di CARMELO PALMA – Se Monti “scende in campo” oppure no, a questo punto, cambia poco. Che faccia il regista o il capo-coalizione, figura ibrida distillata dall’alambicco del Porcellum per “presidenzializzare” di fatto la legge elettorale. Che propenda per l’impegno diretto o per quello indiretto – un passo indietro rispetto allo scontro elettorale e uno avanti verso la nuova agenda di governo. Che sciolga prima del voto la riserva circa il ruolo che pensa per sé (non al Quirinale, pare di capire) e la disponibilità che si aspetta dagli altri (in primo luogo da Bersani)… Sono nodi importanti e scelte dirimenti, certo, ma non sostanziali.

La politicizzazione di Monti e del montismo si è già irreversibilmente compiuta. La composizione e gli equilibri della “strana maggioranza” avevano sin qui neutralizzato l’uso esterno di un consenso che era apparso da subito largo e ingombrante. Monti piaceva (e piace) perché sembra politicamente più serio di un politico “tradizionale”, non perchè “apolitico”. La rottura consumata da Berlusconi ha fatto saltare il tappo della maggioranza e liberato il premier dalla maschera che il sistema dei partiti gli aveva confezionato e che lui ha disciplinatamente indossato finché ha dovuto (e da cui si è subito liberato appena ha potuto).

Monti non ha semplicemente amministrato le emergenze (e le compatibilità) di un Paese in affanno, ma ha rimescolato le carte del discorso politico che il bipolarismo secondo-repubblicano aveva inchiodato al confronto tra una destra affarista e corporativa e una sinistra ideologica e vendicativa. La sua leadership è oggi obiettivamente tanto naturale quanto controversa – e quindi a maggiore ragione politica. Non deve insomma “scendere in campo”, perché in campo c’è già. Il vero rischio e il vero dilemma, adesso, è un altro.

L’area montiana anziché allargarsi al proprio esterno rischia di dividersi al proprio interno. Le forze politiche montiane – quelle vecchie, come quelle nuove – stanno elettoralmente a valle e non a monte del “fenomeno Monti”. Se si “spacchettano” per spartire in modo più efficiente la rendita elettorale della denominazione montiana diventano assai meno credibili sul piano politico. Se non trovano un accordo rendono assai meno verosimile l’idea che, dietro le loro divisioni, ci sia davvero un impegno, e non l’interesse a massimizzare i vantaggi dell’intermediazione di un consenso, che, per buona parte (quella che conta), non è affatto “loro”.

Una coalizione che non riesca e tener dentro un unico contenitore il vecchio e il nuovo è quanto di più vecchio e meno nuovo si possa oggi immaginare ed è destinata a dissipare un consenso potenziale vastissimo, ma riluttante ad accomodarsi nelle geometrie oscure e variabili della lottizzazione elettorale. Ad oggi, l’ipotesi più accreditata è che le liste montiane siano due o tre alla Camera e una sola al Senato. Perché? Perché lo sbarramento al Senato (all’8%, mentre quello alla Camera è al 4 e scende al 2 se la coalizione supera nel suo complesso il 10% nazionale) è tale da rendere più rinunciabile l’identità che ciascuna “parte” chiede che sia riconosciuta nel totale dei voti e nel computo dei seggi.

Per quale elettore medio, però, una spiegazione del genere – ci uniamo se per avere seggi li dobbiamo spartire con altri, se no ognuno si tiene i “propri” – suonerebbe persuasiva e non invece insopportabilmente opportunistica? Se l’unità reale della proposta montiana (quella che va sotto il nome di agenda Monti) non riesce a risolversi in un’unità formale, e come tale riconoscibile dagli elettori, rischia di apparire essa stessa trasformistica e parassitaria.  La “Lista Monti” (o come la si vorrà chiamare) non può essere porzionata e sporzionata a seconda del sistema di voto e delle soglie di sbarramento, uscendone politicamente indenne e competitiva. Le liste montiane, se sono più di una, sono troppe.