– Marco Pannella ha le sue buone ragioni per rischiare di morire a 82 anni di fame e di sete, perseverando in un’iniziativa nonviolenta che si protrae ormai da una settimana. Ha le sue buone ragioni, per combattere una battaglia di cui la gran parte degli interlocutori, anche i più preoccupati per la sua salute e solidali con i suoi obiettivi, ritiene persa in partenza e in larga parte non politica, ma umanitaria.

Eppure sulle ragioni della sua iniziativa, più ancora che sulle soluzioni obbligate che prospetta – l’amnistia – occorrerebbe intendersi in modo onesto. Il sistema carcerario in Italia è oggi (tecnicamente, dice Pannella) fuorilegge. Nessuno nega il fatto, quasi tutti lo giustificano, perché gli interessi e i diritti che “l’illegalità” della galera garantirebbe (la certezza della pena, la sicurezza dei cittadini, una deterrenza efficace del sistema penale…) si considerano prevalenti rispetto all’integrità fisica e psichica dei detenuti. Ma la giustificazione politica dell’illegalità (e, peggio ancora, dell’illegalità di Stato) rappresenta l’abdicazione delle istituzioni e un tradimento della Costituzione (non solo rispetto al principio dell’umanità e della finalità rieducativa della pena).

Lo sciopero della fame e della sete incarna quindi fisicamente questa ferita alla giuridicità del sistema penale e dà evidenza alla violazione apparentemente invisibile della legalità costituzionale. Pannella dice che l’unica soluzione, di fronte alla “flagranza del reato”, è l’amnistia. Si può ritenere sbagliata o incongrua la soluzione, non scrollare le spalle rispetto ad un problema, che rimanda ai fondamenti stessi dello stato di diritto. Insomma, Pannella può avere torto sull’amnistia, non sulla sua denuncia dello “Stato fuorilegge”.

Al netto delle ormai antiche, e inutili, discussioni sul presunto esibizionismo del leader radicale e sulla “paraculaggine” dei suoi pubblici “ricatti”, i numeri (e le immagini, e le storie grandi o piccole) che escono fuori dal sistema carcerario e giudiziario italiano descrivono infatti una realtà che non è esagerato definire indegna di un paese civile. Il sovraffollamento. Le condizioni igieniche più che disastrose. Le strutture palesemente inadeguate. Il fatto che – lo ricorda, fra i tanti, anche Vittorio Feltri oggi sul Giornale – il 50% dei detenuti sia in attesa di giudizio e che la metà di loro venga poi regolarmente assolta. E poi le tante vessazioni fisiche e psicologiche, l’incertezza e la sproporzione delle pene. Per non parlare della lunghezza dei processi, vera vergogna italiana che ci è costata negli anni innumerevoli (e inutili) reprimende dall’Europa. E a proposito di Europa ha ragione Pierluigi Battista, quando ricorda – commentando proprio la protesta di Pannella – che è spread anche questo, e che il gap che ci separa dal resto del vecchio continente (e dell’occidente) in tema di diritti è ancora più vasto, più grave, forse più difficile da colmare di quello che soffoca la nostra economia.

Il ministro della Giustizia Paola Severino ha voluto incontrare Pannella in ospedale. Non ci è riuscita, ma gli ha lasciato una lettera di solidarietà (che i radicali, per altro, non hanno affatto gradito). Fin dai primi giorni del governo Monti, il Guardasigilli ha promesso un occhio di riguardo per le carceri, sottolineando l’esigenza di interventi incisivi, per quanto emergenziali. Il Parlamento, e il tempo, non l’hanno di certo aiutata. E sullo sfondo di una crisi che ha convogliato tutte le attenzioni pubbliche sul tema delle tasse, dei tagli e della crescita, i partiti politici – peraltro già impegnati a preparare la campagna elettorale – hanno smontato molto di quel che il governo ha fatto e impedito sul nascere molto di quel che avrebbe potuto fare. Figurarsi se c’era la voglia di occuparsi di detenuti e di “legalità di Stato”.

Ecco, per questo la battaglia di Pannella sul male della giustizia italiana – che si sia d’accordo o meno con il “rimedio” dell’amnistia (e a patto però di immaginare soluzioni altrettanto tempestive e proporzionate al problema) – merita più attenzione e più partecipazione di quanta non ne stia raccogliendo. E se sul “ricatto emozionale”, che è l’unica arma a disposizione di chi sceglie la via non violenta, e che per questo è sciocco e superficiale criticare, il leader radicale evitasse di innestare un “ricatto politico”, ovvero la richiesta di candidati per la lista Rosa nel pugno- Amnistia-giustizia-libertà, la renderebbe ancora più giusta e più condivisibile.