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Giustizia, basta con la politica dell’ “in galera” a tutti i costi

– Il problema della pena carceraria in Italia è da troppi anni rimasto insoluto.

In Italia si va in galera male per due motivi: le strutture carcerarie sono prossime a quelle dei paesi sottosviluppati e oltre i due terzi della popolazione carceraria sono formati da persone che scontano misure cautelari, quindi ancora in attesa del processo. E dopo i processi? Come abbiamo già detto arriva quasi sempre la prescrizione o magari l’indulto.

Al di là di tutte le distorsioni tipiche di un sistema carcerario basato su una politica legislativa dell’emergenza che interviene solo per elaborare soluzioni momentanee, siamo davvero certi che la prevenzione dei reati passi da pene più alte e che prevedano la reclusione? Ad esempio, sul fronte dei reati colposi, qual è il senso di punire con il carcere un fatto che deriva non dalla volontà ma solo dalla disattenzione e dall’imprudenza?

Sarebbe di certo più utile prevedere forme di giustizia riparativa che obblighino il condannato a risarcire la vittima tanto economicamente quanto umanamente, ad esempio attraverso lo svolgimento di lavori socialmente utili o piuttosto attraverso ristoro dei danni causati alla stessa. Negli USA tali forme di riparazione sono già in fase di sperimentazione ed i dati sulla recidività sono in netto abbassamento.

Un altro fenomeno di superfetazione delle pene carcerarie è rappresentato da quelle inerenti ai reati economici o contro la Pubblica Amministrazione. Per le pratiche di corruzione o di manipolazione del mercato le pene sono piuttosto alte, ma i numeri dimostrano che esse non servono ad arrestare l’espansione di tali fenomeni criminosi. Per queste tipologie di reati basterebbe prevedere sanzioni pecuniarie molto alte e soprattutto l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche o dai pubblici uffici, con possibilità d’impedimento anche perpetua rispetto a quelle attività.

La dimostrazione che siano queste le pene più temute dai potenziali attori criminali è rintracciabile nell’atteggiamento del Parlamento rispetto alla legge anticorruzione, avete forse sentito qualche parlamentare lamentarsi per l’innalzamento delle pene? Certo che no, ma ovviamente si sono alzati gli scudi sulla interdizione perpetua e l’incandidabilità. D’altronde mettere per anni al fresco un capitano d’industria o un uomo politico non è forse solo la populistica soddisfazione di vedere un potente messo alla sbarra? In termini di punizione e disarmo delle potenzialità criminale basterebbe sanzionare gli aspetti più tipici della professione mediante la quale è stato realizzato il reato.
Togliete ad un uomo d’impresa la propria azienda, il proprio capitale, le proprie quote ed impeditegli per anni o a vita di svolgere quelle attività e avrete un risultato molto più incisivo dal punto di vista della politica criminale di quello che si otterrebbe “ospitandolo” qualche anno in qualche carcere di minima sicurezza.

Altro punto da focalizzare è quelle inerente alla responsabilità medica. Ogni anno in Italia sono circa 250 i procedimenti penali a carico dei medici, nel 62% dei casi c’e’ l’archiviazione, nel 37 l’assoluzione. L’Italia è l’unico paese al mondo, insieme al Messico, che non ha una legge che definisca l’atto medico, con il risultato che il chirurgo viene perseguito per lesioni allo stesso modo di chi investe una persona. Questo fa sì che il medico sia costretto a quella che si definisce “medicina difensiva”, con la prescrizione di una serie di esami solo per evitare una possibile denuncia, con una maggior spesa per il sistema sanitario stimata intorno al 20% del totale.

Oltre allo spreco di risorse, comprese quelle della magistratura che nel 99% dei casi non trova un colpevole, e la moltiplicazione dei test diagnostici inutili, il rischio maggiore secondo gli esperti è una diminuzione dei medici disposti ad effettuare le procedure più rischiose, per paura di incappare in una denuncia in un periodo in cui le compagnie di assicurazione maggiori rifiutano le polizze. Anche in questi casi basterebbe definire l’atto medico come un procedimento ad alto rischio, di gran lunga superiore alle normali operazioni quotidiane, per evitare eccessi punitivi e soprattutto investigativi.

La sfida dei prossimi anni per tutte le questioni giuspenalistiche sarà quella di uscire dalla dialettica eminentemente carceraria e designare soluzioni repressive selettive e mirate che sappiano individuare il mezzo migliore per prevenire, punire e reinserire i condannati.


Autore: Lorenzo Castellani

Studia Giurisprudenza alla Luiss Guido Carli di Roma. Appassionato di diritto, politica e giornalismo. Ha diretto un giornale universitario e fondato il network studentesco LUISS APP, è promotore dell'associazione ZeroPositivo. Liberale e liberista, sogna un’Italia dinamica, aperta e competitiva. Tw:@LorenzoCast89

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