Parte (forse) il Piano Città. Ma rischia di diventare un nulla di fatto

– Molte città d’Europa hanno avviato da tempo una radicale trasformazione di alcune parti. Anche cospicue. A partire da Amburgo, il caso più noto. Dove, nella vecchia area portuale in disuso lungo il fiume Elba, sta prendendo forma il nuovo quartiere Hafencity, su un’estensione di 157 ettari nel centro della città. Un maxi-intervento che contempla il recupero e la trasformazione funzionale degli edifici ex-industriali che sono stati conservati.

Ma esiste una ricca casistica in materia. A Malmö, per esempio, terza città della Svezia, si sta concludendo la trasformazione del quartiere Västra Hamnen, un tempo area portuale. A Nantes, nel nordovest della Francia, una partnership pubblico-privata sta trasformando un’area di 355 ettari, con il contributo fondamentale della Cassa depositi e prestiti francese. Anche il quartiere Vesterbro, a Copenhagen, è stato interessato da una riqualificazione urbana, promossa dal pubblico ma attuata con investimenti privati. E così pure nel quartiere di Leidsche Rijn a Utrecht, in Olanda, uno dei più grandi programmi di edilizia residenziale a costo moderato che siano mai stati avviati in Olanda. Pianificato nel 1994 e ancora in corso di realizzazione, per stralci.

In Italia siamo ancora agli inizi. Con la firma da parte del Viceministro per le Infrastrutture Mario Ciaccia sul decreto in cinque articoli per i criteri di selezione, nell’agosto passato ha preso il via ufficialmente il Piano città, finalizzato alla riqualificazione delle aree urbane degradate. Il 5 ottobre è scaduto il termine per la presentazione della candidature dei singoli Comuni all’Anci, al Ministero delle Infrastrutture e alla cabina di regia che sovraintenderà alla procedura selettiva del piano città. A disposizione ci sono i 224 milioni di euro stanziati dal ministero, secondo l’articolo 12 del Dl 83/2012. Ai quali potranno essere aggiunte risorse reperibili in altri programmi nazionali come i fondi ex Fas (forse 900 milioni), Fesr (2,6 milioni), Ministero dell’Ambiente (300 milioni), Fia per Social Housing (1,2 miliardi) e fondo Kyoto (400 milioni).

Risorse importanti reperite mentre cresce il numero dei disoccupati e, comunque, il Paese si trascina faticosamente in avanti. Una misura che mostra innanzitutto l’intenzione di sanare almeno alcune “ferite” dei nostri agglomerati urbani. Probabilmente, anche quella di riavviare un settore, quello dei lavori pubblici, in prolungato impasse. Per i Comuni italiani un’occasione. Da non sprecare.

Molte città italiane, o almeno parti cospicue di esse, a partire dai loro nuclei storici, continuano a brillare quasi naturalmente, di una propria bellezza. Il problema è che, spesso, senza alcuna possibilità di differenziazioni tra Nord e Sud, si sono operate aggiunte senza alcuna ratio. Inserendo edifici che hanno “mortificato” il contesto. Ma anche indirizzando espansioni disarticolate. Senza naturalmente badare a preesistenze, funzionalità. Tanto meno all’impatto ambientale. Le città attuali, con importanti aree dismesse, edifici abbandonati, interi quartieri profondamente degradati, servizi insufficienti in aree di espansione realizzate “a prescindere”, sono come capolavori della statuaria antica dei quali siano andate perse delle parti.

A conferma ancora di più di quanto ci sarebbe da fare, c’è il numero dei Comuni che hanno presentato progetti di riqualificazione urbana. Più di 425. Per un totale di investimenti pari a circa 18 miliardi. Soltanto per il 50% circa “coperti”. Con la metà restante da reperire “tra altre risorse esistenti e non utilizzate o mal utilizzate, come quelle dei fondi europei”, come ha dichiarato recentemente Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emila e presidente dell’Anci.

Da quanto emerge dal 46esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, nella gran parte dei casi si tratta di piccoli comuni. Ben il 41,7% delle proposte infatti arriva dai centri con meno di 10mila abitanti. In particolare, sono 180 i piccoli centri, per grandissima parte localizzati al Sud, che hanno presentato proposte in materia di riprogettazione di aree e quartieri caratterizzati da deficit di servizi, infrastrutture e qualità dell’abitare. A seguire con il 33,6% delle proposte, le città che contano da 10mila a 50mila abitanti e con il 22% quelle da 50 mila a 250 mila abitanti. Fanalino di coda le città al di sopra dei 250 mila con una percentuale molto bassa, appena il 2,8%.

I progetti si riferiscono tutti, come richiesto dal bando, ad aree dismesse o quartieri a degrado edilizio-sociale. In molti casi, però, le proposte presentate sono molto vicine a un programma di lavori pubblici, più che a programmi complessi di riqualificazione urbana. Come si legge nelle relazioni, è vero che sono insiemi di interventi “studiati”, in grado di rilanciare quartieri e aree degradate e dunque innescare sviluppo. Tuttavia il coinvolgimento di capitali privati è spesso indipendente da queste opere, o indefinito.

