L’FBI intercetta senza mandato dai tempi di Bush, col placet di Obama

– The Big Brother is watching you, il Grande Fratello vi sta guardando, scriveva George Orwell nel 1949 e, oggi, a Washington sembra lo stiano prendendo in parola. A mettere in allarme, ancora una volta, sono le ultime dichiarazioni di William Binney, il “genio dissidente” della National Security Agency, l’agenzia per la sicurezza nazionale nata (coincidenza?) proprio nel 1949. L’Fbi avrebbe accesso a “tutti i dati che è in grado di raccogliere, ovvero virtualmente a tutte le email che vengono inviate e ricevute in America”. Che tradotto, semmai ce ne fosse bisogno, significa che chiunque è potenzialmente (ma non solo) sotto il sempre vigile monitoraggio dei gmen di Robert Mueller. Succede nel “paese dei liberi”, e succede per davvero. Questa volta Oceania non c’entra.

Storia vecchia? Forse che sì, forse che no. La sorveglianza sulle comunicazioni informatiche e telefoniche non è di certo un’invenzione recente. Risale, almeno, al 2001 quando su segreta autorizzazione dell’allora presidente George W. Bush e senza che l’opinione pubblica ne venisse informata, l’esecutivo statunitense cominciò un’intensa attività di intercettazione abusiva di massa. Si trattò del cosiddetto Terrorism Surveillance Program (TSP) che doveva essere una misura di sicurezza adottata per ripararsi da eventuali (e probabili) nuovi attacchi terroristici nell’immediato post Undici Settembre. Una longa manus del Patriot Act, altro non fulgido esempio di liberalismo civile.

Quando nel 2005 il The New York Times svelò il comportamento della Casa Bianca, non a caso, scoppiò il putiferio. Il quotidiano americano denunciò anche la sostanziale inutilità del TSP, affermando che lo spionaggio del Bureau su semplici cittadini non aveva (già allora) portato a nulla di concreto o di utile, visto che non erano stati svelati gravi collegamenti con nessuna organizzazione terroristica.

Ad ogni modo, qualsiasi manuale di diritto costituzionale ammette che fatti così drammatici e tragici come il crollo delle Twin Towers riaccendono l’antica questione della dicotomia tra esigenze di Libertà ed esigenze di sicurezza. In queste difficili situazioni, la reazione immediata è quella di privilegiare le seconde. Nei periodi di crisi, cioè, la tendenza è quella di sovrastimare il bisogno di sicurezza svalutando il valore della Libertà con il pacifico consenso dell’opinione pubblica che, sulla spinta emozionale, è più propensa a sacrificare i propri diritti. Non ha fatto eccezione l’amministrazione Bush che ha gestito il cosiddetto day after dell’Undici Settembre con lo slogan American security comes first.

Tutte queste misure imbarazzatamente liberticide ma ancorate ad un idea di estrema sicurezza che a ridosso di attentati o fatti sanguinosi rappresenta ai più il solo valore da difendere per ripristinare l’equilibrio violato, hanno (forse) una giustificazione nell’immediato verificarsi dei fatti drammatici che le scatenano.  Ma che senso hanno a distanza di un decennio?

Il punto è proprio questo perché l’ultimo rapporto pubblicato dall’ACLU, l’American Civil Liberties Union, un’organizzazione non governativa che difende libertà e diritti civili negli Stati Uniti, dimostra che lungi dall’esser state abbandonate queste misure invasive della privacy e delle Libertà sono più prolifere oggi di dieci anni fa. Anzi, da quando si è insediato a Washington il nuovo Procuratore Generale Eric Holder (2009) e soprattutto da quando è stato eletto il presidente Barack Obama, le intercettazioni e i controlli delle comunicazioni elettroniche eseguite dalle forze dell’ordine senza mandato sono nettamente in aumento. Il monitoraggio delle comunicazioni è cresciuto, negli ultimi tre anni, del 60% e, ad oggi, supera di gran lunga quello registrato durante la presidenza Bush.

Il numero di persone il cui telefono è sotto sorveglianza da parte degli agenti federali è più che triplicato. E si può tranquillamente affermare che sono state spiate più persone negli ultimi anni che in tutto il decennio precedente. Con buona pace dei Democratici d’oltre oceano, che hanno sempre fatto delle Libertà civili una (sacrosanta) bandiera e battaglia ideologica, ma che da quando Obama si è insediato alla Casa Bianca hanno dimenticato la questione e nel migliore dei casi fanno i ponzi pilato.

Oggi, le agenzie statunitensi possono attingere alla banca dati federale per rintracciare il contenuto di qualsiasi messaggio elettronico che sia passato sul suolo statunitense negli ultimi dieci anni. Si tratta della tecnologia “Naris” che è in grado di raccogliere qualcosa come cento miliardi di e-mail, private e personali. L’operazione “Going Dark” dell’Fbi è volta ad aumentare i poteri del Bureau in materia di intercettazioni warrantless (ossia senza mandato) e arriverà alla Corte Suprema. L’ACLU è sul piede di guerra, come già lo era, del resto, nel 2001. A Chiunque stia a cuore la difesa della Libertà, poi, non può sfuggire la portata di questa battaglia. Provate pure a credervi assolti, siete lo stesso coinvolti.


Autore: Claudia Osmetti

Libertaria, nata in Valtellina nel 1986, si è laureata in Giurisprudenza all'Università degli studi di Siena con una tesi in diritto pubblico comparato. E' attualmente iscritta al master in giornalismo dello Iulm di Milano. Ha scritto per il quotidiano Libero, occupandosi di esteri e di politica americana e per alcune riviste on-line come RadicalWeb, occupandosi principalmente di geopolitica e diritti civili. E' appassionata di opera e musica classica.

One Response to “L’FBI intercetta senza mandato dai tempi di Bush, col placet di Obama”

  1. EdoardoBuso scrive:

    grazie per l’articolo che ha scritto.

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