di LUCIO SCUDIERO – Ma come, l’affamatore di umili e il distruttore di decenni di conquiste sociali all’ombra della crescita e del debito, e della crescita a debito, applaudito dai suddetti umili la cui sicurezza sociale ha distrutto?

Quale padrone manda e comanda gli operai Fiat di Melfi che ieri applaudivano il premier?

Sarà parte del complotto ordito dalla cancelleria tedesca con il supporto tecnico di Bce ed Fmi. O forse solo la dimostrazione che chi conosce il lavoro, l’etica del sacrificio e della soddisfazione per i risultati che ad esso si associano, non poteva non condividere quell’incessante lavorio politico che il governo, poco tecnico, del professore, ha condotto finora, anche sul fronte “caldo” delle relazioni industriali, delle pensioni  e delle regole del rapporto di lavoro.

E’ la rivincita del buon senso sull’ideologia, che pone problemi particolarmente spinosi al centro sinistra di Bersani a trazione Vendola, schiacciato dalla tentazione di parlare il confortevole linguaggio del progressismo a chi –  lavoratori e imprese – in quell’alfabeto non ci trova più i segni per descrivere la realtà. E se non bastasse l’oltraggio sofferto nel sacrario della “lotta sociale” ieri dal segretario democratico, proprio mentre si affannava a dichiarare la propria ostilità a un eventuale impegno diretto di Monti alle imminenti elezioni politiche, sulla sostanza dello schiaffo di Melfi questa mattina è tornato un autorevole esponente del Pd, Pietro Ichino, con la lucidità e la serietà che gli sono solite, ricordando che al netto del ruolo di Monti, è la sua “agenda” a segnare il discrimine tra l’idea di un’Italia parte attiva del comune destino europeo e un “bel” memorandum imposto al Paese da organismi tecnici sovranazionali.

Quella montiana si rivela però, non soltanto a livello macro, un’esperienza di leadership politicamente scabrosa per tutti gli attori, i comici e i barzellettieri in servizio attivo nell’agone elettorale, perché dimostra perfino che il consenso è possibile, nonostante grazie alle riforme.

Non è dunque solo, Bersani, ad avere il problema di un elettorato che si preannuncia più eccentrico di quanto i sondaggi delle ultime ore fotografino, e rispetto a cui la discesa in campo del premier tecnico sarebbe tecnicamente una calamita.

A quanto pare gli Italiani temono lo spreco di risorse, tempo e sacrifici sofferti sopra ogni cosa, e sembrano poco propensi ad azzerare i risultati – seppure parziali – dell’ultimo anno, in nome di vecchie simmetrie partitiche e ideologiche.

Il telefono di Silvio Berlusconi continuerà a non squillare.