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Berlusconi, Bersani, Monti, la volpe e l’uva

– Nel suo ultimo messaggio di fine anno, il Presidente Napolitano ha ribadito chiaramente ciò che già modestamente avevamo ricordato, vale a dire che la critica bipartisan alla “salita in politica” di Monti non ha nulla a che fare con questioni di legittimità giuridica o di correttezza istituzionale, essendoci stati precedenti in senso analogo.

L’autorevole attività di disvelamento consente di cogliere altri due aspetti rimasti un po’ sottotraccia, a causa dell’innalzamento del fuoco di sbarramento contro l’ispiratore di questa nuova offerta politico-elettorale.
1) In verità, rileggendo le numerose dichiarazioni dei leader di PD e PDL antecedenti all’ormai famoso tweet del 25 dicembre, ci si accorge che la principale accusa mossa a Monti non è quella di essere salito in campo, ma di non averlo fatto con loro.
Al riguardo, pare utile riportare rispettivamente queste due citazioni di poco precedenti:
– Berlusconi (intervento in occasione della manifestazione Italia Popolare 16 dicembre 2012): “L’Italia dei moderati è maggioranza nel Paese. Nell’attuale contesto, se lo riterrà, il professor Mario Monti potrà essere il federatore di quest’area (…) se Monti accettasse l’invito che più volte gli ho rivolto, da ultimo a Bruxelles di fronte alla platea del Ppe, non sprecheremo certo un’occasione storica per vincere le elezioni”.
In particolare, è bene osservare che non ha nessuna rilevanza la serietà della proposta, cioè se era un’offerta sincera o no; ciò che invece importa è che, sul piano logico, se si invoca con forza l’impegno politico di un individuo, non si può poi lamentare un vulnus ai sacri principi morali e istituzionali, qualora questo impegno maturi in altre direzioni politiche.
– Bersani (incontro con stampa estera del 13 dicembre 2012): “Ho detto al presidente Monti e anche pubblicamente che ritengo che questa figura debba continuare ad avere un ruolo per il nostro Paese (…) Il giorno dopo le elezioni, se toccasse a me, il primo colloquio vorrei farlo con Monti per ragionare assieme (…) Confermo la mia intenzione di avere il presidente Monti impegnato sul grande fronte italiano. Il suo ruolo si discute e si decide assieme, vedrà anche lui”.

Questa dichiarazione, tra l’altro fino ad allora ripetuta in identico modo innumerevoli altre volte (a differenza delle istrioniche capovolte berlusconiane degli ultimi tempi), cela sotto le vesti di una inappuntabile correttezza istituzionale un messaggio politico preciso, attribuendo all’auspicato comportamento elettoralmente omissivo di Monti il valore implicito di sostegno alla futura coalizione di centro sinistra, grazie all’esca di un sicuro e comodo incarico di prestigio.

Ciò sembra dimostrare che il principale motivo di risentimento di entrambi per l’impegno politico di Monti sia dovuto ad una pragmatica valutazione di comune (s)convenienza elettorale.

2) Un secondo e più importante aspetto riguarda il merito politico, nel senso che censurare Monti per una presunta “slealtà” permette di trasporre sul piano comportamentale ciò che è invece una significativa (Bersani) o radicale (Berlusconi) presa di distanza politica dalla c.d. Agenda Monti, cioè il piano di riforme avviato da questo Esecutivo con una nuova metodologia di governance.
Al riguardo, il PDL, dopo avere sostenuto questo Governo, ha improvvisamente mutato posizione, ritenendo di dovergli attribuire la responsabilità della gran parte delle difficoltà economiche e sociali attuali; il PD ha invece fino alla fine fatto avere il proprio voto di fiducia, dicendo contestualmente che bisogna comunque andare oltre l’Agenda Monti.

Senza voler entrare nel merito delle due posizioni, è innegabile che esse segnino uno smarcamento dall’esperienza di Governo appena conclusa, alla quale, tutt’al più, si è disposti a concedere l’onore delle armi della riconquistata credibilità nei confronti della comunità internazionale e finanziaria.

Pertanto, per quanto possa sembrare paradossale, la salita in politica era una scelta obbligata dalle decisioni politiche dei due grandi partiti, per chi in coscienza ritenesse fondamentale per il Paese continuare nel difficile cammino delle riforme, appena avviato tra mille difficoltà e che sarebbe impossibile fare proseguire in assenza di una significativa rappresentanza parlamentare che né PD né, tantomeno, PDL potevano garantire.

In conclusione, PD e PDL censurano per convenienza elettorale una scelta che loro stessi avrebbero potuto scongiurare, soltanto se avessero compreso che il Governo Monti non era un incidente di percorso, dopo il quale tutto sarebbe tornato come prima, ma un turning point della nostra storia.
Così non è stato e la cosa non ci sorprende affatto, perché forse è stata la scarsa visione strategica di questa classe dirigente ad averci portato ad un passo dalla catastrofe. Ma non temete, è già cominciata l’opera di revisione storiografica, con l’immancabile versione complottista.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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