di LUCIO SCUDIERO – Al Senato converrebbe presentare una lista unica, abbassando lo sbarramento dal 20 all’otto per cento. Alla Camera no, per ragioni inverse: lo sbarramento, per le liste coalizzate, non uniche, sarebbe al due per cento, a condizione che la coalizione raccolga almeno il 10 per cento dei suffragi elettorali. Questo è il calcolo, cinico e baro, che agita i sonni dei leader centristi e anima le trattative in corso per la compilazione delle liste elettorali. Questa è, evidentemente, la forma mentis di una classe dirigente (inclusa quella autodefinentesi non-politica) abituata a ragionare nell’ottica dell’autoconservazione del proprio potere interdittivo, in assenza di occasioni facili per accrescerlo.

L’operazione Monti è, al contrario, la patente sconfessione di una simile logica. E’ stato chiaro fin dalla sua genesi. Un leader di scala superiore rispetto a quella dei suoi competitors e supporters –   la cui neutralità era circuita, caldeggiata e corteggiata dal sistema politico (quasi) intero, con la promessa di essere remunerata attraverso il riconoscimento della comoda qualifica di “riserva della Repubblica” – decide di rischiare un coinvolgimento politico diretto lanciando una sfida affascinante sotto molti punti di vista: destrutturare il sistema politico italiano e riorganizzarlo intorno alla “scienza” di governoalias l’Agenda Monti – piuttosto che alla geografia di un bipolarismo che sta alla realtà come l’Europa stava al Mondo prima della scoperta delle Americhe.

E’, quella Monti, un’iniziativa rischiosa come solo quelle animate da spirito di servizio sanno essere.

Può la declinazione politico-partitica di questa premessa difettare di coraggio e credibilità, come sarebbe se si procedesse seguendo l’opportunismo di naufraghi secondo repubblicani invece che la visionaria audacia degli esploratori della Terza Repubblica?

Ovviamente può, ma non è detto che debba. Nelle prossime ore ne sapremo di più, ma è sul crinale tra la logica degli apparati e la creatività della buona politica che si determinerà il successo o l’insuccesso dei montiani alle prossime consultazioni.

Ci sono alcuni argomenti che continuano a militare a favore di una lista unica.

Il primo è la maggiore pulizia e intelligibilità dell’offerta politica montiana rispetto ad un elettorato che ha – fortunatamente – introiettato la ratio maggioritaria delle democrazie decidenti occidentali. La volontà di impiegare utilmente il proprio diritto di voto sarebbe un movente sufficiente per ciascun cittadino a non preferire una coalizione costruita per sopravvivere più che per vincere. Andare in ordine sparso per l’incapacità di fare sintesi delle varie anime del progetto sarebbe il segnale di debolezza che causerebbe la rovina di tutti.

Secondo. La lista unica è il prodromo necessario al passaggio successivo, che si aprirà a urne chiuse: la costruzione di un partito che si candidi ad occupare strutturalmente lo spazio politico che il centro destra di Berlusconi non ha saputo, non sa, e non saprà rappresentare. E’ chiaro che il buon esito di questa fase successiva dipenderà, e molto, dal personale politico reclutato in quella attuale, la cui qualità sarà inversamente proporzionale alla fedeltà alle burocrazie partitiche vigenti. Che conteranno tanto meno quanto più alta sarà la scala politica del confronto.

Un partito montiano, che succeda al suo leader contingente, è una necessità democratica per il Paese, la cui condizione è anche e soprattutto frutto del disfacimento disordinato di quel che doveva essere il partito unico di centro destra, che non a caso oggi corre il rischio di essere ricacciato in una dimensione residuale, (auto)costretto in un’area di consenso protestataria e conformista allo stesso tempo.

Anche per questo servono una e una sola lista, e poi un partito a Monti condito ma da altri proseguito, negli anni a venire. Per dimostrare che anche in Italia è possibile guadagnare legittimazione attraverso la responsabilità, la verità, e le riforme che ne costituiscono il portato.