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La Costituzione? Non è una cosa seria, la commenti un comico

– Da qualche tempo, ad alcuni comici italiani sembra andare stretto il proprio mestiere. C’è chi, come Beppe Grillo, ha deciso di interpretare la macchietta del capopopolo e chi invece preferisce improvvisarsi giurista. Magari in prima serata, sulla rete ammiraglia del servizio pubblico.

E’ il caso di Roberto Benigni, che lunedì sera celebrerà il suo ritorno sul piccolo schermo con “La più bella del mondo”, trasmissione dedicata alla lettura e al commento dei primi dodici articoli della Costituzione italiana.

Non è mai successo che la CNN permettesse a un Robin Williams o a un Bill Murray di recitare e commentare la Costituzione americana, né che la BBC accordasse all’irriverente ciurma dei Monty Python la possibilità di montare uno show con la pretesa di illustrare i principi della Magna Carta ai britannici. Evidentemente, l’Italia non è tra quei paesi in cui ognuno svolge il proprio mestiere e si occupa esclusivamente delle questioni più attinenti alla propria formazione professionale.

Benigni è innegabilmente un gigante della risata: Johnny Stecchino, Il Mostro, Non ci resta che piangere, La vita è bella sono capolavori indiscussi del cinema italiano. Tuttavia, andare in TV a commentare una carta costituzionale non è come fare simpatiche comparsate per toccare la “patonza” alla Carrà o baciare in bocca Pippo Baudo.

Il fatto che Benigni non sia un giurista, né tanto meno un costituzionalista, sembra essere passato in secondo piano come un trascurabile dettaglio, come se la vittoria di un premio Oscar legittimasse un attore a pontificare su qualsiasi argomento, indipendentemente dalla sua reale conoscenza della materia. Persino Sandra Bullock e George Clooney si sono aggiudicati una statuetta dell’Academy, ma a nessuno in America è venuta la pazza idea di affidare alle due star di Hollywood un programma sul Bill of Rights o le dottrine giuridiche dei padri costituenti.

L’intento di questa riflessione non è certo quello di proporre un modello di società tecnicista in cui abbiano diritto ad esprimere un’opinione solo i professori emeriti; al contrario, si vuole sottolineare che corre una grande differenza tra libertà d’espressione e sponsorizzazione tramite la TV pubblica di pareri non sufficientemente qualificati su questioni molto complesse, al solo fine di far impennare gli ascolti e incassare pubblicità. Si intende, appunto, rimarcare il sottile confine che separa la democrazia dall’oclocrazia e dalla dittatura delle opinioni verso cui questo paese sta inesorabilmente scivolando.

In questo, Benigni non è diverso dai tanti opinionisti e tuttologi che popolano i salotti della nostra TV commerciale: è attivo in molte vesti, ma spesso diverse da quelle che più gli si addicono. Non a caso Vittorio Sermonti, storico lettore radiofonico della Divina Commedia, disse al riguardo del celebre spettacolo “TuttoDante”:

Il suo modo di attualizzare Dante è divertente ma non si possono dire spiritosaggini e cose un po’ ovvie per adescare il pubblico. Questo non è un buon servizio fatto al Poeta e nemmeno agli ascoltatori. Ho 78 anni e mi dispiace lasciare il campo a questo tipo di divulgazione allegra”.

Guai a fare processi alle intenzioni, ma il rischio che il comico toscano approfitti del contesto per lasciarsi andare a considerazioni strumentali, tendenziose o, peggio, inesatte della Costituzione è concreto. D’altronde la cronologia delle sue apparizioni TV, tutt’altro che sobrie e imparziali, è certamente poco confortante.

Molti ricorderanno lo sfogo di Michele Apicella, il registra frustrato di Sogni d’oro interpretato da Nanni Moretti: “tutti si sentono in diritto di parlare di cinema! Parlo mai di astrofisica io, parlo mai di biologia? Parlo mai di neuropsichiatria, parlo mai di botanica? Io non parlo di cose che non conosco!”. Ecco, sembra che una buona fetta di italiani, specialmente composta da quelli più “benignani” e schierati a sinistra (non a caso la citazione di Moretti), abbia dimenticato che per dibattere di questioni complesse e delicate non basta avere la dote posseduta per antonomasia dalle icone pop, ovvero la capacità di semplificare brutalmente qualsiasi concetto ed esprimere in forma chiara e diretta quel che la massa non saprebbe comunicare neanche a gesti. Al contrario, le opinioni, per risultare fondate e rispettabili, hanno bisogno di essere sostenute da un solido apparato di conoscenze dettagliate e ben approfondite. Ciò che resta, altrimenti, è propaganda, è “luogocomunismo” o, peggio, è disinformazione.

In fin dei conti, non sarebbe stato meglio se la RAI avesse conferito oneri e onori di celebrare i dettami costituzionali a Piero Angela, magari nell’ambito di uno speciale con tanto di testimonianze di storici, politologi e costituzionalisti? Ovvio che sì, ma anche l’Auditel vuole la sua parte. E allora caliamo una volta per tutte il velo dell’ipocrisia: va bene, dateci Benigni, purché non ce la spacciate per cultura. D’altronde, se il povero Michele Apicella invitava a non parlare di cose che non si conoscono, perché la sua massima socratica non dovrebbe applicarsi a Roberto Benigni? E, soprattutto, a quale titolo?

