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Oggi finisce il 2012, un anno ‘immobile’

– Ma si può sapere che cosa è cambiato nel 2012? Sembra di essere alla fine del 2011. L’anno apocalittico che si annunciava con oscuri presagi e rivoluzioni in corso, è passato all’insegna dell’immobilismo.

Partiamo, per esempio, dalla prima potenza mondiale, gli Stati Uniti. Il 2011 si era concluso con Barack Obama presidente e un Congresso per metà repubblicano (alla Camera). Lo scenario di oggi è identico. E analoghe sono le difficoltà del presidente a far accettare, ad un’opposizione parlamentare restia, i propri disegni strategici sul budget e sulla riforma sanitaria. Come ha fatto l’America a rimanere così uguale? Il 2012 è stato l’anno delle elezioni presidenziali più conservatrici degli ultimi tempi. Con una campagna delle primarie repubblicane dalla quale si sono ritirati tutti i potenziali volti nuovi (Marco Rubio, Rand Paul, Chris Christie e Paul Ryan, unico ripescato, ma non alla presidenza), la destra americana ha scelto il “vecchio” uomo di establishment, Mitt Romney, senza troppa convinzione. Le nuove tendenze in crescita, prima fra tutte quella del Tea Party, non hanno trovato spazio. Anzi, l’establishment repubblicano ha fatto di tutto e tuttora fa il possibile per “metterci sopra il cappello” e addomesticarle. C’è da dire che anche a sinistra non si muove una foglia. Il movimento Occupy Wall Street, amato più dai giornalisti che dalla gente comune, è praticamente finito. A un anno dalla sua formazione, non solo non è cresciuto, né ha rinnovato la classe dirigente democratica, ma sembra definitivamente defunto. Se non per quelle poche migliaia di reduci dell’occupazione di Zuccotti Park (di New York) che si sono ritrovate a celebrare il primo anniversario del movimento. E per i film autocelebrativi che i registi di Hollywood (miliardari che contestano i miliardari) hanno già in cantiere. Alla fine ha vinto Obama, come era prevedibile, ma con molte più difficoltà del previsto. Nonostante la debolezza del suo sfidante, la competizione è stata un testa-a-testa fino all’ultimo giorno. Gli americani hanno optato per conservare la vecchia amministrazione, lo hanno fatto senza troppa convinzione e nonostante le dure delusioni subite: una disoccupazione sempre al di sopra dell’8%, un debito pubblico che ha ampiamente superato la soglia del 100% sul Pil, un disastro diplomatico con l’assassinio dell’ambasciatore in Libia. Un’offesa gravissima a cui l’amministrazione democratica, tuttora, non ha saputo rispondere.

Proprio a proposito di Libia e Nord Africa, le rivoluzioni del 2011 hanno prodotto pochi frutti. E amari. Nessuno dei Paesi che, nell’anno precedente, ha cambiato regime, è riuscito a darsi una forma di governo democratica. La Libia non ce l’ha fatta neppure a dotarsi di un governo vero e proprio e continua ad essere amministrata da milizie e comitati. L’Egitto, il caso potenzialmente più pericoloso, ha un capo dello Stato e (da una settimana) una nuova Costituzione islamici radicali. Ma, almeno finora, il presidente Morsi non si è comportato da fondamentalista rivoluzionario. Anzi: sembra la fotocopia del vecchio dittatore Hosni Mubarak. Ed è proprio questo che i democratici locali non digeriscono. Nelle ultime settimane del 2012 l’Egitto è stato scosso da violente manifestazioni contro la nuova Costituzione islamica, ma, come era prevedibile, i contestatori non sono riusciti a fare massa critica. Ela Costituzione è stata approvata da un referendum, senza arrivare (almeno per ora) alla temuta guerra civile. Con la nuova legge suprema, l’Egitto congela la sua società civile a quello che è già oggi: una maggioranza islamista e una minoranza (di laici e cristiani) con sempre meno diritti. Chiunque sperasse in un cambiamento, dopo la cacciata di Mubarak, è rimasto profondamente deluso. Ma, allo stesso tempo, anche chi temeva l’instaurazione di una teocrazia (di tipo iraniano) in Egitto, o una nuova guerra fra Egitto e Israele, almeno fino alla fine del2012, ha potuto tirare un sospiro di sollievo.

Nel Medio Oriente la guerra è scoppiata di nuovo, sul confine più instabile di tutti: quello fra Gaza e Israele. E si è svolta come da copione: razzi palestinesi su Israele, raid israeliani su Gaza, manifestazioni pacifiste a senso unico (solo in difesa di Gaza), indignazione popolare a senso unico (solo contro Israele), sostegno americano allo Stato ebraico, sostegno iraniano a Hamas, mediazione e cessazione delle ostilità gestite dall’Egitto. L’ultimo conflitto di Gaza è la miglior dimostrazione che le rivoluzioni arabe del 2011, non hanno cambiato nulla di sostanziale.

In Siria, nel frattempo, continua la guerra civile fra i lealisti di Assad e i suoi multiformi nemici rivoluzionari. Il regime sembra essere arrivato al capolinea. Ma sembrava al capolinea anche alla fine dell’anno scorso. Finché dura l’appoggio della Russia, sarà impossibile qualsiasi intervento internazionale contro Damasco. E la situazione sul campo rimarrà invariata: il regime è troppo forte militarmente per essere scacciato, ma troppo debole politicamente per riuscire a riportare l’ordine nel Paese. Cambiano solo (e in misura drammatica) le cifre sulle vittime di guerra: alla fine dell’anno scorso erano 20mila, adesso sarebbero più del doppio secondo le stime dell’Osservatorio dei Diritti Umani in Siria.

