La questione Spread, che accompagna intensamente il vivere quotidiano di ogni persona e che è riproposta continuamente nelle televisioni, nelle tribune politiche e nei giornali, non sembra essere stata compresa in tutta la sua importanza.

Si parta dal principio, cercando di ristabilire un senso cronologico agli accadimenti più rilevanti che hanno visto come protagonisti Mario Monti e Silvio Berlusconi negli ultimi giorni. Il Premier ha dichiarato di dimettersi dopo l’approvazione della Legge di Stabilità. Il Cavaliere, invece, aveva proposto pubblicamente una sua ricandidatura per le politiche di marzo 2013, poi ritirata. A quelle affermazioni, comunque, aveva immediatamente fatto seguito la reazione del mercato: risalita dello Spread, titoli al ribasso e possibile ulteriore declassamento delle agenzie di rating, quest’ultimo già anticipato da Fitch dopo il caso Trani. Successivamente alle già deliranti dichiarazioni di sesta ridiscesa in campo, il Cav. si era perfino lasciata sfuggire dal senno una di quelle boutade che neppure Grillo oserebbe: ‘lo Spread è un imbroglio e un’invenzione dei mercati’.

La realtà dei fatti è un’altra ed è quello che si cercherà di evidenziare, procedendo in modo graduale in una prima analisi dello Spread, in una seconda analisi dei tassi di debito e infine la modalità con cui il primo influisce sui secondi a danno o a vantaggio delle famiglie.

Lo Spread, come tutti conosciamo, è la differenza tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani ed i Titoli di Stato tedeschi (Btp – Bund). Supponiamo che i Titoli italiani diano un rendimento del 5% ed i Titoli tedeschi dell’1,5%. La differenza tra essi ammonta al 3,5%, cioè 350 punti. Lo Spread non è altro che un termometro, derivato dalla misurazione dei tassi di interesse, i quali a loro volta misurano la rischiosità nel prestare denaro a certi debitori. Più il valore di tali tassi si allontana dal benchmark tedesco, maggiore è il premio che gli investitori chiedono a fronte del rischio di non essere rimborsato del suo capitale investito. In caso contrario, se il rischio di non essere rimborsati si mantiene basso, egli chiederà una remunerazione minore. Riducendo questa differenza, quindi, si riduce la rischiosità di insolvenza e aumenta di conseguenza la possibilità di trovare potenziali prestatori sul mercato, di cui l’Italia ha disperato bisogno vista la mole del suo debito pubblico. D’altro canto all’aumentare di questa differenza potenziali investitori possono uscire dal mercato stesso, perché sfiduciati dalla componente rischio. Il debitore in questione è lo Stato che emette titoli di debito per far fronte agli squilibri economici del bilancio pubblico. Essi sono una forma generalmente sicura di investimento, ovvero strumenti finanziari a basso rischio e con un rendimento inferiore rispetto a quello di altri strumenti. Ecco perché le variazioni in alto dello Spread sono un campanello dall’allarme: esse segnalano un cambiamento della natura dei Titoli di Stato. In particolare queste impattano sul rapporto di indebitamento del Paese, ovvero il rapporto tra debito pubblico e PIL. Facendo un forte ricorso, infatti, all’emissione dei titoli di debito cresce il debito pubblico dello Stato. Negli ultimi dieci anni questo valore ha toccato il suo massimo nel 2010 per un ammontare del 120%.

Il secondo punto di analisi è la questione dei tassi di debito, o meglio dei tassi di interesse con cui le banche danno a prestito del denaro. Il valore del tasso di debito è la somma tra un tasso di riferimento, che può essere fisso o variabile, ed un valore percentuale di spread.

Esempi di tasso fisso o variabile sono rispettivamente l’IRS, o Interest Rate Swap, che in realtà rappresenta il costo delle operazioni con cui una banca trasforma un’operazione a tasso fisso in una a tasso variabile, e l’Euribor, che è il valore percentuale con cui le banche europee si prestano denaro in euro.

Il secondo termine, lo spread, rappresenta il ricarico che una banca decide di aggiungere ai tassi fissi o variabili precedenti. Il meccanismo decisionale attuato è abbastanza semplice: una banca compra denaro ad un certo valore di tasso di scambio e lo rivende al cliente con un determinato valore di margine, che è appunto lo spread.

Quest’ultimo è fortemente influenzato dalla differenza tra i Titoli di Stato della quale si è parlato nella prima analisi, tanto che le banche decidono l’ammontare dello spread anche in base al valore di Spread. Se il secondo cresce in virtù dell’aumento del rischio di credito, cresce anche il primo. Cercando, quindi, di riallineare il più possibile i tassi di rendimento dei Titoli di Stato di Italia e Germania, si favorirebbe, oltre alla riduzione dello Spread, anche la diminuzione di quel valore marginale. Ciò andrebbe a vantaggio delle famiglie che chiedendo prestiti alle banche, si ritroverebbero con un tasso di debito minore da restituire.

La morale della discussione vuole richiamare all’attenzione di molti l’incoscienza del Cavaliere nell’aver pronunciato certe parole. Anzitutto lo Spread non è una invenzione di nessuno, è una realtà fondamentale attraverso la quale uno Stato riesce ad analizzare la propria capacità di ripagare i propri debiti, fidelizzando potenziali investitori e facendo leva sul proprio rapporto di indebitamento. Bisognerebbe evitare, dunque, di fare certe dichiarazioni sapendo che andranno poi ad incidere anche sulle famiglie attraverso un aumento dei tassi di debito. In secondo luogo se si è consapevoli di essere dei soggetti politici con forte influenza nei mercati, si sa, di conseguenza, che esternando certi pensieri si può minare la stabilità dei governi ed aspettarsi una reazione non positiva dei mercati stessi. Il problema è per coloro che, non conoscendo il meccanismo finanziario e solamente per motivi ideologici, continuano imperterriti a difendere incoscienti affermazioni, anteponendo l’assenza di criticità all’informazione.