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Open data, un’opportunità per il pubblico e per il privato

– In uno dei nostri ultimi articoli, ci siamo soffermati sull’approvazione della cosiddetta “agenda digitale”. In particolare, abbiamo sottolineato come uno dei punti principali – e meno pubblicizzati – del provvedimento fosse quello riguardante gli “open data“.

In pratica, per la prima volta il principio della trasparenza della Pubblica Amministrazione viene declinato non solo come piena accessibilità ai dati che essa produce, ma anche come piena possibilità di riutilizzarli (perfino commercialmente). Le amministrazioni pubbliche sono le prime al mondo quanto a produzione di informazioni grezze, un vero e proprio patrimonio di dati che va dalle cartografie per i piani regolatori o per il rischio terremoto alle statistiche su occupazione, imprese, salute, inquinamento, criminalità, eccetera. Un patrimonio che potrebbe fruttare vari punti di PIL, se sfruttato correttamente.

Per spiegare perché è giusto che questi dati vengano messi a disposizione di tutti, anziché tenuti nei cassetti di qualche ufficio, facciamo riferimento a una storia accaduta circa 13 anni fa in Canada. Nel 2000 la Goldcorp, azienda mineraria sull’orlo del fallimento, scoprì attraverso alcune trivellazioni di prova che nella sua proprietà esistevano altri giacimenti d’oro di grande entità, ma troppo costosi da raggiungere.

L’amministratore delegato Rob McEwen decise, nonostante il parere contrario dei tecnici, di mettere pubblicamente su Internet tutti i dati riguardanti quelle trivellazioni e garantire vari premi per complessivi 575.000 dollari a chiunque avesse fornito i metodi di estrazione migliori. All’iniziativa parteciparono centinaia di geologi, studenti neolaureati, consulenti, matematici e ufficiali militari. I risultati parlano da sé: 88 dei 110 target individuati (spesso fuori dalle aree analizzate dai tecnici dell’azienda) rivelarono grandi quantità d’oro e la Goldcorp arrivò a estrarre metallo prezioso per un controvalore di più di 6 miliardi di dollari, salvandosi così dal fallimento.

Quello che vale per il privato, soprattutto in questo caso, vale anche per il pubblico. Il criterio alla base degli open data è operare dal lato dell’offerta: permettendo l’accesso alle informazioni, si garantisce ai più capaci e ai più creativi di generare nuove occasioni di business, anche in settori che difficilmente vengono considerati profittabili.

Si prenda come esempio il Dizionario dei rifiuti, un motore di ricerca sulla raccolta differenziata creato dal giovane lucano Francesco Cucari nell’agosto del 2011. L’iniziativa è nata semplicemente raccogliendo le informazioni sui giorni di raccolta della spazzatura nel suo comune (Rotondella, provincia di Matera) e facendoci una app per smartphone. Adesso che l’applicazione ha avuto successo, i comuni aderenti sono diventati circa una ventina e fra questi ci sono anche Genova e Napoli.

In generale, maggiore trasparenza sui dati significa maggiore possibilità di aggredire gli sprechi e migliorare i servizi. Facciamo qualche altro esempio: i flussi turistici in una città d’arte potrebbero essere scompattati per Paese di provenienza, permettendo all’Ente per il turismo di indirizzare con maggiore accortezza le proprie campagne pubblicitarie; i costi di determinate apparecchiature medico-sanitarie potrebbero essere più facilmente confrontati con quelli di altre regioni, applicando finalmente il principio del costo standard; lo studio dei picchi di traffico nelle città potrebbe portare alla definizione di nuovi piani di trasporto pubblico; e così via.

Finora l’adesione di amministrazioni ed enti pubblici è avvenuta a macchia di leopardo, sia a livello geografico che di dataset, grazie all’impegno di poche personalità che hanno compreso le potenzialità del fenomeno. Se tutto questo poteva essere “giustificato” dal fatto che si stava operando in una fase “pionieristica”, il provvedimento adottato il mese scorso in Parlamento ha segnato la fine di questo periodo sperimentale.

Adesso tutte le amministrazioni hanno il dovere, morale prima ancora che di legge, di rilasciare tutti i dataset in loro possesso (che non costituiscano un danno alla sicurezza nazionale o alla privacy dei cittadini, ovviamente) in un formato aperto e interoperabile, così come di aggiornare tali dataset ogni volta che ciò si renda necessario. Allo stesso modo, imprese e privati devono superare la propria resistenza e iniziare ad investigare le potenzialità degli open data, dal momento che un dialogo con la PA sul punto è possibile.

Noi, dal nostro canto, siamo convinti che questa sia una delle priorità inderogabili del prossimo Governo, al punto da meritare di essere inclusa fra i provvedimenti da attuare entro i primi 100 giorni. L’esempio di Regno Unito e Stati Uniti sta a testimoniare che iniziative del genere possono produrre nuove opportunità, anche di lavoro.


Autore: Luca Martinelli

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è anche utente di Wikipedia in italiano da più di sette anni.

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