– Entrerà in vigore tra pochi giorni il nuovo contratto dei metalmeccanici, sulla base dell’ipotesi di accordo stipulato da Federmeccanica, Fim-Cisl e UILM il 5 dicembre e successivamente confermato da tali organizzazioni .
Il nuovo contratto prevede aumenti medi di circa 130 euro nell’arco di tre anni, oltre che alcune modifiche al regime delle prestazioni straordinarie, delle trasferte, delle assenze per malattia e dell’assistenza sanitaria.

La FIOM, il ramo metalmeccanico della CGIL, non ha firmato ritenendo insoddisfacente per i lavoratori l’equilibrio raggiunto nel negoziato tra i sindacati e l’organizzazione datoriale.
Dal punto di vista delle retribuzioni, per il sindacato di Landinil’intesa non tutela il potere di acquisto del salario” e gli aumenti concessi sono ben al di sotto della soglia auspicata di “206 euro, uguale per tutti i lavoratori fino al quinto livello”.

A rigore chi dice che i lavoratori italiani del settore guadagnano poco e che il contratto che coprirà il triennio 2003-2005 porta solo pochi spiccioli dice una cosa vera.
Tuttavia l’errore fondamentale che fa la FIOM è ritenere che la condizione dei lavoratori potrebbe essere migliorata se i sindacati nel loro complesso mettessero in atto una strategia negoziale più risoluta e più aggressiva.
E’ la classica visione socialista secondo cui il livello dei salari dipende primariamente dalla dialettica politica tra lavoro e capitale, in un gioco a somma zero in cui il benessere dei dipendenti passa dalla redistribuzione verso di loro dei margini di profitto.

In realtà è proprio il concetto di contrattazione collettiva – difeso dai sindacati ed in testa dalla FIOM-CGIL – che si sta mostrando vieppiù inadeguato nel servire gli interessi dei lavoratori subordinati.
Nei fatti, malgrado il ruolo rilevante che in Italia rivestono le parti sociali ed i loro riti concertativi, i nostri livelli retributivi continuano a perdere terreno, rispetto agli altri paesi dell’Eurozona.

Appare sempre più chiaro che dalle tradizionali forme di pressione sindacale non potrà venire alcun vero recupero del differenziale salariale che i lavoratori italiani patiscono rispetto al resto dell’Europa avanzata – potranno arrivare soltanto pochi spiccioli, che serviranno più che altro a confermare legami di riconoscenza (e quindi di dipendenza politica) tra “rappresentati” e “rappresentanti”.

Il fatto è che nessuna trattativa sindacale può forzare le retribuzioni oltre livelli che corrispondono all’effettiva produttività del lavoro, perché altrimenti porrebbe completamente fuori mercato le nostre imprese.
Purtroppo, invece, la sindacalizzazione dei rapporti di lavoro è responsabile di quegli elementi di rigidità che diminuiscono l’efficienza e la produttività del sistema Italia ed in definitiva tengono bassi e stagnanti gli stipendi.

Solo un rilancio economico del paese, che passa inevitabilmente da una liberalizzazione del mercato del lavoro, può creare le condizioni per modificare significativamente le dinamiche salariali.

Non si può redistribuire una ricchezza che non siamo in grado di produrre. Dobbiamo, invece, innescare una ripresa sana che modifichi in termini economici – non tramite forzature normative – l’equilibrio tra lavoratori ed imprese e tra domanda ed offerta di lavoro.
Le buste paga torneranno a crescere in termini effettivi se la crescita renderà il lavoro – ed in particolare il lavoro qualificato – una risorsa preziosa (e scarsa) che le aziende si contendano offrendo migliori condizioni.