro della società… se il potere centrale o gli individui ed il resto viene di conseguenza.

  13. creonte scrive:

    @lodovico:

    ripeto: il valore non sono i valori ertici: il valore sono le PROCEDURE che definiscono i valori etici e di come si possono modificare

    il pensiero contemporaneo ha spostato l’attenzione a un apporccio più “struttual/formale”: i VERI valori sono le procedure e non i contenuti delle leggi :)

  14. lodovico scrive:

    Al centro della società ci sono molti gruppi diversi di persone con esigenze e pensieri diversi (il bambino deve vivere la sua infanzia, il giovane la sua pubertà, l’adulto il suo normale ciclo di vita): sempre.Ma certamente fra 20 anni sarai diverso nelle tue scelte individuali anche se non sai come. E, forse, nel 1993, le tue scelte erano sbagliate?
    Riesci ad immaginare un uomo con un cervello artificiale se questo cura certe malattie di demenza? Le tue scelte di fine vita saranno le stesse quando sarà possibile l’impianto di organi artificiali? La scienza ci spiega come sono le cose, la tecnica spesso è in grado di riprodurle ma comprendere i motivi per cui si evolve o lo scopo della vita è più complicato (la sopravvivenza della specie non ti sembra banale).
    Le costituzioni sono scritte da uomini che spesso sbagliano: la nostra, ai suoi tempi, ebbe come riferimento quella socialista russa, quella di Weimar e quella francese. Si poteva far meglio? Forse.
    Non si affida la cura di un gregge di pecore ad una pecora eppure i tuoi diritti positivi sono quelli previsti da una Costituzione scritta oltre 50 anni fa da uomini con i loro interessi ideali e politici.
    Vivere più a lungo è un diritto positivo: in salute è il massimo. Ma più a lungo in malattia o in certe condizioni è un diritto positivo o uno che deve cessare? E deve deciderlo un giudice?
    Per molti i diritti positivi sono il male minore, io penso si possa fare di meglio, salvando il concetto solidale.

  15. creonte scrive:

    lodovico:

    anche decidere di nondecidere è una decisione

    e inevitabilmente la collettività è *condannata* a fare delle scelte e valutare i giudizi… ficnheè sarmo in questo mondo è così

  16. lodovico scrive:

    @creonte

    se una costituzione e la corte costituzionale sono orientati solo su “diritti positivi” a decidere su molte questioni che riflettono la sfera o la responsabilità personale non è più il singolo ma la Costituzione o la Corte costituzionale.

    A Taranto si è sollevato conflitto di incostituzionalità su ben 11 (dico undici)articoli della Costituzione contro i provvedimenti legislativi del Governo. Cosa si può dire di un Governo che in un provvedimento lede per undici volte la costituzione- qualcosa non funziona o da parte dei P.M. o del governo.

Trackbacks/Pingbacks