Bersani non ‘silenzierà’ Fassina, ma ha silenziato Matteo Renzi

di LUCIO SCUDIERO – Il grande tema, ai tempi del Porcellum, è quello della selezione dei futuri parlamentari della Repubblica.

A ben guardare, l’esigenza di garantire un trade off accettabile tra democrazia e qualità dei candidati, non ha trovato formule applicative soddisfacenti.

Neppure all’interno del Partito Democratico, che ha sottoposto la compilazione delle proprie liste di candidati al meccanismo delle “primarie” parlamentari.

Secondo Stefano Menichini, a seguito del doppio round primario il Pd sarebbe un partito più autentico, con una classe dirigente più fedelmente rappresentativa del proprio elettorato, ancorchè sbilanciato a sinistra. L’addentellato di questa proposizione è che i democratici – grazie soprattutto a Matteo Renzi che ha convocato la partita e non ha portato via il pallone alla fine del primo tempo – sono oggi più compatti e innovativi di qualsiasi competitor, cosa che gli varrà una facile vittoria elettorale.

In un editoriale pubblicato ieri dal Corsera, Antonio Polito fa mostra di condividere gli assunti di partenza del ragionamento di Menichini, senza approdare però al suo ottimismo (di maniera). L’esito della corsa preferenziale per le candidature in Parlamento ha restituito un Partito Democratico saldamente ancorato a sinistra, che una cinquantina di parlamentari renziani octroyés su potenziali 400 non potranno controbilanciare, gettando alle ortiche quel pezzo di elettorato di centro sinistra che aveva puntato sulla scommessa programmatica del sindaco di Firenze.

La vicenda del PD è tanto più grave e seria quanto più si consideri che quel partito sarà l’architrave della prossima legislatura in tempi di crisi e agende europee e che insomma, più che silenziare Fassina, Bersani e le sue primarie parlamentari hanno silenziato l’uomo che su quell’agenda, dentro il PD, garantiva più degli altri, cioè Matteo Renzi.

La cui strategia, se non rispondesse ad un disegno di lungo periodo – raccogliere i cocci di un partito schiantatosi contro la ruvidezza della realtà fra due anni – avrebbe dell’insano.

Al primo turno delle primarie per la scelta del candidato premier, infatti, avevano partecipato 3, 2 milioni di elettori, il 40 per cento circa dei quali preferì Renzi. Quelle elezioni, come tutte le primarie, funzionarono come di solito funzionano, cioè soltanto su di un impianto di tipo maggioritario. Al contrario, laddove utilizzate per determinare l’ordine di candidatura in lista tra una miriade di pretendenti, esse si trasformano nella più canonica delle elezioni proporzionali su base preferenziale. E le preferenze – come notava Carmelo Palma – sempre preferenze sono, che siano espresse prima delle elezioni o durante esse.

Risultato? Ha vinto l’apparato, sia centrale che locale, quello che in ogni caso è più capace di controllare il voto organizzato, mentre l’uomo scelto dal 40 per cento di oltre tre milioni oggi si accontenta – e tace – di avere il 15 per cento di gruppi parlamentari che seguiranno una direttrice programmatica opposta rispetto a quella favorita da circa un milione e trecentomila elettori del PD.

Renzi doveva disinnescare il trucco di definire primarie elezioni che primarie non erano. Ma non ci è riuscito, intrappolato dai suoi avversari nel nominalismo della formula elettorale e nella vulgata politicamente corretta della sua intrinseca democraticità, anche se applicata a situazioni punto difformi da quelle per le quali funziona. Per non “tradire” (mai verbo fu più inappropriato in politica) il partito, Renzi ha “tradito” i suoi elettori, rinunciando a rappresentarne le istanze al tavolo che contava, che è quello che decide i seggi in Parlamento.

Pietro Ichino se n’è andato, e ha fatto bene. Perché Fassina non starà zitto, ma per fortuna neppure lui.

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Twitter: @Antigrazioso


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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