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Programmi, agende e coalizioni. Ma dov’è la cultura?

– Stiamo leggendo programmi, agende, punti, progetti. Sono molti. Ma perché nessuno parla di cultura? Se non in basso a destra scritto piccolo piccolo più, si potrebbe dire, per educazione che per altro.

Una comunità trova il suo fondamento e le sue ragioni nell’immaginario condiviso. L’immaginario è la cultura di una società. Una cultura, un immaginario, fatto di segni , di codici, di simboli. Un immaginario fatto di attività e di condivisioni. Una cultura fatta dalla volontà e dall’attenzione a ciò che ci circonda. Ma l’immaginario vive come un organismo di biologico, ossia, va nutrito. Il suo nutrimento è sia l’esperienza personale, il viaggiare attraverso le cose, sia il mondo testuale, cioè, tutto: dai libri al web, dalla tv alla musica, dall’arte al ristorante. Se la cultura/immaginario non trova adeguato sostentamento/nutrizione si sclerotizza. E se la cultura/ immaginario si sclerotizza la comunità si fossilizza in un presente stantio, si inaridisce, perde la sua capacità di trasformazione del presente e di prefigurazione di un futuro vitale, innovativo, e per certi versi salvifico (in tutte le accezione che questa parola comporta). In poche parole si spegne la luce.

Sono convinto, come molti altri, che l’immaginario culturale italiano dopo aver vissuto decenni di grandi stimoli e  grande spinta e di continua innovazione e rafforzamento (innovare e rafforzare fanno il dogma binario di tutte le culture vive) oggi sia ad un punto di arrivo, fermo, statico, asfittico, che vede i termini compiuti della sua sclerosi. Sono convinto, come molti, che incredibilmente ed imperdonabilmente nessuna delle tante forze politiche in campo abbia compreso, a fondo, che il vero vulnus del nostro paese è un vulnus culturale – quindici anni di cloroformizzazione della sperimentazione culturale e quindici anni di anabolizzazione di quei predicati del consumo culturale che vedono nell’industria culturale un luogo economico dove realizzare i massimi profitti azzerando qualsiasi forma di rischio e quindi di innovazione.

L’unica innovazione possibile è stata quella che ha garantito i maggiori guadagni. Ma la cultura non funziona come le automobili. Se per quindici anni guadagno miliardi vendendo auto scadenti non rovino un paese (al limite rovino il brand dell’azienda), ma se per quindici anni vendo cultura di massa vuota, preformattata, annichilita, che va a pescare solo nella pancia del consumatore, così facendo … rovino l’immaginario condiviso di una società – facendo finta, in tal modo, di essere il liberista che non sono, uso il consumo culturale di questo tipo per creare una ideologia diffusa, ossia, quella del non contenuto. Il contenuto del non contenuto è il vero regime che ha devastato l’immaginario italiano e politico degli ultimi lunghi esecrabili anni.

Liberismo, per chi non lo sapesse, non vuol dire schiantare il prodotto e il mercato a fini ideologici, ma trasformare ed innovare il mercato al fine di renderne inestinguibile la sua funzione di volano del benessere sociale. Il benessere sociale è dato da beni materiali e immateriali. Quelli immateriali sono tutti i predicati dell’immaginario. Se annichilisco l’immaginario, solo in Italia non ce ne rendiamo conto, annichilisco anche il mercato. Il mercato culturale, quindi, non dovrebbe essere solo un’area accessoria di investimento delle energie di trasformazione politica, ma un’area primaria. Lo capirono il PCI e la DC, lo ha capito benissimo Berlusconi (ahinoi), lo hanno capito certi gruppi industriali che organizzano i precotti del mainstream culturale … e perché non lo capisce nessun altro? Perché nessun leader e nessuna forza e/o movimento della piazza politica tira fuori la parola “cultura”, ne hanno paura? La considerano una periferia economica?

