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Il ricavato della lotta all’evasione per abbassare le tasse? Bene, ma…

– È opinione comune che l’alta evasione fiscale sia al contempo causa e conseguenza dell’elevata pressione fiscale effettiva.
Da un lato un’eccessiva tassazione induce a sfuggire al fisco; dall’altro, se sono pochi a nutrire un erario chiamato a far fronte ad una spesa pubblica che supera il 50% del PIL, chi non può sottrarsi al fisco viene tartassato per compensare il mancato gettito conseguente alla diffusa evasione fiscale.

Di qui l’idea più che sensata di utilizzare le risorse derivanti dalla lotta all’evasione fiscale per ridurre il livello di tassazione. Questo principio trova un primo addentellato normativo nel decreto legge crescita (dl 138/12), che all’articolo 2, comma 36, periodi 3 e 4 recita:

“A partire dall’anno 2014, il Documento di economia e finanza conterrà una valutazione delle maggiori entrate derivanti, in termini permanenti, dall’attività di contrasto all’evasione. Dette maggiori entrate, al netto di quelle necessarie al mantenimento del pareggio di bilancio ed alla riduzione del debito, confluiranno in un Fondo per la riduzione strutturale della pressione fiscale e saranno finalizzate alla riduzione degli oneri fiscali e contributivi gravanti sulle famiglie e sulle imprese”.

Con la legge di stabilità viene anticipata di un anno l’attivazione di questo automatismo. Una buona notizia, anche se il concreto funzionamento e l’efficacia di questo fondo sono tutti da vedere.

L’articolo 1, comma 299 della legge di stabilità, infatti, sostituisce i citati periodi con i seguenti:

“A partire dall’anno 2013, il Documento di economia e finanza contiene una valutazione, relativa all’anno precedente, delle maggiori entrate strutturali ed effettivamente incassate derivanti dall’attività di contrasto dell’evasione fiscale. Dette maggiori risorse, al netto di quelle necessarie al mantenimento dell’equilibrio di bilancio e alla riduzione del rapporto tra il debito e il prodotto interno lordo, nonché di quelle derivanti a legislazione vigente dall’attività di recupero fiscale svolta dalle regioni, dalle province e dai comuni, unitamente alle risorse derivanti dalla riduzione delle spese fiscali, confluiscono in un Fondo per la riduzione strutturale della pressione fiscale e sono finalizzate al contenimento degli oneri fiscali gravanti sulle famiglie e sulle imprese, secondo le modalità di destinazione e di impiego indicate nel medesimo Documento di economia e finanza”.

Senz’altro la finalità, ribadita, di intervenire per alleggerire il fisco in primis su imprese e famiglie è condivisibile. È una priorità indicata anche nell’agenda Monti e si coniuga con l’esigenza di far ripartire l’economia con una detassazione dei redditi delle imprese e delle persone fisiche. Al di là delle nobili intenzioni, vanno però rimarcate alcune debolezze.

Per prima cosa, si nota che l’automatismo non è esattamente tale. Viene ribadito che le risorse derivanti dalla lotta all’evasione dovranno servire innanzitutto al mantenimento dell’equilibrio di bilancio e alla riduzione del rapporto tra il debito e il prodotto interno lordo. Non sono specificati né dati quantitativi che descrivano i primi due obiettivi (equilibrio di bilancio e abbattimento del debito pubblico), né, di conseguenza, quale quota parte del ricavato dalla lotta all’evasione possa essere destinata alla riduzione della pressione fiscale.

Lo deciderà autonomamente il prossimo Governo in sede di redazione del Documento di economia e finanza. Ora, una norma di legge che demanda una decisione inerente politiche di bilancio ad un documento programmatico del Governo senza nemmeno fissare dei criteri non ha alcuna cogenza e può essere paragonata ad una mera dichiarazione di principio. Di fatto, è come se non esistesse.

In corso di approvazione della legge di stabilità è stata, invece, corretta la definizione di ciò che deve essere valutato nell’ambito del Documento di economia e finanza: non in generale le maggiori entrate strutturali, ma quelle effettivamente incassate.
Una specificazione doverosa, che fa onore a chi, negli uffici legislativi del Governo o negli uffici della Camera, ha proposto tale riformulazione, ma che alza il coperchio su alcuni vizi di retorica che contraddistinguono molte delle dichiarazioni sui risultati della lotta all’evasione di questi ultimi anni.

I comunicati stampa dell’Agenzia delle entrate, ad esempio, parlano, per il 2011, di 30,4 miliardi di euro di maggiori imposte accertate (contro i 27,8 del 2010). All’accertamento deve segue necessariamente la riscossione. Se il contribuente non è solvente perché non ha le possibilità di far fronte al pagamento delle imposte, all’accertamento non segue l’effettivo incasso dell’importo da parte dell’erario.

Più corretto quindi parlare delle maggiori imposte riscosse. Queste, nel 2011, secondo l’Agenzia delle entrate, sono pari a 12,7 miliardi di euro, contro gli 11 miliardi del 2010. La norma contenuta nel decreto legge crescita prevede però che siano destinate, tra le altre cose, anche alla riduzione della pressione fiscale le maggiori entrate strutturali. Se poi la norma, che possiamo definire “programmatica”, ha ad oggetto non il totale delle somme recuperate con la lotta all’evasione, ma quelle derivanti dall’utilizzo dei nuovi strumenti alla lotta all’evasione posti in essere negli ultimi anni, le maggiori entrate “strutturali” derivanti dal contrasto all’evasione, come si legge in “Sudditi”, pubblicato dall’IBL e a cura di Nicola Rossi, si attesterebbero a circa 1,3 miliardi di euro l’anno. Questa la cifra del contributo aggiuntivo della lotta all’evasione calcolato nella media del periodo 2006-2011. Un dato molto meno ad effetto di quelli diffusi ogni anno dall’Agenzia delle entrate.

Il prossimo anno, raccolti i dati definitivi dell’Agenzia delle entrate (per ora pare che ai primi di dicembre sia stata superata la soglia degli 11 miliardi di euro di maggiore somme riscosse), potremo verificare se dette entrate siano strutturali e consolidate e, quel che più importa, in che modo verrà data applicazione ad una disposizione tanto giusta quanto foriera di tante, troppe interpretazioni.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Il ricavato della lotta all’evasione per abbassare le tasse? Bene, ma…”

  1. PIO scrive:

    GUARDA CHE SONO DECENNI CHE SENTO PARLARE DI ABBASSARE LE TASSE DOPO AVER FATTO LA LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE.
    IERI E’ VENUTO L’IDRAULICO, HA VOLUTO 25 EURO PER UN LAVORO DI TRE MINUTI, IN NERO.
    PER COMBATTERE L’EVASIONE OCCORRE SOLTANTO CHE IO POSSA SCARICARE TUTTI QUEI EURO, E CHIEDERE LA RICEVUTA. SE NO CHE CHIEDO?

    QUANTI SECOLI DOVRANNO PASSARE PERCHE’ CIO POSSA FARLO?

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