Sullo sfondo dello scenario mediorientale, continua la guerra silenziosa dell’Iran contro il resto del mondo. Il suo programma nucleare procede. In pochi anni, forse addirittura entro l’anno prossimo, potrebbe diventare una potenza dotata di bombe atomiche. L’unica arma ufficialmente impiegata dall’Occidente sono le sanzioni. Ma è in corso una campagna segreta fatta di attentati contro gli scienziati nucleari, virus informatici, e ricognizioni di droni nello spazio aereo iraniano, della quale nessuno rivendica alcuna responsabilità. Gli iraniani, tutt’altro che attori passivi, hanno provato ad uccidere ambasciatori israeliani ovunque possibile, da un capo all’altro dell’Asia. Alla fine sono riusciti ad ammazzare solo un gruppo di innocenti turisti israeliani in Bulgaria, lo scorso luglio. Ma, anche qui, Teheran, nega ogni responsabilità. Questa guerra andrà avanti finché l’Iran non si doterà delle sue prime armi nucleari. O finché Israele non deciderà di prevenirle. Per ora appare solo come un lungo e sanguinoso stallo.

La Russia, che si è ritagliata il ruolo di protettrice sia del regime della Siria, sia di quello dell’Iran, sia all’estero che all’interno non mostra alcuna propensione al cambiamento. A comandare ci sono sempre Putin e Medvedev, ma a ruoli invertiti: adesso il primo è di nuovo presidente e il secondo è premier. All’inizio dell’anno, con le manifestazioni a Mosca contro i brogli delle elezioni parlamentari, sembrava che la rivoluzione avesse raggiunto anche quei lidi europei orientali. Ma l’opposizione non ha saputo esprimere altro che un gruppo di ragazze anarchiche, le Pussy Riot, arrestate per blasfemia e affronto al potere e duramente punite. Sono diventate il simbolo della protesta contro il Cremlino… ma solo agli occhi dei giornalisti e degli artisti occidentali. Perché in patria sono odiate per aver profanato la cattedrale di Cristo Salvatore, luogo simbolo della rinascita del cristianesimo, ricostruita e riconsacrata nel 2000 sulle ceneri della storica cattedrale fatta demolire da Stalin nel 1931.

L’altra grande potenza orientale, la Cina, ha cambiato tutto per non cambiare nulla. Nel2012 ha epurato la “cricca” di Bo Xilai, che poteva mettere in pericolo la stabilità del regime con la sua retorica giustizialista e maoista. E poi Pechino ha rinnovato il Politburo, selezionando fidati “principi rossi”, figli dei padri della rivoluzione, per far sì chela Cina continui sempre sulla sua strada: graduali riforme economiche, modernizzazione dell’esercito, conservazione del monopolio di potere del Partito Comunista. Alle periferie dell’“impero” aumentano le liti sul possesso, più simbolico che altro, di isole, isolotti e scogli contesi con il Giappone, il Vietnam, le Filippine. Nessuna di queste crisi è stata abbastanza grave da far scoppiare un conflitto.

Alle porte orientali della Cina, piuttosto, Corea del Nord e Corea del Sud sono sempre sul filo del rasoio. Nel “regno eremita” settentrionale, è morto il vecchio dittatore Kim Jong-il, sostituito dal figlio Kim Jong-un. Se alcuni analisti si attendevano grandi cambiamenti, sono rimasti delusi: l’unico cambiamento sono solo le due lettere finali del nome del nuovo dittatore. Che, in qualsiasi campo si applichi, è l’esatta controfigura del padre. Le sue continue provocazioni militari, prima o poi, potrebbero far scoppiare una guerra? Dipende dalla fine che vorrà fare il regime di Pyongyang, che ha solo tre scelte: affamare il popolo sino alla fine, far scoppiare una guerra suicida o farsi da parte.

Anche l’altro “ultimo paradiso” comunista, Cuba, ha iniziato l’anno annunciando grandi riforme. Ma alla fine il regime di Raul Castro ha cambiato qualche dettaglio, liberalizzando pochissime attività e portando a termine una limitata riforma sui permessi di uscita che potrebbe rivelarsi una grande delusione per tutti coloro che vogliono lasciare l’isola.

Resta solo da capire che cosa voglia fare da grande l’Unione Europea. Perché agli annunci e alle promesse di maggiore unità politica, indotti dalla crisi economica, non sono seguiti i fatti. L’Ue resta quella pre-crisi, non ha saputo adattarsi alle nuove e drammatiche circostanze. L’unica tendenza politica realmente nuova e visibilmente in crescita è piuttosto quella dei separatismi: Catalogna, Scozia, Fiandre potrebbero presto salutare Madrid, Londra e Bruxelles. Ma lo si vedrà solo nei prossimi anni. Perché per ora, questo 2012, si chiude così come era iniziato. I problemi ribollono, in Europa come nel resto del mondo, ma restano sotto il coperchio di una pentola a pressione. Speriamo che non scoppi tutto nel 2013.

 


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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