– Tornano di attualità i conti di Alitalia. A quattro anni di distanza dall’alienazione da parte dello stato, a favore di una cordata di imprenditori di ineccepibile italianità, la compagnia perde 630 mila euro al giorno e in cassa gli sono rimasti circa 300 milioni di euro. Il 12 gennaio 2013 scade il termine di lock up e i soci potranno cedere le proprie quote. Sono in molti a dubitare che i capitani coraggiosi siano pronti a ricapitalizzare la società, anziché cercar di sbolognare a qualche altro acquirente le proprie partecipazioni.

La soluzione all’impasse non può esser individuata se non si comprendono le radici del problema. E il peccato originale si rinviene negli errori commessi nel 2008, quando si cercò di dare ai privati la gestione della compagnia aerea ignorando i più banali principi del libero mercato. Quella di Alitalia è stata, infatti, una privatizzazione non di mercato per due ragioni.

La prima: la cordata di imprenditori che ha assunto il controllo della compagnia è stata selezionata al solo scopo di salvaguardare quanto più possibile l’italianità del gruppo e la continuità occupazionale. A farne le spese sono stati i piccoli azionisti che si sono visti azzerare per decreto il valore delle loro partecipazioni nella bad company, e i contribuenti, dato che per compensare i primi, molti di questi sono stati rimborsati con obbligazioni statali a scadenza 2012 per un controvalore pari al 50% del prezzo originale dei titoli.

Un patriottismo costato caro: anziché accettare gli 1,7 miliardi di euro offerti da AirFrance già al Governo Prodi per l’acquisto di Alitalia, il suo successore Berlusconi ha preferito inserire nella trattativa un gruppo di imprenditori di certificata origine italiana. L’impegno di AirFrance è stato ridimensionato: 300 milioni di euro per assicurarsi un quarto del pacchetto azionario di Alitalia. Se ne ricava una stima del valore di Alitalia pari a 1,2 miliardi di euro. L’italianità della compagnia aerea è costata al governo e ai contribuenti 500 milioni di euro.

La seconda ragione per cui la pseudoprivatizzazione va considerata una follia estranea a qualsiasi logica di mercato: i patriottici compratori hanno accettato di concedere l’obolo e accaparrarsi un pezzo di Alitalia a condizione che la nuova società potesse godere di rendite di posizione sulle rotte più redditizie. Infatti, la legge che decise la consegna di Alitalia alla cordata italiana e a AirFrance concedeva una franchigia di tre anni, quindi fino a febbraio 2012, sulla rotta Roma-Milano. Le deroghe temporanee alla concorrenza sono spesso oggetto di un’interpretazione additiva da parte del beneficiario diretto: “sarai posto al riparo dalla concorrenza e potrai strappare i prezzi che vorrai ai consumatori fino a febbraio 2013… almeno, poi si vedrà”. Ad oggi però non è arrivata nessuna proroga né alcun rinvio. L’Antitrust e il Tar Lazio hanno anzi fatto applicare la legge scadenzando l’iter di aggiudicazione degli slot per il prossimo anno.

Ad aggravare la situazione diversi fattori: la congiuntura economica internazionale e in particolare quella italiana, che rende difficoltoso il reperimento di nuovi capitali da investire in un nuovo piano industriale; la riduzione del traffico nazionale; il fatto che la nuova Alitalia anziché puntare sui voli intercontinentali si è concentrata sui voli nazionali, dove subisce la concorrenza dell’alta velocità e delle compagnie private Ryanair ed Easyjet.

Se ora vengono al pettine i nodi di una privatizzazione fatta nel 2009 dal Governo Berlusconi ignorando le logiche e i principi del libero mercato, le soluzioni alla crisi societaria non possono consistere in un ritorno al passato. Riportare Alitalia sotto il controllo pubblico, magari sotto l’egida della Cassa Depositi e Prestiti, sarebbe un salto all’indietro che non possono permettersi né i contribuenti, né i titolari di libretti postali i cui risparmi sono gestiti dalla CDP.

È evidente che Alitalia deve essere ricapitalizzata e sottoposta ad un piano di radicale trasformazione della società. L’operazione non può però essere messa a carico delle famiglie e delle imprese italiane, già gravate da una pressione fiscale che uccide più imprese di quante ne possano salvare i sussidi statali. Né la Cassa Depositi e Prestiti può essere scambiata per un bancomat. La gestione della raccolta postale deve rispettare alcuni principi. Il sondaggio di Passera, regista del salvataggio all’italiana di Alitalia nel 2008, per coinvolgere il Fondo strategico italiano della CdP in un’operazione di rinazionalizzazione di Alitalia ha avuto riscontro negativo: Giovanni Gorno Tampini, amministratore delegato del Fondo, ha fatto notare che “Alitalia non ha le caratteristiche per un eventuale investimento”. Infatti, per legge e per statuto, il fondo può essere impegnato solo per investimenti in aziende in stabile equilibrio finanziario.

Molto meglio aspettare la mossa di Air France, che potrebbe essere ancora interessata ad una fusione con Alitalia. In quest’ottica, se si vogliono graziare almeno una volta le tasche degli italiani meglio metter da parte l’orgoglio tricolore ed accettare il passaggio della compagnia aerea a proprietari stranieri. In alternativa (perché no?) impariamo ad accettare il giudizio ultimo del mercato.