Campania infelix. Una terra bella e fertile diventata orrenda discarica abusiva

– Si intitola La terra desolata. E’ il reportage realizzato dal fotografo toscano Diego Barsuglia sul martoriato territorio intorno al capoluogo campano. Una summa di immagini delle vittime dei rifiuti. Dello scriteriato uso del suolo per accumulare l’oro putrescente.

La monnezza. Scatti nei quali spesso esiste un confine. Fisico. Da una parte i terreni, i vigneti, le colline, i corsi d’acqua devastati dal pattume. Dall’altra, gli uomini e le donne colpiti dalla malattia.

Eppure le leggi ci sono. Il problema è che non sono applicate. La prima legge speciale della Campania risale al 19 novembre 1973. Il titolo prescelto non lasciava dubbi: “Finanziamenti regionali per la costruzione, ampliamento e completamento di impianti per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani”. Lo stanziamento pure. 30 miliardi di lire per “costruire i necessari inceneritori nel quadro di un piano regionale di cinque anni di localizzazione razionale degli impianti”. Da allora sono passati quasi 40 anni. Si sono succeduti i governi nazionali. E quelli della Regione, delle Province e dei singoli Comuni. Ma nulla è mutato.

Le discariche sono una minaccia per il Paesaggio. Ma anche un ordigno, innescato, per l’Ambiente. E dunque una minaccia per le Persone. Soprattutto quando le montagne di immondizie di ogni tipo si appropriano illegalmente di spicchi di territorio.

Non si muore solo a Taranto per l’Ilva. Nel napoletano le discariche abusive continuano a crescere. E ad ammazzare. A quel che si vede, senza neppure troppa fatica, procedendo da un centro all’altro, in un tour del degrado, va aggiunto molto altro. Ad esempio quanto si apprende dalle rivelazioni di affiliati ad attività malavitose, che, come si sa con sempre maggiore definizione, sui rifiuti hanno costruito un vero e proprio business. Anche attraverso collegamenti con alcune industrie del Nord. Insomma a fruttare non è soltanto la monnezza, per così dire, locale. Peraltro già in più che considerevole quantità. A fare la differenza sono le importazioni.

Ma il problema non interessa soltanto la provincia di Napoli. Anche in quelle di Caserta, Salerno e Benevento sono migliaia i siti illegali di smaltimento rifiuti. Contigui a quelli legali, ormai al collasso. La geografia della morte ha un’estensione di un centinaio di chilometri quadrati. Abbraccia il grande canalone dei Regi Lagni e i terreni di Scafarea, Tre Ponti e Taverna del Re. S’inerpica fino alle falde del Vesuvio arrivando fino a Terzigno. Prosegue verso la zona flegrea, verso la montagna di Camaldoli e verso Chiaiano.

A San Tammaro, Caserta, Migliaia di gabbiani volano sui rifiuti putrescenti dei 50 ettari della discarica di Maruzzella. Dei 21 dipendenti, 9 già si sono ammalati di cancro. Di questi, 5 sono già morti.
Senza contare che l’impianto di compostaggio sarebbe capace di trattare più della metà dell’umido prodotto nella provincia di Caserta. Se solo fosse stato completato. I lavori, fermi all’80%, hanno visto l’utilizzo dei capannoni come deposito provvisorio di ecoballe voluto dal commissario Bertolaso. In seguito, per liberarli, è stato necessario l’uso delle ruspe con conseguente danneggiamento dei pavimenti. In Contrada Pisani, Napoli, montagne di rifiuti, sui quali ormai è cresciuta la vegetazione. Delle vere e proprie alture artificiali.

A Terzigno, Napoli. Nelle vicinanze del sito di smaltimento illegale di rifiuti tossici “Cava Ranieri” si sono registrati 87 malati di cancro. Secondo un’indagine di un anno e mezzo fa realizzata da associazioni di cittadini del comune nella zona limitrofa alla discarica, addirittura il 41% degli abitanti è affetto da una malattia tumorale o da patologie simili.

