Shinzo Abe nuovo presidente del Giappone. Chi ci ricorda?

– Le elezioni anticipate giapponesi, svoltesi lo scorso 16 dicembre, hanno portato a una schiacciante vittoria del Partito Liberal-Democratico, la formazione nipponica di centro-destra che ha governato quasi ininterrottamente il Paese dal secondo dopo-guerra ad oggi, con due sole parentesi di governo delle sinistre nel 1994-1996 e nel 2009-2012. Il prossimo premier sarà quindi Shinzo Abe, già primo ministro giapponese per un anno esatto dal 26 settembre 2006 al 26 settembre 2007 e che era tornato alla guida del proprio partito quest’anno, curiosamente sempre il 26 di settembre.

Il presidente uscente, Yoshihiko Noda, ha ammesso immediatamente la sconfitta, anche perché i risultati sono stati piuttosto rotondi: i liberal-democratici sono infatti saliti da 118 a 294 deputati, mentre il Partito Democratico del Giappone, il partito di governo della legislatura appena conclusasi, è sceso da 230 a 57, ottenendo un risultato talmente disastroso da avere ora solo 3 seggi in più rispetto al partito giunto terzo nella contesa, ovvero il Partito della Restaurazione Giapponese, formazione di estrema destra.

Shinzo Abe, come detto, sarà nuovamente il primo ministro giapponese e si troverà ad affrontare una situazione economica molto difficile, la cui cattiva gestione ha fatto da campana a morto del governo a guida democratica. Infatti, deflazione inarrestabile e debito pubblico alle stelle (214% sul PIL) sono risultati una situazione politicamente ingestibile per Noda, il cui governo ha tentato di affrontare la crisi attraverso una ricetta di austerity che ha avuto contraccolpi in particolare sulla tenuta politica della sua maggioranza. Il 16 novembre, infatti, Noda, pur di far votare un aumento della locale imposta di valore aggiunto dal 5% al 10%, ha accettato l’accordo con le opposizioni che avrebbe garantito elezioni in un mese, ben conscio che queste avrebbero segnato la fine del governo della sinistra.

Abe, dal canto suo, ha manifestato l’intenzione di intervenire sull’economia con una politica monetaria ampiamente espansiva, parlando esplicitamente di “stampare yen in modo illimitato”. Così facendo Abe vorrebbe favorire il credito e portare il tasso inflazione attorno al 3% fisso. In realtà una politica monetaria di questo tipo è stata già accennata recentemente dalla Banca Centrale giapponese, ma gli operatori sono convinti che le prossime pressioni governative porteranno al perseverare di questa svalutazione dello yen sino a tutto marzo, a maggior ragione se negli Stati Uniti si arriverà entro due settimane a un compromesso tra repubblicani e democratici per evitare il cosiddetto “precipizio fiscale” (una combinazione di aumento di tasse e taglio alle spese). Questi sentori di medio periodo hanno fatto sì che nei mercati valutari la moneta giapponese scendesse ulteriormente su Dollaro e Euro subito dopo la pubblicazione dei risultati elettorali, arrivando al picco più basso da 20 mesi a questa parte.

Aldilà della politica monetaria, comunque, l’opinione pubblica del Giappone ha preferito la proposta politica delle destre, sia per quanto riguarda la questione fiscale, sia per quanto concerne la tematica di difesa. Infatti, il grande trionfo dei liberal-democratici e dei restauratori viene dal rifiuto dell’austerity che la sinistra ha cercato di imporre ma, soprattutto, dalla minaccia rappresentata dall’ormai eccessiva esuberanza cinese in campo internazionale. Quello che potrebbe essere definito “l’effetto Senkaku” è stato, evidentemente, anche più forte di quello che avrebbe potuto favorire il PDG, cioè “l’effetto Fukushima”.

Infatti, nonostante il Partito di Abe non abbia mai nascosto di voler annullare lo stop all’utilizzo dell’energia nucleare da conseguire entro il 2030, questo non ha inciso minimamente sull’esito elettorale. La “pancia” giapponese, quindi, ha ritenuto prioritario il rischio rappresentato da Pechino piuttosto che il timore di disastri nucleari (anche perché, ricordiamo, a Fukushima il disastro è stato causato da terremoto e tsunami, e non dalla centrale nucleare). Peraltro, il sentimento anti-cinese è stato esacerbato solo 3 giorni prima delle elezioni, quando l’Aeronautica di Tokyo ha fatto decollare 8 dei suoi F-15 a causa dell’invasione dello spazio aereo delle Senkaku da parte di un velivolo cinese, l’ultima di una serie di provocazioni di Pechino.

La politica giapponese, da 150 anni a questa parte, ha in sé diversi interessanti parallelismi con le vicende italiane. Senza andare a citarli tutti per filo e per segno, può essere sufficiente accennare che i due Paesi sono entrati prepotentemente sulla scena internazionale nello stesso periodo (seppure per motivi diversi, nella seconda metà dell’Ottocento) e che sono passati quasi contemporaneamente da una democrazia liberale a uno stato autoritario.

Inoltre, a seguito della sconfitta nella seconda guerra mondiale, hanno adottato costituzioni e sistemi istituzionali del tutto paragonabili e, infine, hanno nella loro storia governi fragili e di breve durata, quasi tutti dello stesso partito e debiti pubblici esagerati. Ora si ritrova nuovamente al governo Shinzo Abe, una personalità politica di centro-destra piuttosto eccentrica che predica l’ingente inserimento di denaro nell’economia per stimolare la domanda, contrastando le politiche di austerity.

Ma è anche un uomo che, all’occorrenza, si reca al Santuario di Yasukuni (una sorta di mausoleo dei militaristi, con lo stesso valore simbolico di Predappio per i nostalgici italiani), dimostrando di non disdegnare di inseguire la destra populista e militarista pur di cavalcare la paura della Cina. Ricorda qualcuno?


Autore: Antonio Mastino

Classe 1983, viene dalla ridente isola di Sardegna. Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ha formato la propria esperienza nell'analisi internazionale al Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, curando in particolar modo gli scenari geopolitici dell'Africa Sub-Sahariana e dell'Estremo Oriente.

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