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La democrazia degli ignoranti

– “Il miglior argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio”, era solito affermare Winston Churchill, riferendosi alla generalmente scarsa informazione sulla vita pubblica di gran parte della popolazione di un Paese. Dall’Europa agli Stati Uniti. Anzi soprattutto negli States, dove l’ignoranza di base dei fatti politici è ampiamente diffusa. Più del 50% degli elettori in America non sa chi è il congressista eletto nel suo distretto. Il 45% degli adulti non sa che ogni Stato elegge due senatori. Il 40% non sa dire il nome del vicepresidente (“Joe” Biden) e il 63% ignora quello del presidente della Corte Suprema (John Glover Roberts).

Il deficit cognitivo dell’opinione pubblica interessa studiosi ed esegeti della democrazia. La preoccupazione principale è che l’assenza di un’adeguata informazione nella maggioranza degli elettori possa lasciare spazio ad “opinioni estreme”. Che in quel vuoto trovino argomento per manipolare il resto della popolazione e imporsi, minoranze forti e rumorose.

Partendo da questa mancanza di conoscenze, riscontrabili non soltanto nella società americana ma anche in quelle occidentali, potrebbe sembrare quasi senza giustificazione riscontrare la vitalità che, al contrario, caratterizza le democrazie esistenti in quegli stessi ambiti statali. Così non è. Secondo uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Princeton University, l’ignoranza collettiva è una benedizione. Un requisito imprescindibile del consenso democratico.

La ricerca, pubblicata alcuni mesi fa sulla rivista “Science”, suggerisce che elettori scarsamente informati e con deboli preferenze politiche “inibiscono l’influenza di fazioni estremiste”. In sintesi a mettere al sicuro è proprio l’apatia degli ignoranti. Politicamente parlando. Spiega Iain Couzin, che ha guidato la ricerca, che “i poco informati… impediscono stallo e frammentazione, perché depotenziano le opinioni forti ed estreme”.

Una tesi. Che come tante altre crea fazioni. Da una parte i sostenitori, dall’altra i contrari. Ma a dividere non sono tanto i risultati della ricerca, quanto il procedimento usato per arrivarci. Non soltanto modelli matematici e simulazioni al computer. Ma esperimenti con gruppi di pesci che si muovono in banchi.

Gli studiosi di Princeton hanno usato il golden shiner, un piccolo pesce d’acqua dolce della famiglia della carpa, che naturalmente associa il colore giallo ad un premio in cibo. Un gruppo numeroso di quei pesci è stato addestrato a nuotare verso un obiettivo di colore blu per ricevere il mangime. Un altro gruppo, molto più esiguo, è stato invece addestrato a seguire l’inclinazione verso il colore giallo come traguardo. Al momento in cui i due gruppi sono stati messi in un solo acquario, la maggior parte ha seguito la minoranza verso il giallo. Uno step successivo della sperimentazione ha riguardato l’inserimento, nello stesso acquario, di un gruppo di pesci, della stessa specie, non addestrati. Ebbene, i nuovi pesci hanno seguito il gruppo maggioritario verso l’obiettivo blu.

Insomma sembra svuotata di ogni significato l’espressione secondo la quale “essere informati è un bene, non esserlo un male”. O meglio. Si tratta di una costruzione umana. Secondo Couzin “I gruppi animali sono raramente frammentati e vediamo un alto grado di consenso”.
Tuttavia anche l’effetto benefico dell’ignoranza collettiva ha i suoi limiti. L’esperimento con i pesci ha infatti mostrato che quando i non informati superano certi livelli, il gruppo cessa di agire in modo coerente. Domina l’incertezza.

Le obiezioni piovute sui risultati degli scienziati differenti. A partire dal riferimento tout court sugli uomini di quanto sperimentato sulle carpe. Per passare alla constatazione che gli indecisi non possono sempre identificarsi in “ignoranti”. Senza contare l’utilizzo del sinonimo minoranza-estremista, evidentemente forzato.

A favore dell’équipe di Princeton, Donald Saari, celebre studioso di sistemi elettorali, professore di matematica ed economia alla University of California. A suo parere nel caso esaminato sono stringenti le similitudini con il contesto politico e dei mercati. Come evidenzia l’osservazione del sistema elettorale americano, dove minoranze dalle opinioni forti dominano contesti elettorali che attirano i più impegnati politicamente. Ma in contesti più generali non sono più in grado di far valere il loro “peso”. Soffocate dalla partecipazione di elettori meno appassionati e meno informati.

A parte tutto, come afferma Couzin, le conclusioni alle quali è giunta la sua équipe sono una “semplificazione della realtà“. Utile per osservare e cercare di capire la meccanica sottostante a questo tipo di processo decisionale. Indicativo. Ma non fondamentale.

Anche in Italia l’ignoranza politica è evidente. Forse anche crescente. Come indiziano sondaggi. Come permettono di scoprire con tragica meraviglia i quesiti rivolti non solo alle Persone della Strada. Ma anche ad alcuni che la Politica la rappresentano.
Che tristezza pensare che a volte le carpe ne sanno più Loro.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “La democrazia degli ignoranti”

  1. lodovico scrive:

    anche gli ignoranti sono collaborativi;i pesci sono esseri sociali; mai educare i pesci:non serve a nulla.

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