Ai Regi Lagni, Marcianise. Qui esiste una fitta rete di canali irrigui artificiali. Estesi su 1.095 km, così da facilitare l’attività agricola su 110.000 ettari. Ma sono diffusi microinquinanti in concentrazioni tali da causare effetti disastrosi sulle specie biologiche. Il numero di abitanti coinvolti nel disastro ambientale ammonta a 2,8 milioni.
Ancora, nella discarica abusiva denominata Lo Uttaro, in provincia di Caserta. Qui, si smaltisce prevalentemente cemento. A Pianura, altra discarica. Nella quale tra i 22 addetti che sono venuti a mancare, 17 sono morti di cancro. A Succivo, Caserta. Montagne di eternit abbandonato.

Situazioni che nella quasi totalità dei casi sono da tempo fuori controllo. Così come lo sono gli oltre 800 siti, tra Napoli e Caserta, nella famosa Terra dei fuochi, dove si bruciano i rifiuti.
Naturalmente esiste molto di più. Sfortunatamente. Ed esiste anche per quell’intreccio assai stretto tra mercato dei rifiuti e criminalità. Non di rado con la connivenza della politica.

Basta scorrere le pagine dell’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente. E leggere la deposizione rilasciata ai magistrati da Dario De Simone, per anni personaggio di rilievo nel clan dei Casalesi. Recentemente diventato un collaboratore di giustizia.

“Per quanto riguarda i rifiuti, il clan dei Casalesi (…) è entrato nel business dei rifiuti tra il 1989 e il 1990. In quell’epoca gli imprenditori ci hanno fatto capire che il business dell’immondizia, noi prima di quel giorno (…) non sapevamo che con i rifiuti si potevano fare tanti soldi. Ce lo spiegò l’avvocato Chianese [il proprietario di alcune cave abusive], che con le discariche ha guadagnato miliardi, i fratelli Bruscino, Cardiello, Iossa, tutti imprenditori che navigavano in questo ambito”.

Parole di De Simone. Che aggiunge come “in due-tre anni di lavoro hanno tirato su tanti soldi”. Quasi cinque miliardi delle vecchie lire.

Incassi così alti da giustificare anche sanguinose lotte tra clan. A colpi di mitra. La posta? I traffici con le regioni settentrionali. Padova, Ferrara, Torino, Milano, Varese, Brescia. Toscana compresa. Con le fabbriche industriali di vernici, le lavanderie industriali, le concerie.

Ma, intanto, nelle province campane ci si ammala. E, spesso si muore. Come indiziava un rapporto dell’Istituto Nazionale per i tumori Pascale di Napoli, pubblicato su Avvenire, alcuni mesi fa. In provincia di Napoli, con l’esclusione della città, negli ultimi venti anni, si sono avuti incrementi percentuali del tasso di mortalità per tumore del 47% tra gli uomini e del 40% tra le donne. Incrementi che nella provincia di Caserta hanno raggiunto, rispettivamente, il 28,4% e il 32,7%. Con picchi massimi riscontrati in una quindicina di comuni a sud di Caserta e a nord di Napoli. Più altri due che sono attraversati dal fiume Volturno e dal fiume Sarno.
Un eccesso di mortalità, al quale va aggiunta una serie di altre patologie croniche. Non di rado degenerative. Insomma un’emergenza sociale e ambientale. Non soltanto sanitaria.

La Campania felix dell’antichità si è tramutata in una sorta di disastrata parte d’Italia. Nella quale le verdi pianure del casertano si sono trasformate in alte colline di rifiuti sulle quali volano i gabbiani. I frutteti ed i campi coltivati divenuti distese di ecoballe. Parti considerevoli di territori divenuti lo strumento per smaltire veleni di ogni tipo. E di ogni provenienza.

La terra prospera del passato costretta, suo malgrado, a diventare in larghi settori, una discarica dilatata. E putrescente.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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