– E’ di questi giorni la notizia che la clinica ostetrica dell’ospedale di Padova avrebbe cambiato i braccialettini che contraddistinguono il bebé, il papà e la mamma, in seguito ad una circostanza che ha visto protagonista una coppia lesbica che aveva concepito un figlio all’estero attraverso una procedura di fecondazione eterologa.
La compagna della partoriente si è vista attribuire il braccialetto di “papà” ed ha deciso di rifiutarlo, spingendo così l’ospedale a modificare le scritte sui braccialettini che adesso non contemplano più la figura del “papà”, bensì più genericamente quella del “partner”.

La “svolta” è stata presentata – ed in generale accolta – come un atto di apertura e di equità, come un riconoscimento di “uguaglianza” nei confronti delle mamme omosessuali.
In realtà, se si riflette un attimo sulla vicenda, viene da chiedersi se la scelta della clinica padovana sia davvero un passo avanti, oppure se al contrario possa essere paradossalmente un passo indietro rispetto ad una visione inclusiva della genitorialità.

Quello che emerge, infatti, è che la compagna omosessuale non viene affatto riconosciuta come “seconda mamma” e per non riconoscerla come “seconda mamma” si degrada contestualmente lo status della paternità.
Insomma, in quest’ottica, il padre non è più il “papà del bambino”, ma viene declassato a “partner della mamma”, creando pertanto una condizione di asimmetria tra i genitori. In altre parole questo equivale ad affermare che la mamma è il genitore prevalente, quello che ha un rapporto diretto con il figlio; al padre, invece, viene attributo solo un rapporto “mediato” dalla madre.

All’atto pratico, in un braccialetto con la scritta “partner” non c’è traccia di riconoscimento della maternità lesbica; piuttosto quella che è stata compiuta è semplicemente un’ operazione al ribasso che disconosce uno dei genitori anche nelle coppie eterosessuali.
Tra l’altro, a rigore non è affatto detto che un genitore sia anche il “partner” dell’altro genitore, in quanto due persone possono concepire un figlio insieme e poi assumersi entrambi la relativa responsabilità genitoriale, anche se nel frattempo i fatti della vita li hanno separati dal punto di vista sentimentale.

L’istanza di una coppia di donne omosessuali di avere un riconoscimento simbolico, all’atto della nascita di un figlio, è in linea di principio condivisibile. Il problema è che l’esito simbolico che a Padova è scaturito non va nella direzione giusta ed in effetti determina diseguaglianze, anziché “risolverle”.
Il vero rischio di iniziative come quella dell’ospedale padovano, magari anche intraprese in uno spirito di apertura all’innovazione sociale, è che alla fine remino contro il principio della “parità genitoriale”, la cui effettiva affermazione rappresenta invece una delle più concrete “questioni sociali” di questo paese.

Se davvero vogliamo confrontarci con la realtà di oggi, dobbiamo renderci conto della fragilità di fatto del legame che unisce gli sposi o i partner. In tale contesto di instabilità, l’unico punto fermo può essere rappresentato dall’affermazione di una relazione forte tra genitore e figlio, una relazione che deve poter persistere nel tempo, qualunque cosa accada intorno.
Per questo è importante contribuire a promuovere una cultura della “bigenitorialità” che valorizzi il contributo di entrambi i genitori ed il loro legittimo diritto ad un rapporto emotivo ed educativo con il figlio.

E’ in questo contesto che si inserisce, in una coppia eterosessuale, l’importanza della piena inclusione della figura paterna nella vita del bambino e, in termini più generali, l’importanza del più corretto riconoscimento della valenza sociale e culturale della paternità.
Ed è in questo contesto che, tutto sommato, dovrebbe inserirsi anche qualsiasi rivendicazione gay e lesbica. Perché, in fondo, se gli omosessuali non sono interessati a battersi per la “bigenitorialità”, per che cosa si battono? Del resto, la possibilità di fare i genitori single – almeno le donne – ce l’hanno già.

In definitiva, c’è da augurarsi che il braccialetto con la scritta “papà” torni quanto prima disponibile; se poi se ne vorranno aggiungere altri che possano descrivere una più ampia gamma di situazioni, ancora meglio – ma lo status di “papà” non è fungibile con altri…