Il Cav. sta con i gay, il PD con i “padroni”. E’ tutta scena, ma conta anche quella

di CARMELO PALMA – Il Cav. sta con i gay, il Pd sta con i padroni, titolerebbe il Giornale, se non ci fosse di mezzo il principale, per tirare la morale della giornata di ieri, che ha visto il Pd arruolare l’ex direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli e Berlusconi aprire enigmaticamente (con un cenno del capo) al riconoscimento giuridico delle coppie gay. Due sorprese poco sorprendenti e molto prevedibili, che non scassano l’assetto delle due coalizioni “polari”, ma lo consolidano, offrendo loro un’immagine meno arcigna e ideologicamente meno proterva.

La candidatura di Galli rende al Pd una giustificazione pluralista, non una credibilità o una contraddizione liberista, che pure, in astratto, potrebbe giovargli. Il situazionismo gay-friendly del Cav. non smentisce il bigottismo conformista del “partito cattolico”, ma gli presta la caratteristica negligenza berlusconiana per le questioni di principio e lo rende così più tollerante e tollerabile. Un liberismo e un laicismo en travesti, insomma, destinato a durare secondo le esigenze di scena; una rappresentazione che inventa una realtà “discutibile” sul piano della chiacchiera, ma posticcia e irrilevante sul piano del discorso politico.

Il Pd che candida Giampaolo Galli (studioso di grande valore, sia chiaro, e di sicura buona fede) dopo avere liberato i cani contro Pietro Ichino e ironizzato sulla sua irrilevanza è come il PCI che candidava gli indipendenti di sinistra “liberali” per essere più liberamente leninista, al riparo di un titolo di disinteressata liberalità. Lo stesso fa Berlusconi, che apre la porta a una causa scomoda per meglio richiudersela alle spalle quando tornerà comodo, contraccambiando la rinnovata attenzione d’oltre Tevere, fare una professione di fede sulla non negoziabilità dei valori familiari.

Galli ha creduto a Bersani. Bersani crede che Galli gli serva (innanzitutto a dimostrare che Ichino aveva torto e che il suo “tradimento” era politicamente ingiustificato). Galli va così suo malgrado a fare un discorso lato sensu montiano (e in teoria, direbbe Fassina, assai più “di destra”) in un partito che ha bisogno di arginare le perdite “al centro” per meglio ancorare le politiche “a sinistra”. E’ un vecchio trucco, e neppure così sofisticato.

Allo stesso modo, molti elettori (non solo gay) crederanno se non alla sincerità, almeno all’intemperanza di Berlusconi e alla possibilità che la rottura con la Chiesa liberi lo spirito anarchico di un’anima libertaria costretta alla militanza clericale. Berlusconi invece crede più strategicamente che gli elettori sensibili sul tema siano tanti e che non sarebbe conveniente mortificarli prima del voto, quando è possibile sacrificarli dopo, senza pagarne il prezzo. Tra le tante promesse, che fanno numero, ma non peso, solo una in più da non mantenere.

Ciò detto, guardando al puro gioco elettorale – che ha una sua verità e una sua logica – ieri Pd e PdL hanno battuto due colpi e il “partito uno e trino” di Monti ha finito per incassarli entrambi. Se i montiani “politici” e quelli “civili” non fossero oggi intrappolati in una pericolosa autoreferenzialità (l’unico che sembra parlare all’esterno è il Professore), forse la candidatura prestigiosa del “montiano” Galli non se la sarebbero fatta scappare. E sul tema del riconoscimento delle coppie gay non rimarrebbero i soli a star zitti, stretti in un imbarazzato riserbo.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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