Gli Stati Uniti e il rischio fiscal cliff

– Questi primi giorni del 2013 sono, senza ombra di dubbio, dominati dalla tematica del provvedimento sul “fiscal cliff” americano, ovvero un intervento fiscale che negli Stati Uniti che eviterebbe quel “precipizio fiscale” per cui, dal 1° gennaio, entrerebbe in vigore automaticamente un mix tra taglio della spesa pubblica e aumento della pressione fiscale rispettivamente di 200 e 500 miliardi di dollari, segnando la fine dei tagli alle tasse introdotti dall’amministrazione di George W. Bush.

Tale entrata in vigore fermerebbe inevitabilmente la ritrovata crescita del PIL americano, con tassi che potrebbero addirittura tornare nuovamente negativi dal 2014 e con pesanti conseguenze su tutta l’economia mondiale che cerca di uscire dalla crisi. A lanciare l’allarme è stato innanzitutto il Fondo Monetario Internazionale, che stima una crescita del PIL americano del 2,25%, ma solo in caso che non entrino in vigore le misure del fiscal cliff.

Negli Stati Uniti, quando un organismo internazionale fa delle pressioni per approvare un determinato tipo misure fiscali, non si tende a inseguire le facili sparate propagandistiche contro il “complotto internazionale” e non si parla di “commissariamento”. Per questo, le forze politiche si sono adoperate per scongiurare il peggio, seppure con scarso successo visto che teoricamente si è già fuori tempo massimo. Il fiscal cliff, infatti, è in atto, visto che le misure di tassazione e taglio della spesa entravano in vigore già il 1° gennaio. Nonostante ciò, comunque, il Senato americano ha votato il 31 dicembre a favore di un pacchetto di provvedimenti ora al vaglio della Camera dei Rappresentanti. Gli “Yea” hanno prevalso con 89 voti contro gli 8 “Nay”, provenuti da alcuni influenti personalità dei Repubblicani, tra i quali Rand Paul e, soprattutto, Marco Rubio e da parte di tre senatori Democratici, due moderati e il liberal Tom Harkin, che ha bocciato il testo perché troppo concessivo nei confronti dei repubblicani.

Ad ogni modo, il provvedimento è passato e, se il passaggio alla Camera Bassa avrà esito positivo, si potrà definire scongiurato il rischio del precipizio.
Tale accordo sul fiscal cliff, se dovesse passare senza emendamenti ed essere quindi approvato definitivamente, rappresenterebbe una sostanziale vittoria della linea di Obama, poiché non taglierebbe la spesa pubblica se non di 15 miliardi di dollari (sarebbe da rivedere a Marzo il taglio automatico del bilancio di Difesa ma verrebbero salvaguardati il Medicare e il sussidio di disoccupazione) e aumenterebbe le entrate di 620 miliardi in 10 anni, pur salvaguardando le fasce di reddito più basse (sotto i 400 mila dollari l’anno per i single e 450 mila per le famiglie) che manterranno le aliquote dell’era-Bush.

I grandi redditi si vedrebbero alzare l’aliquota della tassa sul reddito dal 35% al 39,6% e quella sui guadagni di capitale e i dividendi, dal 15% al 20 per cento, mentre le altre risorse giungerebbero dai proventi dell’aumento della tassa di successione al 35% (40% sui lasciti oltre i 5 milioni di dollari) un allargamento del cuneo fiscale sul costo del lavoro. Una misura, quest’ultima, che rischierebbe di rivelarsi un boomerang, vista la reale possibilità che si tramuti in una minore disponibilità di reddito nelle fasce più povere a basso tasso di risparmio.

L’approvazione della Camera dei Rappresentanti, comunque, si prospetta come un ostacolo più grosso, dal momento che lì la maggioranza è del Partito Repubblicano. Nonostante il voto del 31 dicembre fosse frutto di un accordo tra i due partiti, infatti, il leader dei Repubblicani alla Camera Bassa Eric Cantor ha già dichiarato di non sostenere la proposta di legge, mentre Brendan Buck, un portavoce dello Speaker John Boehner ha dichiarato che “la mancanza di tagli alla spesa nella proposta passata al Senato è stato elemento universalmente preoccupante tra i membri nell’incontro di oggi“. A ciò si aggiunge il giudizio del Congressional Budget Office che ha bocciato il testo votato ieri: i bassi livelli di tassazione per il 99% circa degli americani porterebbero a un aumento del deficit di 4000 miliardi di dollari in 10 anni.

L’America e il mondo intero sono ora con il fiato sospeso, poiché è anche probabile che il testo possa essere nuovamente emendato e rimandato al Senato. Il tutto mentre i giorni passano.

NdR: Mentre pubblichiamo l’articolo, il pericolo paventato pare scongiurato: anche la Camera dei Rappresentanti ha votato il provvedimento, con conseguenti effetti positivi sui mercati internazionali. Il tutto, come l’autore dell’articolo giustamente ci ricorda, senza menzionare complotti mondiali.


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

One Response to “Gli Stati Uniti e il rischio fiscal cliff”

  1. Lazzaro scrive:

    ” le fasce di reddito più basse (sotto i 400 mila dollari l’anno per i single e 450 mila per le famiglie”…

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