Categorized | Il mondo e noi

Tutte le presidenti d’Asia. Anche la Corea del Sud elegge una donna

–  Qualche settimana fa Park Geun-hye, leader del partito conservatore Saenuri Party e figlia dell’ex dittatore coreano Park Chung-hee, ha vinto le ultime elezioni presidenziali nella Corea del Sud con il 58,8 per cento dei voti e, a suo modo, è passata alla storia come il primo capo di Stato donna del Paese. A ben vedere, Geun-hye si unisce alla folta schiera di donne che hanno ricoperto il ruolo di premier in Asia e la cui ascesa al potere è stata da molti accreditata non a meriti personali ma ai forti legami di natura familiare che le univano a leader più conosciuti e stimati. Sirimavo Bandaranaike, per dirne una, che nel 1960 fu la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente nello Sri Lanka, ma anche Benazir Bhutto (eletta in Pakistan nel 1988), Corazon Aquino (proclamata presidente delle Filippine nel 1986 con l’appoggio delle Forze Armate), la stessa Aung San Suu Kyi (recentemente eletta nelle file del Parlamento del Myanmar) o Sonia Gandhi (eletta presidente della Camera Bassa indiana nel 1999).

I paesi asiatici, cioè, hanno accettato (e votato) donne come capi di Stato prima di quando l’abbiano fatto i paesi occidentali. Basti pensare che una donna alla Casa Bianca ancora non è stata eletta e, ad oggi, è solo ipotizzabile la candidatura di Hillary Clinton per il 2016. In Italia, poi, il ruolo istituzionale più alto mai ricoperto da una donna è stato quello di presidente della Camera dei Deputati (Nilde Iotti nel 1979 e Irene Pivetti nel 1994).

Ma in che misura l’elezione di Park Geun-hye in Corea rappresenta una conquista dei diritti delle donne? A Seul non sono tutti così convinti della svolta femminista, ad essere sinceri. In molte società asiatiche, società di stampo gerarchico e patriarcale, infatti, il legame famigliare prevale spesso sui vincoli di genere. Accadde lo stesso a Indira Gandhi e prima di lei a Sirimavo Bandaranaike che ammise candidamente in un’intervista a Oriana Fallaci negli anni Settanta: “A questo mestiere io sono arrivata per destino o per caso, non ho le basi scientifiche della politica. Le ho sostituite con il buonsenso”.La figura di Park Geun-hye è, a ben vedere, diversa. Anzitutto l’eredità lasciata da suo padre è tutt’altro che positiva in Corea: se il merito riconosciuto al militare Park Chung-hee è quello di aver portato il Paese sull’orlo della miseria, questo non è stato di certo un vantaggio sfruttato in campagna elettorale. Inoltre, Geun-hye non si è buttata in politica da impreparata, come hanno fatto, in passato, Benazir Bhutto o Indira Gandhi. Al contrario, ha passato oltre 30 anni a perfezionare le sue abilità politiche, a studiare da dirigente. E questo non l’ha resa di certo una novizia tra i palazzi del potere.

Tutto questo non significa, però, che la sua presidenza sarà sicuramente all’insegna dei diritti delle donne in un Paese per tradizione improntato verso un’ottica maschile. Non a caso, in molti hanno sottolineato che il rivale liberale, Moon Jae-in, durante i mesi di campagna elettorale abbia proposto una visione molto più favorevole della sua in tema di diritti delle donne. E alcuni critici di Geun-hye non hanno mancato, nelle scorse settimane, di sottolineare come, non essendosi mai sposata e non avendo mai avuto figli, la neo-presidente non possa avere quell’empatia necessaria per capire la problematica femminile. Colpo basso e difficile da capire per noi donne emancipate dell’Occidente libero, un rimprovero che non sembra aver fatto (evidentemente) neppure troppa  presa sull’elettorato coreano.

Ad ogni modo, le parole usate in campagna elettorale da Park Geun-hye sono state tre e molto puntuali: “pronti”, “femmina” e “presidente”. Sembrerebbe, cioè, chela Seul che crede nelle donne, e lo ha dimostrato, speri che questa nuova presidenza non si senta sulla difensiva nella promozione della questione femminile. Staremo a vedere.


Autore: Claudia Osmetti

Libertaria, nata in Valtellina nel 1986, si è laureata in Giurisprudenza all'Università degli studi di Siena con una tesi in diritto pubblico comparato. E' attualmente iscritta al master in giornalismo dello Iulm di Milano. Ha scritto per il quotidiano Libero, occupandosi di esteri e di politica americana e per alcune riviste on-line come RadicalWeb, occupandosi principalmente di geopolitica e diritti civili. E' appassionata di opera e musica classica.

Comments are closed.