Il “radical centrism” di Mario Monti, che pochi vogliono vedere

di FEDERICO BRUSADELLI – “Il suddividersi delle forze politiche secondo il vecchio schema destra-sinistra genera disorientamento dell’opinione pubblica ed è una delle cause dell’inconcludenza che caratterizza gravemente la politica italiana“, spiega Mario Monti a proposito della sua Agenda.

Ma spiega anche – per fugare il sospetto che questa demolizione dei due assi portanti della politica novecentesca possa essere solo il preludio alla rinascita di un “centrino” ricattatorio – che la forza politica in via di costruzione “non intende collocarsi “al centro” tra una destra e una sinistra ormai superate, bensì costituirsi come elemento di spinta per la trasformazione dell’Italia, in contrapposizione alle forze conservatrici, prone ad interessi particolari,  a protezioni corporative  o addirittura dichiaratamente anti-europeiste“.

Un soggetto politico, spiega ancora il premier, che nasce con “l’ambizione di raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani“. E che promette di essere addiritturalaico e pluralista, giusto per annacquare un po’ quella caricatura che dipinge una coalizione montiana teleguidata dalla Santa Sede e dalla Cei.

Vicino al mondo cattolico eppure avversario di “quei partiti – sono sempre parole del presidente del Consiglio – che usano i valori etici, spesso disattesi nella realtà, come arma, come un’accetta contro i rivali“. Fuori dagli schemi del novecento, eppure non privo di ambizioni maggioritarie.

Non è un rifiuto a priori del bipolarismo, il binario sul quale si muove il convoglio “montiano”, quanto il tentativo di una sua riscrittura. Un po’ quello che – in maniera sguaiata e forse inconsapevole – fa anche il movimento di Beppe Grillo: sfuggire alle categorie di chi è rimasto in sala dopo i titoli di coda del Novecento per costringere le altre forze politiche a scendere sul campo dei problemi e delle soluzioni. Che nel caso di Grillo sono l’antipolitica e le piste ciclabili, nel caso di Monti l’Europa, la spesa pubblica, il lavoro, la crescita economica.

Tutti temi che richiedono scelte di campo nette e coraggiose, e per questo poco moderate. Questioni che impongono semmai di schierarsi su un asse culturale e ideologico diverso dalla generica divisione tra destra e sinistra (che serviva a poco già prima, figurarsi ora nel mezzo di una crisi globale che sta riscrivendo le regole della politica, dell’economia, della storia) e molto più simile a quello individuato da Friedrich von Hayek nella “faglia” che separa la via socialista da quella liberale.

Come a dire: se la destra è Storace e la sinistra è Fassina, non si può biasimare chi dovesse decidere di restare al centro. Ed è da questo centro, dunque, che il premier intende sfidare le altre forze politiche, e intende farlo con una piattaforma a suo modo progressista, schierata contro i conservatorismi che si annidano tanto dalle parti di Bersani quanto in quel che resta del campo berlusconiano.

Insomma, questo Monti che si confessa “progressista più che moderato“, che se la prende con i conservatori Vendola e Fassina e che invoca riforme ispirate al “radical centrism”, più che l’artefice di una stinta Dc sembra il David Cameron del 2010, quello che accusava i laburisti di uno stanco Gordon Brown di essere “reazionari” e definiva se stesso un “radicale” e i Conservatori un “party of progress”. Comunque vada, non sarà un centrino.


Autore: Federico Brusadelli

Nato a Roma trenta anni fa, si laurea in Lingue e civiltà orientali presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Dal 2009 al 2011 lavora presso la Fondazione Farefuturo, occupandosi del webmagazine diretto da Filippo Rossi, con il quale in seguito collabora alla nascita del quotidiano Il Futurista. Giornalista professionista, dal 2013 è dottorando in Studi Asiatici presso l’Università di Napoli “L’Orientale”.

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