– Secondo un recente rapporto curato dalla Banca Mondiale, l’Italia è all’ottantesimo posto per quanto riguarda la capacità di fare impresa. Si tratta di un dato sconfortante, se si considera che tutti i Paesi dell’Europa occidentale e orientale, così come gran parte dei Paesi americani e asiatici, hanno un sistema di tassazione, di regole e di infrastrutture materiali e immateriali che rendono il “fare impresa” un’operazione molto più facile che da noi. E’ da qui che deriva la lunga stagnazione italiana ed il decennio di crescita zero, o quasi zero, che abbiamo alle spalle.

Gli ostacoli individuati dalla Banca Mondiale sono già noti a qualsiasi nostro concittadino che abbia provato ad avviare una nuova impresa senza poter contare su una struttura familiare già esistente, o senza avere grossi capitali a disposizione. Il primo problema che l’aspirante imprenditore deve affrontare è quello dei pesanti adempimenti burocratici, che ritardano di mesi e a volte anche di anni  la realizzazione di un progetto imprenditoriale, aumentandone anche i costi. Si tratta di un “gigantesco meccanismo azionato da pigmei”, come descritto da Honoré de Balzac. Se quest’ultimo avesse fatto i conti con la realtà italiana, probabilmente avrebbe reso più caustica la sua citazione.

La burocrazia uccide un’impresa al minuto. Basti pensare che, nel settore dell’import-export, è obbligatorio compilare una serie di moduli, che possono arrivare fino a 68, di cui alcuni richiesti soltanto nel nostro Paese. Ironia della sorte? Nel 2010 l’Italia si è collocata al ventesimo posto su venticinque nella classifica sul grado di complessità della burocrazia a livello internazionale. La situazione è ben diversa in altri paesi europei, dove la digitalizzazione e gli avanzati sistemi di comunicazione permettono di cavarsela con un semplice clic. Nel nostro Paese, invece, le cose vengono fatte a mano, con carta e penna e con un numero non ignorabile di impiegati, lusso che di questi tempi non ci possiamo (o potremmo) nemmeno permetterci.Non è chiaro il motivo per cui l’Italia non si sia mostrata capace, finora, di realizzare uno sportello unico per la compilazione di tutti quei moduli senza i quali da noi è impossibile fare impresa.

Non è un caso, dunque, se la burocrazia italiana fa scappare le multinazionali, come dimostrano alcuni dati del dicembre 2012, pubblicati dal prestigioso Wall Street Journal. In Italia, quest’anno il saldo dei capitali è stato molto negativo: la rivista americana parla di 1,6 miliardi di dollari di investimenti in meno, il che è una diretta conseguenza della difficile gestione delle tante leggi e infiniti limiti imposti dal sistema italiano. Le grandi multinazionali preferiscono investire in quei Paesi dove i sistemi sono più semplici da gestire. Le conseguenze di questi ostacoli si traducono in bassi tassi di innovazione, debolezza nelle dinamiche di crescita, comprese quelle occupazionali, e lo spreco di tante idee e talenti che da noi non riescono a tradursi in fatti e in economia reale. Per risolvere questi numerosi impasse, è necessaria una semplificazione normativa, che è indispensabile per facilitare la nascita di nuove imprese. Per realizzarla, bisogna mettere in atto decine di interventi nella disciplina dei diversi settori di attività, ma anche dare il via a una serie di liberalizzazioni, tramite le quali sarà più facile creare delle start-up, soprattutto per i giovani.

La logica assistenziale tipica della tradizione italiana ha clamorosamente affievolito lo spirito imprenditoriale in Italia, la quale è oggi arenata in una rete di contributi pubblici. In questo periodo si sono levate numerose voci di critica e di protesta per questo stato di cose. Fra queste, il movimento Fermare il Declino, guidato dal giornalista Oscar Giannino, le cui proposte sono contenute in un manifesto che prevede 10 interventi per rilanciare la crescita economica e sociale del Paese. Secondo il movimento, prioritaria è la rapida liberalizzazione dei settori non ancora pienamente concorrenziali, quali trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari).

Il manifesto prevede anche la privatizzazione di imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori, così come la riduzione della pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d’impresa. Qualora venisse semplificato il sistema tributario e si combattesse maggiormente l’evasione fiscale, obiettivo che si prefigge il movimento di Giannino, ci saranno le premesse per destinare il gettito alla riduzione delle imposte. Se il futuro governo trovasse il coraggio di lavorare in questa direzione, il Paese non potrà che beneficiarne.