L’ambito degli interventi è molto vasto: partiamo da quelli sulla Valbisagno a Genova. Più specificatamente sul fronte del trasporto pubblico e del riassetto idrogeologico, con la creazione di una asse protetto per il trasporto e di interventi sull’arginatura in zona Staglieno-Gavette. Il primo lotto di lavori per lo scolmatore del Bisagno, con le opere captazione dei rivi Noce, Rovare, Fereggiano. L’avvio della Piastra Genova-Est e la bonifica del Rio dell’Olmo.

Per quanto riguarda la riqualificazione urbana e il social housing, la creazione di alloggi ERP ed ERS nell’area ex Boero e l’avvio della riqualificazione energetica degli alloggi ERP di Piazzale Adriatico. E’ previsto un nuovo lungomare pedonale, con spazi per la balneazione e la socializzazione, un raccordo alla rete ecologica ciclabile e nuovi parcheggi nel quartiere San Girolamo-Fesca, a Bari.

Dalla riqualificazione urbana del quartiere di Mercato Navile, con l’ampliamento dell’offerta abitativa sociale, un nuovo polo scolastico e il Centro culturale di quartiere, a Bologna. Alla riqualificazione della parte di città a ridosso del porto, la zona di Marinella, a Napoli, dove è necessario rifare la pavimentazione, i marciapiedi e l’illuminazione. Ma anche il completamento del restauro dell’area ex Corradini, che dovrebbe diventare parte integrante del nuovo porto turistico di Vigliena. Oltre al completamento dell’accessibilità al Centro direzionale, alla realizzazione di una nuova stazione della metropolitana e al miglioramento degli accessi a quella esistente.

Dal recupero dell’ex Arsenale Austriaco, voluto dal maresciallo Radetzky, a Verona. Al rifacimento della pavimentazione e il restauro interno ed esterno del borgo medievale di Caserta Vecchia. Dal parcheggio interrato di 500 posti nella zona di Porta Prato, oltre che alla piazza giardino di 20 mila metri quadrati e alla trasformazione del complesso industriale dismesso in zona residenziale, a Firenze. Al recupero dell’ex ospedale psichiatrico San Benedetto e alla sua trasformazione in parco pubblico con annessi i servizi del distretto sanitario, una biblioteca e una zona residenziale con parcheggi interrati, a Pesaro. Dall’intervento sul monastero di Santa Clara e il trasferimento al suo interno della biblioteca multimediale, a Pavia. Alla rifunzionalizzazione e riqualificazione della Stazione Fs di Piazzale Marconi, oltre al progetto del Lungomare di Levante, a Siracusa.

Da questo elenco non potevano mancare Milano, Torino e Roma. Secondo l’ordine, crescente, delle loro richieste.
Di circa 29,5 milioni di euro il finanziamento milanese. Pari al 25% del costo complessivo dell’operazione. Per due ambiti, di quasi 2 milioni di metri quadri. Quelli di Porto di Mare, che si estende nel quadrante Sud-Est, e Bovisa Gasometri, sul fronte opposto, nella parte Nord-Ovest. Con la Bovisa destinata ad accrescere la sua vocazione universitaria, oltre che ad assicurare residenziale per studenti, uffici e commerciale.

Invece, i 30 milioni di euro richiesti dal Comune di Torino serviranno alla riqualificazione di una parte cospicua del quadrante settentrionale della Città. Quello della Falchera. Con benefici anche per la vicina Settimo Torinese. In ogni caso un intervento diversificato esteso ai collegamenti con il quartiere, l’efficienza energetica, il social housing, la riqualificazione degli spazi urbani e il rilancio degli orti urbani.

Il più costoso dei tre è il finanziamento romano, di 33 milioni di euro, che sarà investito su Pietralata. Al cui Piano Particolareggiato la Giunta ha recentemente approvato una variante, con cui presenta una lista dettagliata di infrastrutture e opere pubbliche immediatamente cantierabili nell’area un tempo destinata ad ospitare lo Sdo, pensato col vecchio PRG capitolino. Scuole, parrocchie, piste ciclabili, housing sociale, parchi e strade, centri sportivi, un commissariato, nuovi padiglioni destinati ad attività del Teatro dell’Opera, un centro di accoglienza per diversamente abili, insediamenti artigianali, un centro congressi e la bonifica di alcune aree adiacenti alla stazione Tiburtina dell’Alta velocità.

Il che significa che per un certo numero di amministratori il Piano nazionale per le città rappresenta una sorta di jolly. Un’occasione insperata di attingere a nuovi fondi dopo i tagli effettuati e quelli annunciati. Forse non sempre per interventi che abbiano come unico scopo quello della “riqualificazione delle aree degradate.” Non rendendosi conto che rifunzionalizzare edifici dismessi, intervenire per conservare siti storici, bonificare aree degradate vuol dire anche riequilibrare diseguaglianze, mettendo ordine. Ancor più che realizzando nuove volumetrie.

L’architettura e l’urbanistica, efficacemente intese per l’utilizzo della comunità, divengono strumenti per iniziare a disegnare uno scenario nuovo. Nell’antichità greca e romana il buon funzionamento dei centri abitati era anche il portato della loro corretta pianificazione iniziale e degli interventi successivi. Che nei moderni centri sarà possibile realizzare, passando dalla fase progettuale a quella esecutiva, soltanto se verranno reperite le risorse necessarie. Insomma anche in questo caso, come per la riorganizzazione delle Province, si rischia un niente di fatto. Tanto rumore per nulla.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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