Categorized | Il mondo e noi

L’Egitto va al referendum, tra scontri di piazza e tentazioni autoritarie – 2

-Ecco la seconda parte dell’intervista sull’Egitto fatta da Eleonora Mongelli a Sabrina Gasparrini, consigliere generale del PRNTT ed esperta di Medio Oriente. La prima parte, consultabile qui, è stata pubblicata sabato 15 dicembre.

Dire che, con la bozza di Costituzione di Morsi, la Shari’a diventa la principale fonte giuridica è errato, dal momento in cui il riferimento alla Shari’a c’è sempre stato nella Costituzione egiziana. Il problema, fondamentalmente, resta l’interpretazione. Che ruolo giocherebbe il fattore religioso?

Il controverso art. 2, che è quello che stabilisce che i principi della shari’a costituiscono la principale fonte del diritto, è rimasto effettivamente invariato nel nuovo testo rispetto alla Costituzione del 1971. Il problema è che la portata di questo articolo è più ampia di quanto non fosse in precedenza ed emerge dalla sua lettura in combinato disposto con l’art. 219, che è stato recentemente inserito e che chiarisce cosa si intende per “principi della shari’a”. In esso si fa riferimento a tutte le norme riconducibili alla legge e alla giurisprudenza islamica, nonché alla dottrina delle quattro scuole sunnite d’interpretazione del Corano. E’ pertanto evidente che la nuova Costituzione apre alla possibilità di vincolare la legislazione ordinaria al principio di conformità rispetto a letture che possono essere più o meno restrittive della legge islamica. Una garanzia è sicuramente data dall’istituzionalizzazione dell’Al-Azhar, che da sempre propone un Islam aderente ai principi della modernità e i cui teologi devono essere consultati su tutte le questioni interpretative. Per soddisfare le rivendicazioni dei Salafiti, è stata però introdotta una disposizione che punisce penalmente qualsiasi offesa recata alle religioni e ai loro profeti, ponendo non pochi problemi alla luce della libertà di manifestazione del pensiero. Al di là degli articoli che richiamano espressamente la religione, il linguaggio riconducibile a categorie coraniche è piuttosto diffuso nel nuovo testo e se ne trovano tracce anche nelle norme che attengono ai principi dello Stato.

In cosa cambia questo testo costituzionale rispetto alla costituzione dell’epoca Mubarak? Sotto quale aspetto potrebbe minare i diritti umani?

La fretta che il Presidente ha imposto alla Costituente per redigere e licenziare la bozza costituzionale ha inciso negativamente sulla qualità del documento. In alcune parti ci sono articoli formulati in modo improprio o ambiguo, quando non confliggente con quanto affermato in altre disposizioni. Ad esempio, rispetto alla definizione dei diritti fondamentali dei cittadini, in almeno venti articoli si rinvia alla legge. Questo è estremamente pericoloso perché esistono migliaia di atti normativi che disciplinano questa materia e molti altri potranno essere adottati in futuro. In generale, le innovazioni rispetto al passato sono pochissime: la più importante di esse prevede per le Ong la possibilità di notificare la propria costituzione alle autorità per poter operare legalmente sul territorio nazionale, mentre in passato erano riconosciute solo quelle organizzazioni che avessero una qualche affiliazione con il regime. Dal punto di vista dei diritti umani, il nuovo testo non offre garanzie adeguate a tutelare la libertà di stampa e di espressione e ad evitare che i giornalisti possano essere arbitrariamente arrestati per motivi politici. Per quanto riguarda invece il principio di non discriminazione, questa Costituzione rappresenta un desolante passo indietro. La Costituzione del 1971 stabiliva inequivocabilmente l’uguaglianza uomo-donna, nella vita pubblica e in quella privata, mentre il nuovo testo ha eliminato qualsiasi riferimento esplicito alla questione di genere.

Come stanno reagendo le opposizioni e chi anima piazza Tahrir oggi?

L’unico aspetto positivo di questa crisi sembra essere il compattamento dello schieramento laico. All’indomani della caduta di Mubarak, i liberali, che pure avevano determinato il cambio di regime, sono apparsi quasi colti di sorpresa, incapaci di trovare quell’unità d’intenti e di struttura organizzativa in grado di garantire loro maggiore competitività politica ed elettorale. Oggi assistiamo al primo serio tentativo di serrare i ranghi. Le manifestazioni delle ultime tre settimane, infatti, sono state convocate dal Fronte di Salvezza Nazionale, la neonata organizzazione coordinata da Mohamed el-Baradei e che raggruppa tutte le forze laiche e liberali, ad eccezione del partito Ghad el-Thawra giudato da Ayman Nour. In piazza però ci sono anche molti cittadini, non necessariamente impegnati in politica, che alle presidenziali hanno votato per Morsi e che ora gli chiedono di fare un passo indietro.

Fino a che punto Morsi può contare sul consenso derivante dalla vasta presenza della Fratellanza Musulmana sul territorio?

Morsi ha dalla sua il sostegno incondizionato non solo dei Fratelli musulmani, la cui struttura è ben articolata e collaudata in decenni di attività semi-clandestina e grazie anche agli ingenti finanziamenti garantiti dalle obsolete monarchie del Golfo, ma dell’intero panorama islamista, in questi giorni impegnato a difendere con ogni mezzo la legittimità del presidente eletto. E’ utile però chiarire che quella a cui stiamo assistendo non è una lotta tra chi vuole la religione e chi no, bensì tra chi vuole preservare le istituzioni e la loro legalità e chi intende servirsi della religione per tenere in ostaggio lo Stato. Non a caso, la scorsa settimana, l’Al-Azhar ha preso nettamente posizione dalla parte dei manifestanti invitando Morsi a congelare il decreto presidenziale e avviare senza indugi un dialogo nazionale allargato a tutte le componenti.

Qual è la possibile via d’uscita rispetto a questa situazione?

Intanto si tratta di vedere che cosa succederà nei prossimi dieci giorni alla luce della ostinazione di Morsi nel voler tenere ad ogni costo il referendum di ratifica della nuova Costituzione, che si terrà in due tornate. Una parte del Paese ha votato il 15 dicembre, mentre un’altra voterà il 22, perché non ci sono sufficienti giudici per garantire lo svolgimento delle operazioni di voto in una sola giornata. Per parte sua l’esercito ha già avvertito che non lascerà precipitare il Paese nel caos, prefigurando quindi l’eventualità di un intervento diretto nel caso in cui non si arrivi ad una composizione e se dovessero verificarsi scontri nei giorni del voto. A mio modo di vedere, l’unico modo per uscire dall’impasse è un autentico processo di riconciliazione nazionale in grado di fornire al nuovo Stato quelle basi di consenso indispensabili a preservarne l’esistenza e il corretto funzionamento. Purtroppo l’attualità ci dice che le transizioni a tappe forzate sono foriere di instabilità e nuovi conflitti.


Autore: Eleonora Mongelli

Nata a Foggia nel 1979, laureata in lingue e letterature straniere, scrive progetti sulla tutela dei diritti civili. È tra i fondatori dell'associazione Nitobe e membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani.

Comments are closed.