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L’acqua nel Lazio: più è “pubblica”, più arsenico c’è. Letteralmente

– Il 31 dicembre 2012 è scaduta la terza deroga ai limiti massimi di arsenico e fluoruro che possono essere contenuti nell’acqua erogata dai gestori del servizio idrico. I limiti, stabiliti a livello europeo e previsti dal d.lgs. 31/01, sono fissati a 10 microgrammi/litro per l’arsenico e a 1,5 milligrammi/litro per il fluoro. La prima deroga, relativa anche a altre sostenze come boro, cloriti, cloruri, fluoro, magnesio, nichel, nitrati, selenio, solfato, trialometani, tricloroetilene, vanadio, è stata concessa nel 2003 in 13 regioni italiane.

Nel 2012 sono stati poco meno di un milione i cittadini serviti in deroga ai limiti fissati dalla legge, concentrati nel Lazio e in Toscana. Il rifiuto da parte dell’Unione europea di concedere una quarta deroga ha trovato ancora impreparate le amministrazioni del Lazio.
L’esposizione prolungata all’arsenico può provocare patologie anche gravi, come il cancro, lesioni cutanee, malattie cardiovascolari, danni al sistema nervoso e diabete. Le prime ordinanze di divieto dell’uso dell’acqua hanno riguardato buona parte del viterbese e tre comuni della provincia romana (Velletri, Lanuvio e Civitavecchia). Nella Tuscia, gli impianti di dearsenificazione non saranno ultimati prima del 2014. A Latina, dove pur si è fatto ricorso alla deroga quasi decennale, non è stata adottata alcuna ordinanza e la società Acqualatina spa ha comunicato lo scorso 28 dicembre che, “nonostante mille problematiche, tanto tecniche quanto burocratiche e finanziarie” la società è riuscita “a garantire il rispetto di quanto stabilito dall’ultima deroga della Comunità Europea”.

Con riguardo alle due province di Roma e, soprattutto, di Viterbo, è difficile non ammettere che investimenti insufficienti e tardivi hanno protratto un’emergenza trascurata dalle amministrazioni pubbliche chiamate a vigilare sulla qualità del servizio idrico.
Ma chi disseta la popolazione interessata? Se andiamo a vedere la governance vigente nelle diverse province del Lazio, si osserva un quadro alquanto articolato, dove i maggiori problemi si registrano dove la presenza del pubblico è più incisiva.

Partiamo dalla Tuscia, la provincia dove la situazione presenta la maggiore gravità, anche per le origini vulcaniche di una parte del suo territorio (comune, in ogni caso, a zone come i Colli Albani, parte delle province di Roma e Latina).
Viterbo è l’unica provincia in cui il servizio è erogato da una società a totale controllo pubblico, Talete Spa. La spesa media sostenuta dalle famiglie viterbesi nel 2011 è in linea con la media nazionale: 271 euro contro i 290 euro versati mediamente dagli Italiani.

L’inefficienza della società e l’incapacità di far fronte agli investimenti necessari ad erogare un’acqua salubre ai suoi cittadini è però a carico di questi ultimi, che ne soffrono le conseguenze in termini di maggiore incidenza di tumori, e di tutti i contribuenti laziali, chiamati a ripianare i deficit della società. Nel 2011 il disavanzo di Talete ammontava a 900 mila euro; il debito si attestava a 7,5 milioni di euro, stessa somma versata dal 2009 al 2011 dalla Regione per tenere a galla la società.

A Latina, dove per anni il servizio idrico è stato erogato in deroga ai limiti di arsenico, la gestione è affidata ad Acqualatina. Acqualatina è una società per il 51% pubblica e per il 49% in mano alla società privata Idrolatina Srl. Gli azionisti privati sono Compagnie Generale des Eaux, che detiene il 96,607% di Idrolatina Srl, EH Spa che detiene lo 0,1%, SIBA, in possesso dello 0,1%, AFIN spa che detiene l’1,916% e EMAS Ambiente Srl, in stato di liquidazione, che detiene l’1,277% del capitale sociale. I comuni, azionisti di maggioranza, hanno un controllo determinante nella fissazione delle tariffe e nella direzione degli investimenti. La scelta su chi deve gestire il servizio idrico non è affidata al mercato, che serve solo a selezionare gli investitori privati da accogliere nella società a controllo pubblico.

A Roma, dove si è dovuto provvedere all’invio di autobotti per approvvigionare i 3 mila cittadini di Velletri, i circa 2 mila abitanti di Lanuvio e i residenti nella zona di Civitavecchia Nord, il servizio idrico è gestito da Acea Ato 2. Anche in questo caso, i comuni hanno il controllo della società concessionaria, a cui non serve partecipare ad una gara per ottenere la concessione, mentre i privati fanno da contorno.

Passiamo alle province più virtuose, che nel 2012 non hanno chiesto alcuna deroga.
Quanto all’ATO 3, a Rieti la situazione è ancora incerta e non è stato ancora individuato il Gestore Unico. Il capoluogo è servito da una rete idrica costruita nel dopoguerra da Crea Spa, che però negli anni Ottanta è stata accorpata in una società a capitale misto, SOGEA Spa (51% del Comune di Rieti, 49% di Crea Spa).
Infine, l’ATO5 di Frosinone, che si distingue dagli altri, perché rappresenta uno dei pochi casi in Italia in cui il servizio idrico è stato affidato nel 2003 al Gestore Unico attraverso una gara aperta di concessione a terzi. La gestione è stata affidata a AceaATO 5, partecipata da Acea Spa, FRAMA, AMEA, Consorzio Cooperative Costruzioni e ISPA Srl.

Possiamo ricavarne un quadro che vede l’emergenza arsenico acutizzarsi nei territori dove la gestione del servizio è affidata a un soggetto pubblico senza gara.

Una prima conclusione che possiamo trarre è questa: la gestione pubblica del servizio idrico nel Lazio negli ultimi 10 anni è stata fallimentare. I comuni che hanno un controllo assoluto o di maggioranza sulle società a cui è stato affidato il servizio hanno dato, fino all’ultimo, prova di scarsa responsabilità.
Complessivamente, i casi esaminati sembrano avallare gli argomenti sostenuti da Libertiamo, dall’Istituto Bruno Leoni e dal comitato Acqua Libera Tutti, presieduto da Oscar Giannino, in occasione del referendum del 2011. Il monopolio pubblico non è il modello che meglio garantisce la realizzazione degli investimenti necessari a offrire un servizio di qualità. L’inefficienza della gestione pubblica viene pagata dagli utenti e dai contribuenti chiamati a coprire i buchi di bilancio del gestore.

Perché gli investimenti siano realizzati a tutela della qualità del servizio occorre:
1) che il servizio sia affidato con gara pubblica e trasparente al soggetto che dimostri di poter garantire la più alta qualità del servizio al minor costo;
2) che la concessione sia regolata in modo da permettere alle amministrazioni pubbliche un’efficace vigilanza, in condizione di imparzialità, sul soggetto affidatario e incentivi quest’ultimo a fare gli investimenti attesi.
Specie dinanzi alle carenze del pubblico, ampiamente dimostrate, l’apporto di capitali privati va visto come un’occasione, non come un pericolo.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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