Sabato scorso avevamo doverosamente lasciato in sospeso il giudizio sul ritorno in TV di Roberto Benigni, in attesa di poter assistere alla trasmissione ideata dal comico toscano. Ci siamo ben guardati dal fare un ingiusto processo alle intenzioni, eppure i presentimenti negativi espressi nell’articolo di sabato hanno trovato riscontro nelle due ore di monologo tenuto in prima serata su Rai 1.

Anzitutto, l’attore ha esordito con un incipit che è ormai un usato garantito: il sermone personalistico di quasi mezz’ora sul Cavaliere, con qualche rapido accenno agli altri esponenti politici. Un’omelia così lunga e scontata da far sembrare il programma la replica di una delle sue tante apparizioni televisive e da far dimenticare ai telespettatori che stavolta si sarebbe dovuto parlare di Costituzione.

Messo da parte Berlusconi, si entra nel vivo dello show: inizia la lettura dei principi fondamentali della carta costituzionale. Stavolta, per mettere d’accordo tutti, a una lettura strumentale e ideologica degli articoli si preferisce la divulgazione vuota, banale, la cui capacità di non scontentare nessuno ne è prova di mediocrità. Si procede così, anche sostenendo che la parte I della Costituzione non possa essere modificata, confondendola con i principi fondamentali che effettivamente non possono essere oggetto di revisione.

Si prosegue con una narrazione surreale dei lavori dell’assemblea costituente, raccontata come fosse un’adunanza pacificata o una rimpatriata tra amici piuttosto che il frutto di prove di forza e di equilibri precari tra socialisti, comunisti e democristiani. Si tessono continuamente le lodi della carta costituzionale, ribadendone bellezza, innovatività e originalità senza però mai compararla nemmeno per sbaglio ad altre leggi fondamentali per comprenderne davvero peculiarità e punti di contatto. Insomma, non si entra mai in terreni che richiedono anche soltanto un minimo di conoscenza del diritto costituzionale, almeno per elevare il soliloquio a un livello superiore a quello delle lezioni di educazione civica delle scuole elementari.

Avanti con affermazioni tanto banali quanto ovvie e luoghi comuni da bar dello sport, come il fatto che i totalitarismi siano brutti tutti allo stesso modo. Totalmente strampalata la considerazione che in monarchia, come in dittatura, non esistono né diritti né uomini liberi e che prima della repubblica non esisteva vita sociale. Che lo vada a dire a inglesi, olandesi, spagnoli, danesi, svedesi, belgi, norvegesi. Si vuole anche far passare l’art. 7 che costituzionalizza il Concordato con la Chiesa Cattolica come una conquista di laicità.

Ad un certo punto, senza apparente motivo, salta fuori un’affermazione che lascia esterrefatti: “se Marconi e Meucci non fossero nati, qualcuno avrebbe inventato la radio e il telefono qualche anno più tardi. Ma se Manzoni e Leopardi non fossero mai nati, nessuno avrebbe mai scritto i Promessi Sposi e l’Infinito”. Più avanti, leggendo l’art. 9 sulla tutela del paesaggio, si arriva ad affermare che, se prima avevamo i “campi di sterminio”, ora abbiamo lo “sterminio dei campi”. Un gioco di parole intriso di retorica ambientalista esasperata di cui avremmo francamente fatto a meno.

Si chiude con l’invito a recuperare l’orgoglio di essere italiani perché – a detta dello showman – saremmo l’unico popolo ad avere una costituzione così bella. Ecco, non tanto quindi per la nostra capacità di creare eccellenza o di essere ancora – malgrado i nostri mille problemi – una potenza economica, quanto per i principi programmatici contenuti in un documento redatto più di 60 anni fa.

Prima di lasciare il palco, Benigni canta la canzone de La vita è bella, come a ricordarci il motivo per cui è lì a parlare della Costituzione al modo della casalinga di Voghera. Ha vinto un Oscar, e nel paese della Costituzione programmatica, della retorica e della narratività ciò è sufficiente ad abilitare un comico a vestire i panni una volta del letterato e una volta del costituzionalista.

Il punto, in fin dei conti, non è il ricco cachet in sé, né il fatto che parte di quel profumato compenso venga elargito con il denaro dei contribuenti. Il vero dramma, piuttosto, è che il servizio pubblico continua a spacciare per cultura spettacoli di intrattenimento commerciale il cui unico scopo è fare share. Il vero imbroglio è tutto qui: il velo di ipocrisia con cui si sponsorizzano certi eventi per renderli più digeribili al pubblico e vendere più spazi pubblicitari. E’ grazie a questo gioco di prestigio che la Rai può comportarsi da TV commerciale salvando le apparenze di una televisione pubblica. Il capolavoro in fondo è questo: non rendere conto ai cittadini delle cifre spese, ma usare i loro soldi per convincerli con gli effetti speciali a continuare a pagare il canone, dalla cui scadenza ci separa poco più di un mese. Ecco, in ultima analisi, il senso della trasmissione di ieri sera.

A proposito dell’illusione che sia stata la Costituzione a fare gli italiani e non gli italiani a fare la Costituzione, quand’è che prenderemo atto del referendum tradito sulla privatizzazione della RAI?