Pochi hanno capito che il potere berlusconiano è stato organizzato attraverso la sua propria mono diretta ricapitalizzazione dell’immaginario culturale degli italiani. Se si vuole fondere un nuovo Paese, o se si vuole sfasciare un vecchio paese, bisogna investire nelle politiche culturali. Cinema, tv, editoria, web, nuovi luoghi di aggregazione, nuovi programmi didattici, arte, viaggi e via dicendo. Le economie avanzate sono culture avanzate, le economie in crisi sono culture in crisi. Parlano tanto della California e della Silycon Valley – bene – ma secondo voi perché alcuni tra i maggiori e più grandi e più innovativi gruppi industriali al mondo sono tutti lì, raggruppati in pochi chilometri? Perché lì il clima è bello è il vino è buono? No. Perché lì, in California, non si è mai smesso di produrre formule, orizzonti ed esperimenti culturali che hanno portato alla prefigurazione di nuove logiche della cultura mondiale, ossia, nuovi consumi materiali e consumi culturali. Solo chi investe nell’immaginario poi raccoglie nuove possibilità e nuovo benessere sociale.

Che nessuno venga a dire, poi, che in tempo di recessione l’industria culturale vada considerata per ultima – soprattutto in Italia una considerazione del genere è una minchioneria. Noi non abbiamo materie prime . L’unica materia prima che abbiamo è una meta-materia che è fatta da natura (gestita dall’uomo), arte, tradizioni, storia, in poche parole immaginario culturale. Qualcuno a livello di programmi ne parla? Dove?

Qualche giorno fa in un rapporto dell’ Istat si leggeva : “La dimensione culturale è importante in tutte le economie avanzate. È infatti associata positivamente alla crescita del reddito pro capite e assume nel nostro Paese una particolare rilevanza, sia con riferimento alla dotazione di beni storici artistici e culturali sia perché”  cosa fondamentale nella qualità  del concetto di cittadino “ nelle attività ricreative e culturali dei cittadini italiani emergono alcune peculiarità di atteggiamento e di comportamento”. Emergono quando ci si impegna in attività di scambio dell’immaginario. In assenza il cittadino perde di  qualità.

A livello di consumo interno, poi, ci sono altre tristi questioni. Attualmente siamo un popolo pigro, gli stimoli ci rimbalzano. Solo il 45% degli italiani  legge almeno un libro all’anno. Solo il 29 % degli italiani va almeno una volta l’anno in un polo museale. Tutti facciamo finta di essere un paese digitale ma solo il 52 degli italiani va regolarmente on line. Il cinema perde spettatori.

Le famiglie italiane spendono per ricreazione e cultura solo il 6,9% della spesa complessiva, e così l’Italia è tra gli ultimi Paesi Europei in quanto a spesa culturale.

Ma attenzione, non è (solo) un problema economico, di crisi e di pochi soldi in tasca. In Italia si vendono più smartphone che nel resto d’Europa, gli abbonamenti di Sky e Mediaset premium (che sono milioni) costano assai. I soldi “superflui” da qualche parte in molti riescono ancora a farli uscire.

Il 92% degli italiani guarda la televisione e una buona fetta degli italiani non fa nient’altro che guardare la televisione. Ma che televisione guardano, e quale paese gli viene raccontato? Siamo nel paese del monoprodotto  culturale di massa. Questo è, appunto, un problema di qualità culturale, un problema di sclerosi culturale. Se mancano gli stimoli, e se manca una ricchezza di stimoli, questa  è anche una questione politica. Finché non s’investirà nell’immaginario – ricchezza dell’immaginario – difficilmente si cambierà il paese (direbbe Lapalisse).


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Programmi, agende e coalizioni. Ma dov’è la cultura?”

  1. lodovico scrive:

    Probabilmente è crollata un certo tipo di cultura ma non tutta la cultura. E’ in crisi quella che nella religione aveva i suoi fondamenti e che non è stata soppiantata da un’altra consistente. La globalizzazione porterà nuovi valori ed una nuova umanità.Limitiamoci ad investire nella scuola e nella professionalità delle persone.

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