I magistrati in politica, strumentali per chi li sfrutta e per chi li combatte

di DANIELE VENANZI – Ieri mattina, in una conferenza stampa al fianco di Pierluigi Bersani, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha annunciato la sua intenzione di candidarsi alle prossime elezioni politiche nelle liste del Partito Democratico. Lo ha fatto con serietà, la stessa che ne ha contraddistinto la lunga carriera nella magistratura. Lo ha fatto sottoponendo al CSM una richiesta di pensionamento anticipato al prossimo febbraio e con la ferma e irrevocabile intenzione di spogliarsi definitivamente della toga prima di entrare nell’agone politico.

E’ questo senso di responsabilità che distingue la candidatura di Grasso da quella di chi, invece, non ha alcuna intenzione di rinunciare alla “guarentigia”, per tornare poi ad indossare la toga al termine dell’esperienza politica.
L’ormai ex capo dell’antimafia, invece, ha deciso di intraprendere da ora in poi una carriera esclusivamente da uomo politico, e tanto basta a ribattere facilmente alle accuse di ipocrisia di chi rilegge oggi le sue critiche al comportamento di Ingroia, che – a sua detta – avrebbe sbagliato a partecipare al comizio di un partito e a fare politica utilizzando la propria funzione.

Tuttavia, sebbene più che legittima e schietta, la probabile candidatura di Pietro Grasso va a nutrire ulteriormente quella già folta lista di discese (o salite, direbbe qualcuno) in campo da parte di giudici e magistrati – dimissionari o in aspettativa che siano – che costituisce la peculiare anomalia italiana dell’ultimo ventennio. Con l’annuncio dato da Grasso sono salite a quattro le richieste di aspettativa sottoposte al CSM relative ad impegni in questa tornata elettorale; le altre sono quelle di Antonio Ingroia, Stefano Amore e Stefano Dambruoso. Certamente, l’Italia non guarda a tali iniziative come una novità o una rarità: basti pensare a Di Pietro, De Magistris, Nitto Palma, Emiliano, Mantovano, la Finocchiaro e molti altri.

In un’intervista a La Stampa, il segretario dell’Associazione Nazionale dei Magistrati Maurizio Carbone sostiene che questa tendenza elettorale ad aggiudicarsi l’endorsement di magistrati di peso faccia comodo in primo luogo agli stessi partiti che lamentano l’ingerenza politica di parte della magistratura e che, per questa ragione, non si riescano a porre argini precisi al fenomeno, come norme che “dovrebbero prevedere limiti più rigorosi, impedendo al magistrato eletto o candidato di rientrare nella stessa sede dove ha accettato la candidatura”. Il suo collega Rodolfo Sabelli, presidente dell’Anm, sostiene in un’intervista a Repubblica che “una norma che regoli la discesa in campo in politica delle toghe ci vorrebbe e che “la sovrapposizione tra funzione giudiziaria e attività politica potrebbe incidere sull’immagine di imparzialità, indipendenza e autonomia” della magistratura.

In effetti, la prassi comunemente accettata che il cursus honorum di un magistrato possa giungere a termine con un incarico politico, senza che questo comporti alcun rischio per la separazione dei poteri sancita dalla Costituzione, ha le sue controindicazioni. Prima fra tutte, quella che si serva su un piatto d’argento un’occasione irripetibile per recuperare consensi a chi da vent’anni conduce una battaglia strumentale contro la magistratura per cercare di garantirsi l’impunità personale piuttosto che riformare profondamente la giustizia italiana, pur essendo stato titolare di un’ampia maggioranza parlamentare per rinnovare l’intero sistema.

In secondo luogo, si finisce per incrinare il rapporto tra cittadini e organi del potere giudiziario sulla base di constatazioni che hanno un innegabile fondo di verità. Infatti, come fa notare Pierluigi Battista nel suo editoriale sul Corriere della Sera, i magistrati che pretendono di esercitare il loro diritto costituzionale di candidarsi all’occupazione di cariche politiche devono anche riconoscere il diritto dei loro oppositori politici di accusarli di parzialità, visto il significato profondamente e innegabilmente parziale e ideologico di ogni candidatura.

La discesa in campo del procuratore Grasso è certamente legittima, ma risulta difficile comprendere le ragioni di una candidatura a fianco di chi da vent’anni strumentalizza a sua volta la magistratura meramente in chiave strategica e antiberlusconiana. Qualora il PD si aggiudicasse la maggioranza e conferisse a Grasso un incarico di rilievo (si vocifera il dicastero degli Interni o la commissione antimafia), siamo sicuri che il magistrato siciliano adempirebbe al suo dovere con la stessa professionalità con cui ha diretto la procura nazionale antimafia. A destare qualche dubbio, più che altro, è la reale intenzione del PD di fare tesoro dell’endorsement di Grasso per riformare la giustizia italiana piuttosto che usarlo come mero antidoto elettorale all’avanzata di Ingroia e degli “arancioni” tra l’elettorato più radicalmente di sinistra.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

7 Responses to “I magistrati in politica, strumentali per chi li sfrutta e per chi li combatte”

  1. Paolo scrive:

    Ma stiamo scherzando?!

    In parlamento siedono NOVANTASEI avvocati, che TUTTORA ESERCITANO LA PROFESSIONE, e la loro posizione in materia di qualsiasi riforma liberale dell’ordine forense è chiara e compatta: CONTRARI.

    Ben venga un EX magistrato in più, se può servire a ristabilire un minimo di credibilità al sistema giudiziario italiano, oggi minato dai “legittimi impedimenti”, dalle “prescrizioni facili” (sì, facili solo per i ricchi clienti dei PARLAMENTARI-AVVOCATI) e dalla certezza della pena applicata ormai solo ai fumatori di “canne”.

  2. Vulka scrive:

    Mah, guarda: prima svuotiamo quel posto da tutta quella marmaglia, e prima l’Italia potrà veramente dedicarsi alla democrazia come è e non come la male interpretano tutti loro per i loro scopi personali!!!

    Uno in più o meno non fa differenza, tanto è TUTTO da ripulire!

  3. lodovico scrive:

    in america i giudici sono nominati dal parlamento, da noi avviene il contrario: noi nominiamo i giudici in parlamento; mi chiedo dove sta la democrazia e se sia democratica l’america o l’italia con buona pace dei nostri commentatori della Costituzione ( piacerebbe un commento ponderato di Benigni). Atterrito dalla rivoluzione che avverrà nella giustizia da parte dell’antimafia (saranno leggi contro-persona) auguro a tutti una buona fine dopo che siamo stati salvati da Monti

  4. Daniele Venanzi scrive:

    Paolo, quella degli avvocati in parlamento è una lobby come tante (medici, notai, giornalisti…) portatrice di interessi privati che – ci piaccia o no – sono legittimi, proprio come lo è la candidatura di un magistrato. Il problema che si pone in presenza di alcuni magistrati che pretendono di fare avanti e indietro tra il transatlantico e i corridoi di qualche procura è la minaccia alla separazione tra i poteri, che è il fondamento dello stato di diritto. L’avvocato, al contrario di un giudice o di un magistrato, non esercita un potere giudiziario

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