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I benzinai su di una cosa hanno ragione: la benzina è un bancomat fiscale

– I tre giorni di sciopero dei benzinai sono terminati. Le rivendicazioni dei gestori sono state rivolte alle banche che si rifiutano di “applicare la norma di legge che prevede la gratuità dell’utilizzo della moneta elettronica…per il pagamento dei rifornimenti fino a cento euro”, alle compagnie petrolifere, per il mancato rinnovo contrattuale, ma anche contro il sistema di tassazione.

E probabilmente le prime due ragioni dell’agitazione sono figlie di quest’ultima. Su 1,845 euro, la componente accisa pesa per 0,728 centesimi, l’Iva per altri 0,262, il costo della materia prima per 0,551 euro. Il margine lordo a disposizione dell’operatore è di 16 centesimi. Circa il 57% del prezzo della benzina è quindi versato all’erario. In Europa, che pur rappresenta la patria delle accise, solo Grecia e Olanda hanno un’incidenza del fisco più alta. Esentasse, la benzina ci costerebbe 0,789 euro al litro, anziché 1,84 euro.

Da quando fu istituita l’accisa per la guerra di Abissinia nel 1935, il legislatore è intervenuto 16 volte per introdurre maggiorazioni. Nel 2011 le accise sono state riviste al rialzo cinque volte: 0,71 centesimi per il finanziamento alla cultura, 0,19 euro per il Fondo Unico per lo Spettacolo, 4 centesimi per l’emergenza immigrati della crisi libica, 0,89 centesimi per le alluvioni in Liguria e Toscana di novembre 2011 e 8,2 centesimi con il decreto Salva Italia a cavallo tra il 2011 e il 2012.

Gli effetti degli aumenti delle imposte si sono sommati all’aumento dei prezzi petroliferi nei mercati internazionali e alla difficile congiuntura economica. Risultato: la riduzione del consumo dei carburanti del 10% nei primi 10 mesi del 2012. Per tener sotto controllo i bilanci domestici e contenere l’aumento della spesa in carburanti, le famiglie hanno cominciato ad usare meno l’auto. I 3,7 miliardi di euro in più versati alla pompa dagli italiani nei primi 10 mesi del 2011 sono finiti in buona misura all’erario. Il carburante venduto è diminuito, ma le somme intascate dal fisco sono aumentate di 4,1 miliardi di euro. L’industria petrolifera e la distribuzione, invece, hanno assistito alla diminuzione dell’1,7% dei propri ricavi.

Di qui le tensioni che si creano tra i vari pezzi della filiera, la compressione dei margini di guadagno dei gestori delle stazioni di servizio e la loro legittima incazzatura.  A ciò si possono aggiungere le ridondanze nella rete di distribuzione, vista la numerosità delle stazioni di servizio rispetto alla media europea e alla domanda. Ma il vero fattore che funge da rullo compressore rispetto ai margini di guadagno che gli operatori devono spartirsi è l’elevata tassazione. Gli aumenti delle accise e la crisi hanno ormai reso elastica la domanda. Se il prezzo sale, i consumatori non accendono il motore.

Quel che è peggio, il Ministro dell’ambiente Corrado Clini ha predisposto le linee guida di un piano di adattamento ai cambiamenti climatici, da varare entro marzo, che prevede il reperimento di risorse, da destinare al programma di difesa del territorio, dall’aumento dell’imposizione fiscale sui carburanti.

Se è vero che risulta moralmente accettabile per il decisore pubblico tassare qualcosa che, bruciandola, inquina, si trascura un dato ineludibile: la spesa per carburanti incide pesantemente sulle famiglie. Circa 120 euro al mese; voce che supera la spesa per l’acquisto di carne (110 euro), di frutta e ortaggi (83 euro) e di pane o cereali (79 euro). Ma il costo dei carburanti è anche un handicap per la competitività delle imprese. Il trasporto merci è per il 91% su gomma. Quindi l’aumento delle accise ha un effetto sui costi sostenuti dalle imprese per il trasporto merci e un effetto indiretto sui prezzi di tutti i beni movimentati sulle nostre strade.

Se i rapporti di forza tra gli addetti alla distribuzione e le compagnie petrolifere in sede di rinnovo dei contratti può non destare il nostro interesse, le ragioni sottostanti hanno a che fare con un carico fiscale che, oltre a erodere i loro margini, grava sul nostro caro vita e sulla tenuta del tessuto produttivo. Insomma, almeno su di una cosa i benzinai hanno pienamente ragione: la benzina è un bancomat fiscale.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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