di LUCIO SCUDIERO – Carceri. L’ignominia italiana continua. In due metri e mezzo di cella, l’unica cosa a cui un uomo può rieducarsi è al puzzo della propria disperazione, prima di tentare il suicidio.

E infatti a Busto Arsizio, l’istituto di pena da cui è partito il ricorso di Torreggiani e di altri detenuti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel 2012 due sucidi consumati, sedici tentati e 44 eventi di autolesionismo. In tre per nove quadrati di cella, tetto rotto e cibo scarso. Il risultato della moltiplicazione è la sentenza pilota con cui i giudici di Strasburgo l’altro ieri hanno condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, quello che proibisce la tortura e i trattamenti degradanti.

Le carceri italiane fanno schifo e vergogna non solo e non tanto per chi vi è costretto, ma soprattutto perché sono il risultato di un esercizio – riuscito – di rimozione collettiva della memoria del male dalla coscienza civica di sessantamilioni di italiani.

Negli istituti di pena italiani il rapporto tra detenuti e posti disponibili è del 140 per cento. A Busto Arsizio è anche peggio, perché ospita 435 detenuti su una capienza regolamentare di 167, con un rapporto del 260,5 per cento. I dati raccolti dall’Associazione Antigone mettono il dito nella piaga, quando ricordano che 222 detenuti sul totale, un numero già di suo maggiore della capienza regolamentare, sono in quell’inferno in attesa di giudizio, senza alcuna condanna eppure dannati; e che i reati per cui la gente finisce lì dentro sono rapina, furto e spaccio di stupefacenti. In quest’ultimo caso, una normativa poco poco più pragmatica sul tema droghe leggere già di suo aiuterebbe a svuotare le carceri. Ma la domanda che mi pongo è un’altra e la formulo a normativa vigente: desta più allarme sociale, in Italia, avere magari ai domiciliari qualche spacciatore o ladro di galline oppure la tortura – che tale è per sentenza – a cui sono sottoposti dentro le patrie galere?

La giurisprudenza della Cedu in tema di tortura è costante e rigorosa. Prima di condannare gli Stati contraenti per violazione dell’articolo 3, la Corte esamina tutte le condizioni del caso al fine di verificare il superamento di una certa “soglia di severità”, al di sopra della quale la violazione si ritiene sussistere.  Nel caso di specie, i giudici europei hanno preso a riferimento lo standard fissato dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura, secondo il quale i dannati meritano almeno (sic!) 4 metri quadrati di cella per ciascuno. Che a Strasburgo non siedano dei figli dei fiori dediti a sognare peace and love for the World lo dimostra il pragmatismo con cui affrontano, volta per volta, i ricorsi: in un altro precedente, Sulejmanovic contro Italia, infatti,  la Cedu aveva negato il trattamento inumano benché i metri disposti dal detenuto fossero 3,24, in considerazione della situazione di costante miglioramento delle sue condizioni da un certo periodo in avanti della sua detenzione.

Resta il problema del che fare, una volta che lo Stato Italiano abbia versato i centomila euro complessivi ai ricorrenti nel caso di specie.

L’utilizzo della sentenza pilota da parte della Corte di Strasburgo – prevista per i casi di violazioni sistematiche da parte di uno Stato Contraente –  è stato significativo e viepiù apprezzabile perché cade in periodo di campagna elettorale. Essa rischia, per una volta, di costringere le forze politiche a confrontarsi con un tema non proprio popolare ma ciononostante inestricabile dal destino civile del Paese.

L’Italia ha un anno di tempo per fare qualcosa, la Corte non dice che cosa, ma suggerisce cosa no. Costruire nuovi carceri, ad esempio. Aiuta, ma non risolve strutturalmente il problema, perché l’aumento dei posti disponibili prelude ad aumenti di carcerazione. Né dirimente può essere il ricorso agli articoli 35 e 69 del Regolamento sull’ordinamento penitenziario, perché non consente di rimediare alle condizioni degradanti che sostanziano la violazione dell’articolo 3 secondo i parametri accertati.

La gente va tenuta fuori dalle galere, il più possibile. Qualche indicazione utile viene da una raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, la 22 del 1999. La custodia cautelare in carcere va quasi azzerata, e alla reclusione vanno preferite pene alternative. Il Senato aveva la chance, sul filo del proprio scioglimento, di approvare un ddl che avrebbe delegato il Governo ad affrontare il problema. Ha preferito portare a casa la controriforma degli avvocati. Questione di priorità.