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I pacati discorsi del tiranno Assad non ingannano più nessuno

– Erano mesi che Bashar al Assad non si palesava in pubblico.
Questa domenica, con la guerra civile a quota 40mila morti (ma potrebbero essere molti di più), è di nuovo comparso di fronte ad una disciplinata platea di baathisti, i nazionalisti arabi della Siria.

Elegante, giacca e cravatta, qualche battuta (come l’imitazione di sound-check all’inizio del discorso), lo sguardo tranquillo, il modo di parlare sintetico e determinato: Assad non ha nulla a che vedere con gli spiritati tiranni in divisa, con le loro urla e i loro slogan. Appare come il modello opposto di un Saddam o di un Gheddafi. Pacatamente, spiega che la Siria è una nazione indipendente, che necessita di unità contro l’aggressione che sta subendo. Quasi vien voglia di dargli ragione.

Ma poi si torna alla realtà: ma di che aggressione sta mai parlando? Quelli contro cui spara il suo esercito, colpiti dalle bombe e dalle mitragliate della sua aviazione, centrati dai missili Scud, privati di casa e affetti, sono siriani. E nella stragrande maggioranza dei casi, le vittime sono civili. Assad sembra parlare di una realtà parallela. Ritiene che tutto sia nato da un gigantesco complotto occidentale. Racconta al suo pubblico nazionalista che l’Occidente è stato colonialista, è tuttora imperialista e accampa diritti su territori occupati (ogni riferimento a Israele è puramente casuale?), manda terroristi in Siria (che però sono una minaccia allo stesso Occidente), arma e finanzia le loro “gang”.

Il dittatore di Damasco non riconosce l’esistenza di una resistenza interna al suo Paese. Quando tende la mano alle forze dell’opposizione e si dice disposto al dialogo, si riferisce solo ai partiti che lui stesso potrebbe cooptare. Tutti gli altri, i veri oppositori, li considera non-siriani, o anti-siriani, ma in ogni caso: nemici esterni. Non un problema interno. Nega che esista una rivoluzione, perché i suoi nemici sono solo “gang armate” o “terroristi”, che colpiscono il popolo e le sue infrastrutture. E contro i quali predica la necessità di una resistenza nazionale, non del dialogo.

Assad non dice solo menzogne. Ogni leggenda ha un fondo di verità. I terroristi di Al Qaeda ci sono realmente: il movimento Al Nusrah è stato identificato dagli Usa come l’interfaccia locale della rete del terrore orfana di Bin Laden. I finanziamenti e le armi dall’estero affluiscono nelle mani dei ribelli. Più che dall’Occidente, che Assad nomina nella sua vecchia retorica da propaganda arabista, gli aiuti vengono soprattutto da altri Paesi arabi e musulmani: dalla Giordania, dal Libano, dal Qatar, dall’Arabia Saudita. Oltre che dalla Turchia, che fino al 2010 era il principale interlocutore del regime di Damasco. E oggi deve schierare i missili Patriot sul suo confine meridionale per evitare che qualche razzo sparato dall’esercito siriano arrivi sulle città anatoliche.

Anche in questo, il dittatore siriano dimostra di vivere in una dimensione parallela. Non si accorge o non vuol accorgersi che, dal 2011, non vive più in un mondo dominato dalla contrapposizione fra un blocco islamico e l’Occidente, o fra la Lega Araba e Israele. Sono gli arabi della Lega Araba e il mondo islamico, in senso lato, che gli si rivoltano contro, lo hanno già isolato e mirano a rovesciarlo. I terroristi di Al Qaeda, che, fino al 2008, a migliaia trovavano rifugio in Siria o vi transitavano per andare a colpire gli americani in Iraq, ora sono i primi che vogliono prendere il posto di Assad.

Il dittatore di Damasco ritiene che riforme e lotta al terrorismo debbano andare di pari passo, ma propone la solita vecchia ricetta: una nuova Costituzione (e ne ha già promulgata una), votata da un referendum popolare (già fatto) e una transizione alla democrazia (già proclamata tante volte), un cessate il fuoco (già provato e mai rispettato) e un’amnistia (promessa più volte mancata). Ormai questa logica non inganna più nessuno. E, non a caso, chiunque avesse una voce da far sentire si è pronunciato con una dichiarazione di totale sfiducia nelle sue promesse.

Catherine Ashton (capo della diplomazia Ue): “(Assad, ndr) deve dimettersi per consentire una transizione politica. Valuteremo con attenzione se nel suo discorso ci sono novità, ma restiamo del parere che debba fare un passo indietro”. William Hague (Gran Bretagna): “Assad ha fatto solo vuote promesse, non imbroglia nessuno. Morti, violenze e oppressione che divorano la Siria sono provocate da lui”. Hillary Clinton (Usa): “La soluzione politica proposta da Assad per porre fine alla guerra civile in Siria è sconnessa dalla realtà. Il discorso di oggi è l’ennesimo tentativo del regime di rimanere attaccato al potere e non fa niente per fare avanzare il cammino del popolo siriano verso una transizione politica”. E per Ban Ki-moon, le parole del presidente di Damasco: “non contribuiscono a una soluzione”.

Vi sono state troppe truffe, come l’episodio dei prigionieri “amnistiati” che in realtà erano stati trasferiti in altre carceri. Troppi cessate-il-fuoco disattesi, come quello dello scorso aprile, durante il quale sono avvenuti alcuni dei peggiori massacri della guerra nelle province di Homs e Hama. Tutti ricordano troppe promesse di dialogo e riforme, finite con un nulla di fatto, perché estese solo ad alcune forze dell’opposizione disconosciute da tutti i movimenti rivoluzionari.

La credibilità è nulla, ma l’aspetto di Assad è stranamente rassicurante. Sembra, appunto, un pacato funzionario occidentale paracadutato in un contesto alieno, mediorientale. E, almeno in parte, non si tratta solo di apparenza. Perché nel 2000, quando successe al padre, non avrebbe voluto ereditarne la carica. Non sarebbe nemmeno spettata a lui, ma al suo cugino Basil, morto in un incidente d’auto nel 1994. Bashar, troppo giovane per ereditare il potere assoluto, sarebbe rimasto volentieri a Londra a fare l’oculista. Dal 2000, secondo alcuni analisti, è letteralmente in ostaggio dei generali ereditati dal padre. Molti dei quali, però, sono già passati dalla parte dei ribelli nel corso degli ultimi due anni.

Ora, se fosse giusta questa interpretazione, si troverebbe a recitare la parte del leader e del legale rappresentante di un regime che sta crollando. Il suo problema è che l’ha recitata troppo fedelmente, quella parte. E 40mila morti, tre quarti dei quali sono civili, non sono una fiction.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “I pacati discorsi del tiranno Assad non ingannano più nessuno”

  1. Ruben scrive:

    Complimenti, un attenta e realistica analisi della situazione in Siria.

  2. Rory scrive:

    Se le dichiarazioni di “totale sfiducia” nei discorsi di Assad sono quelle di Ue, Gran Bretagna ed USA io credo che sia lei a vivere fuori dalla realtà: I discorsi di Assad non sono rivolti a questi paesi il cui unico obiettivo è rimuovere Assad (non certo per amore della democrazia, è ovvio, ma per amore di se stessi e di Israele) ma ai siriani, cioè un popolo che fino ad oggi è vissuto fregandosene altamente e giustamente dell’opinione di Ue, Gb e USA. Quale crede che sia in Siria il livello di credibilità dei paesi occidentali? Ci ha mai pensato?

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