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L’Egitto va al referendum, tra scontri di piazza e tentazioni autoritarie – 1

– Pubblichiamo in due parti, una oggi, l’altra lunedì 17 dicembre, un’intervista di Eleonora Mongelli sulla situazione egiziana e i suoi ultimi sviluppi. L’intervistata è Sabrina Gasparrini, consigliere generale del PRNTT (Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito) ed esperta di Medio Oriente, in particolare proprio di Egitto.

A soli cinque mesi dall’elezione democratica di Mohammed Morsi, piazza Tahrir, l’anima della rivoluzione egiziana, nonché simbolo della speranza di migliaia di egiziani per un futuro di libertà e democrazia, torna ad infiammarsi. A scatenare la protesta, principalmente due eventi: l’approvazione di una bozza costituzionale, che minerebbe i diritti e le libertà individuali, ed un decreto presidenziale, emanato da Morsi stesso il 22 novembre scorso, con il quale si attribuisce poteri eccezionali, fondamentalmente ponendosi al di sopra del potere giudiziario. In seguito alle accese proteste, Morsi ritira il decreto costituzionale, sostituendolo con un nuovo decreto, emanato lo scorso sabato, che, a suo avviso, ridimensionerebbe i poteri straordinari assegnatosi nel precedente. Quali sono le ragioni che hanno spinto Morsi ad emanare il decreto e quali erano le sue aspettative?

Il decreto aveva anzitutto l’obiettivo di mettere in sicurezza la Costituente e il Majlis Al-Shura, la camera alta del Parlamento egiziano, e di rendere immuni le decisioni del presidente da qualsiasi sindacato da parte della magistratura. La Corte costituzionale aveva infatti fissato per il 3 dicembre la sentenza sulla costituzionalità dell’organismo costituente sotto il profilo della rappresentatività e della legge elettorale con cui sono stati eletti i membri del Majlis Al-Shura. Temendo quindi una decisione che avrebbe determinato lo scioglimento di questi due organismi, ipotecando il processo costituente in corso, Morsi ha cercato di anticipare la Suprema Corte attraverso il decreto. Se ripercorriamo gli eventi, vediamo che la rapidità con cui si è mosso il presidente era funzionale all’attuazione di un’agenda politica che non coincide affatto con quella di chi ha animato le rivolte del 2011, ma, al contrario, è perfettamente speculare a quella dei Fratelli musulmani.

Quanto questa vicenda è connessa al ruolo di protagonista che ha visto l’Egitto come mediatore della recente tregua tra Israele e Hamas?

L’annuncio del decreto costituzionale è arrivato a meno di 24 ore dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. La tempistica degli eventi rivela il tatticismo della scelta di Morsi. Il presidente sperava di poter far leva sul successo riportato sul piano diplomatico e della credibilità internazionale dell’Egitto e, internamente, contava di capitalizzare in termini di consenso un risultato che doveva dare il segno del un nuovo corso della politica estera egiziana, più attenta alla “causa palestinese” e meno disposta a lasciare mano libera ad Israele. Il calcolo però si è rivelato errato e la reazione popolare indica la solidità della presa di coscienza dei cittadini, disposti a lottare contro chiunque tenti un ritorno all’autoritarismo a scapito della legalità istituzionale e delle libertà individuali.

Secondo Tahani al-Gebali, vice presidente della Suprema Corte costituzionale, non ci sono differenze tra il decreto costituzionale emanato sabato rispetto a quello cancellato, emanato il 22 novembre. Comunque, in ogni caso, afferma al-Gebali, il presidente non ha il diritto di emanare decreti costituzionali. Quali sono gli strumenti che la Corte costituzionale possiede per intervenire?

Nell’ordinamento egiziano il presidente della Repubblica non è investito del potere costituente, il che significa che se la Corte costituzionale non fosse stata neutralizzata avrebbe rilevato il vizio di legittimità del decreto dichiarandolo nullo. Non è un caso infatti che entrambi i decreti, quello del 22 novembre e quello del 9 dicembre, contengano una previsione che li dichiara immuni da qualsiasi sindacato da parte della magistratura, ivi inclusa la suprema autorità giurisdizionale. Da un punto di vista costituzionale questo si traduce in una prevaricazione, peraltro senza precedenti in Egitto, del principio di separazione dei poteri e nel tentativo da parte del capo dello Stato di porsi al di sopra della legge. Per questo il passo indietro che Morsi voleva far credere di aver compiuto è solo un’operazione di facciata priva di effetti sul piano sostanziale. La Corte ora può decidere di innescare un braccio di ferro con la Presidenza della Repubblica, come fece nel luglio scorso quando Morsi emanò un decreto, anche in quel caso privo delle necessarie basi giuridiche, che mirava a reintegrare nelle sue funzioni la Camera bassa del Parlamento, sciolta a seguito della sentenza con cui la Corte dichiarò incostituzionale, perché in violazione del principio di uguaglianza, la legge elettorale così come emendata da SCAF nel settembre 2011. Al momento la Corte ha sospeso sine die i propri lavori, dopo le intimidazioni e minacce che il 3 dicembre scorso i manifestanti pro-Morsi hanno rivolto ai giudici che ne fanno parte.

Al centro della questione, quindi, il braccio di ferro tra i Fratelli Musulmani e la magistratura. Quest’ultima, in seguito alle pressioni ricevute dai sostenitori di Morsi, ha risposto indicendo una serie di scioperi che si sono estesi fino ad Alessandria ed annunciando che non parteciperà alla supervisione dello scrutinio del referendum sulla bozza del testo costituzionale. Morsi si aspettava una reazione così importante da parte del corpo giudiziario? Al di là del potere della piazza, possono la Corte costituzionale e la magistratura giocare un ruolo decisivo per evitare che l’Egitto prenda una deriva contraria ai principi dello stato di diritto?

Stiamo assistendo a quello che da noi sarebbe definito un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato, ma in Egitto si tratta di una partita che in questo momento viene giocata al di fuori delle regole e in assenza di un ordinamento definito. Indubbiamente la magistratura può fare molto per riportare la situazione ad un dato di legalità. Il segnale indirizzato a Morsi attraverso gli scioperi che hanno riguardato tutto il Paese e il rifiuto, con la sola eccezione dei magistrati che fanno parte del Consiglio di Stato, di sovrintendere alle operazioni di voto, è una indicazione forte della determinazione del potere giudiziario di non lasciare che a prevalere sia la discrezionalità del presidente, ma questo rischia di non bastare. Se non ci saranno aperture da parte del capo dello Stato, la situazione rischia di chiamare l’esercito ad un ruolo che va oltre i tentativi di mediazione attualmente in corso.

(1./continua)


Autore: Eleonora Mongelli

Nata a Foggia nel 1979, laureata in lingue e letterature straniere, scrive progetti sulla tutela dei diritti civili. È tra i fondatori dell'associazione Nitobe e membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani.

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