“Siamo soffocati dalle parole, dalle immagini, dai suoni che non hanno ragione di vita, che vengono dal vuoto e vanno verso il vuoto. A un’artista, veramente degno di questo nome, non bisognerebbe chiedere che quest’atto di lealtà: educarsi al silenzio. Così il curioso personaggio dell’Intellettuale si rivolgeva a Guido Anselmi, il Marcello Mastroianni di Otto e mezzo nonché alter ego di Federico Fellini. Ecco, serviva davvero l’ennesima deriva populista del paese della narratività, in cui è concesso dire tutto a tutti, in cui dietro l’illusione della libertà di parola si cela in realtà la banalizzazione di ogni concetto? Per giudicare – possibilmente senza pregiudizi – e dare risposta al nostro quesito attendiamo fiduciosi le 21.00 di lunedì sera.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

13 Responses to “La Costituzione? Non è una cosa seria, la commenti un comico”

  1. Vulka scrive:

    A me Benigni non fa particolarmente ridere, lo trovo un po’ ironico-triste, poi magari è il mio solo punto di vista.

    La Costituzione va bene così, mantenendo il primo suo articolo che riguarda la sovranità del popolo, visto che ogni volta bisogna ricordarlo in quanto i sovversivi a governo vorrebbero cambiarla ognuno a proprio favore.

    Non penso però che si possa parlare in termini “comici” della Costituzione, visti i morti che ci sono stati per metterla in atto…

  2. lodovico scrive:

    « L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
    La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. »

    (Articolo 1 della Costituzione Italiana)
    L’articolo 1 fissa in modo solenne il risultato del referendum del 2 giugno 1946: l’Italia è una repubblica.
    I caratteri che distinguono la forma repubblicana da quella monarchica sono soprattutto due:
    L’elettività
    La temporaneità delle cariche pubbliche.
    L’accesso ad esse non avviene per ereditarietà e per appartenenza dinastica, ma, appunto, per elezione, e la durata in carica non può mai essere vitalizia (se si esclude il caso particolare dei pochi senatori a vita) ma limitata ad un tempo fissato dalla legge, si tratti del Sindaco di un piccolo Comune o del Presidente della Repubblica.
    Diventa chiaro, in questo modo, anche il significato etimologico della parola repubblica: lo Stato non è un patrimonio familiare e dinastico che si possa trasmettere ereditariamente come un bene qualsiasi, ma è invece una “res publica”, appunto una cosa di tutti.
    Coloro che sono temporaneamente chiamati a svolgervi un importante ruolo di direzione politica non ne sono i proprietari, ma i servitori.
    E, per converso, i governati non sono sudditi, ma cittadini che devono essere messi in condizione di esercitare la loro sovranità.
    Per questo l’articolo 1 stabilisce il carattere democratico della repubblica.
    Con esso, conformemente all’etimologia del termine democrazia (dal greco: demos, popolo e kratìa, potere), si intende che la sovranità, cioè il potere di comandare e di compiere le scelte politiche che riguardano la comunità, appartiene al popolo.
    È naturale che un simile ruolo non possa essere esercitato in forma arbitraria.
    L’inciso “nelle forme e nei limiti della Costituzione” sta a indicare proprio questo fatto.
    Più precisamente, l’esercizio effettivo della sovranità popolare avviene in varie forme, specie il diritto di voto (art. 48 Cost.), mediante il quale ogni cittadino sceglie i propri rappresentanti a cui viene delegata non la sovranità, ma la cura effettiva degli affari pubblici.
    Il modello appena delineato prende perciò il nome di democrazia rappresentativa e deve essere tenuto distinto da quello della cosiddetta democrazia diretta, che di fatto può essere praticato soltanto in comunità molto piccole.
    Mentre nel primo caso, proprio delle grandi democrazie moderne, il cittadino è rappresentato dagli eletti, nel secondo caso l’esercizio della sovranità è diretto e non richiede il meccanismo della delega e della rappresentanza. Se ne può avere un esempio nella democrazia ateniese del V secolo a.C., purché non si dimentichi che la diretta partecipazione di tutti gli uomini liberi agli affari dello Stato era resa possibile anche dall’esclusione legale delle donne, degli schiavi e degli stranieri da ogni forma di attività politica.
    Una Repubblica fondata sul lavoro [modifica]

    Il primo articolo sottolinea in modo particolare, oltre l’identità repubblicana dello Stato, come la Nazione sia fondata sul lavoro.
    Prima di arrivare alla forma tuttora vigente, vennero esposte varie proposte. La prima, presentata dal deputato Mario Cevolotto ometteva la formula “…fondata sul lavoro” e venne presentata il 28 novembre 1946. Questa, però, non piacque alla quasi totalità dei membri dell’Assemblea e venne definita algida e carente dei tratti precisi del nascente Stato Italiano. Fu Aldo Moro a chiedere di inserire un riferimento al lavoro.
    Palmiro Togliatti presentò una seconda proposta: “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”. Ma anche questo emendamento venne bocciato.
    Ma fu il democristiano Amintore Fanfani a presentare la formula attuale che fu appoggiata dal Partito Comunista Italiano e dal Partito Socialista Italiano.
    L’articolo 1 della Costituzione Italiana venne approvato nella sua interezza il 22 marzo 1947 dando finalmente un’identità alla nascente Repubblica.
    P.S. per quanto riguarda il termine “lavoro” questo può esser configurato come un “diritto potenziale” ovvero un diritto che non esiste ancora ma può esser nominato.

