Sulle quote di genere il PD viola le sue stesse regole

– Le primarie del Partito Democratico per la determinazione delle liste elettorali sono state basate su regole che fanno del sesso anagrafico del candidato un fattore sensibile nella competizione.
Da un lato la “doppia preferenza di genere” che dava agli elettori la possibilità di esprimere due preferenze, ma solo purché fossero conferite a candidati di sesso diverso – dall’altro un criterio di alternanza di genere nella composizione e nell’ordinamento delle liste.

Alla fine la graduatoria in lista non doveva rispondere semplicemente al numero di voti ricevuti, ma in pratica si stilavano separatamente, sulla base dei voti, una graduatoria dei candidati uomini ed una graduatoria delle candidate donne, per poi interlacciarle.
In altre parole se il più votato risultava un uomo, la capolistura andava a lui, poi seguiva la prima classificata tra le donne, il secondo classificato tra gli uomini, la seconda classificata tra le donne e così via.

Ebbene a Bologna, per il principio dell’alternanza, Sandra Zampa avrebbe dovuto lasciare l’ultima posizione “eleggibile” a Paolo Bolognesi ed accodarsi a lui, pur avendo lei ottenuto più voti. Quel posto, infatti, toccava ad un uomo.
La questione ha gettato un certo scompiglio nel partito, sia per il “peso” della Zampa che è la portavoce di Prodi, sia – forse soprattutto – perché stavolta era una donna che sarebbe stata scavalcata in virtù del meccanismo delle quote.

Entrambi i candidati hanno rivendicato il diritto al posto in lista. La Zampa si è fatta forte del fatto di essere arrivata sesta in termini di voti assoluti e di non poter accettare di essere retrocessa all’ottavo posto solo perché aveva già davanti altre persone dello stesso sesso. Bolognesi, invece, ha chiesto l’applicazione integrale del regolamento e quindi della norma dell’alternanza che proprio le donne avevano richiesto e che pertanto oggi devono essere disposte ad accettare.

Alla fine la direzione regionale del PD ha deciso di assegnare la posizione “eleggibile” alla Zampa, secondo la quale “ha semplicemente prevalso la giustizia”, mentre l’acquiescenza di Bolognesi a questa forzatura regolamentare è stata “comprata” con una mezza promessa di essere ripescato nella quota di candidati selezionati direttamente dal segretario Bersani.

Siccome stavolta il principio dell’alternanza avrebbe consentito ad un uomo di scavalcare una donna, il partito di Bersani ha scoperto improvvisamente – ma solo per l’occasione – che le quote fanno scaturire un esito iniquo e mettono in discussione il principio democratico. Si tratta, evidentemente, di una manifestazione di scarsa coerenza e persino di scarsa lungimiranza – dal punto di vista dello stesso PD – in quanto il modo più intelligente di promuovere politiche di “proporzionale di genere” dovrebbe essere proprio quello di dimostrare che non sono biased e che pertanto sono in grado di “garantire” entrambi i sessi.

Questa applicazione discrezionale e “flessibile” delle regole dimostra, nei fatti, la sostanziale disonestà intellettuale dei sostenitori delle quote che dietro al seducente armamentario linguistico della “parità” nascondono in realtà una visione unilaterale ed escludente della questione di genere. E’ evidente che dall’attuale infrastruttura delle pari opportunità gli uomini non possono aspettarsi nessuna particolare forma di tutela, proprio perché tale infrastruttura è viziata da una mentalità di fondo che resta ideologizzata e di parte.

Dal caso Zampa-Bolognesi e dalle contraddizioni che ha fatto esplodere dovrebbe partire una riflessione tra le forze liberali e riformatrici per elaborare un’alternativa gender neutral alle “quote”, che possa riaprire e rendere più inclusiva la politica.
La via maestra dovrebbe essere quella di abbassare per tutti le barriere di ingresso alla competizione politica, riducendo contestualmente la rendita di posizione degli incumbent.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

4 Responses to “Sulle quote di genere il PD viola le sue stesse regole”

  1. creonte scrive:

    il punto è che alel primarie potevi votare o un uomo, una donna, un uomo e una donna o due donne… non due uomini

    questo ha dato un surplus artificiale di voti alle donne… quindi non mi lamenterei se da sesta scende a ottava, posto forse più naturale in virtu un meccanismo di voto alquanto incstituzionale (uan cosa è garantire un minimo di posti, un altro è costringere a votae NON MENO del 50% uno dei due sessi)

  2. non credo si potessero votare due donne

  3. creonte scrive:

    forse hai ragione, ma h me avevano detto diversamente…

    io ogni caso le regole erano chiare ai partecipanti ed era ovvio che potesse succedere qualcosa del genere. in fondo non è tanto diverso da uno che dicesse (ho più voti io in Lombardia che tu in Toscana, merito di più io a farmi eleggere”

    la distinzioen fra sessi è in fondo una sorta di “circoscrizione” biologica, da combinare con le circoscrizioni geografiche

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