  3. Piccolapatria scrive:

    Non mi meraviglierei che Napolitano lo facesse pure “senatore a vita” per completare l’opera!

  4. Daniele Venanzi scrive:

    Vulka sono d’accordo, per questo non credo sia opportuno farne parlare Benigni

  5. tiziano scrive:

    vi seguo con stima, ma quando siete spocchiosi siete spocchiosi!
    l’articolo si salva con l’ultima riga rimettendo tutto (bontà vostra) ad una valutazione posteriore, addirittura senza pregiudizi!! rendendo con ciò inutile ma fastidioso tutto ciò che è stato detto prima.
    proprio perchè la costituzione è impastata di significati, intenzioni, storie, idee che erano e sono la carne e il sangue del nostro paese devono poter essere rimasticate da tutte le possibili sensibilità umane per poterne cogliere aspetti altrimenti invisibili e addirittura può essere l’unica forma di rielaborazione/attualizzazione dei suoi dettami. davvero voi vi sdegnerese di ascoltare cosa pensa della costituzione un operaio che asfalte le strade o un commerciante del mercato rionale? e davvero riterreste mortificante per i padri costituenti ascoltare i loro commenti? tornando a noi sono certo che può essere più efficace Benigni dotato com’è di profonda passione, sensibilità e fine intelligenza di un noioso quanto ben intenzionato esperto (d’altra parte di commenti accademici alla costituzione è già pieno il mondo a chi interessassero.

    grazie

  6. creonte scrive:

    Benigni ha una statura ormai internazionale

  7. enzo51 scrive:

    Italia: Un irrituale “Carro di Tespi” ove tutti,quitti e affini recitano a soggetto!

    La narrazione di questo Paese si è fermata con la Repubblica,questa Repubblica così martoriata e non più consona alle sfide che ci attendono nell’immediato.

    La narrazione ,secondo il dotto ed enciclopedico sociologo Giuseppe De Rita, è stata tale per questo Paese ,nel Risorgimento e nel “deprecato Periodo fascista”.Oltre,il nulla nel vuoto pneumatico della contemporaneità.

  8. Daniele Venanzi scrive:

    Caro Tiziano, all’operaio e al commerciante del mercato rionale non permetterebbero mai di andare in TV a spiegare la Costituzione. La RAI boccerebbe immediatamente un progetto simile, sostenendo la tesi che di Costituzione ne deve parlare chi ne capisce. Ecco, questo criterio non viene applicato anche a Benigni per ragioni di audience. Dispiace vedere persone che se la bevono ogni qualvolta si spaccia loro qualcosa per democrazia ed uguaglianza. Ecco, il fatto stesso che Benigni (che di costituzione ne sa quanto il suddetto operaio) possa andare a pontificare in prima serata solo perchè si chiama Benigni e ha vinto un Oscar è proprio la negazione della democrazia e dell’uguaglianza. Non a caso, l’operaio rimane a parlarne con i colleghi mentre Benigni per dire esattamente le stesse cose che direbbe la casalinga di Voghera percepisce cachet milionari. Poi se è questa la vostra idea di democrazia preferisco rimanere spocchioso, io che appartengo alla stessa classe sociale dell’operaio citato e che preferirei semplicemente che certe questioni agli italiani le spiegasse chi sa farlo con cognizione di causa

  9. Daniele Venanzi scrive:

    Creonte, anche Robert De Niro ha una statura internazionale. Ti faccio anche un esempio più nobile, va’: John Malkovich. Ma come mai le TV americane non li mettono in bella mostra a parlare di cose che non rientrano nelle loro competenze?

  10. creonte scrive:

    ne parla in maniera artistica, non accademica… anche Dante… si, lo spiegava, ma andava oltre, tu non vedevi (solo) Dante, vedevi l’attore Benigni

    è come leggere Luciano De Crescenzo, mica mi aspetto un filologo classico o uno storico della filosofia, ma una riproposizione personale e noi valutiamo il prodotto che ne esce

  11. mirko scrive:

    Meglio devolvere i nostri soldi a Beppe Fiorello, e don Matteo. Mi sembra giusto.

  12. Andrea scrive:

    Guardalo meglio: è abbastanza basso… in tutti i sensi! Internazionale, poi… Basta ricordare come lo distrusse la stampa americana in occasione del famigerato “Pinocchio”. Non illudiamoci: se dobbiamo vantarci della “statura” di Benigni, soprattutto sotto il profilo culturale, abbiamo davvero scarsa considerazione di noi stessi: figuriamoci che cosa possono pensare all’estero!

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