di CARMELO PALMA – Le primarie per le composizione delle liste del Pd, che ieri Bersani ha annunciato, non sono parenti di quelle che si è aggiudicato contro Renzi, ma delle parlamentarie con cui il M5S ha partorito dai server di Casaleggio i nomi che lo rappresenteranno nelle nuove camere. Certamente le elezioni del Pd saranno più trasparenti e democraticamente ordinate. L’apertura ad una base elettorale ampia e non di partito – quella delle primarie per il candidato premier – le renderà più credibili e vere di quelle riservate dal non-statuto del M5S alle poche migliaia di militanti grillini con sufficiente “anzianità di servizio” per avere diritto al voto.

Tuttavia le primarie, che sono un istituto calibrato su di un’elezione a base maggioritaria, sono distorsive in un’elezione a base proporzionale. Le primarie servono per scegliere UN candidato che rappresenti TUTTO il partito, non a selezionare e stabilire l’ordine di elezione di VENTI/TRENTA candidati, che del partito rappresentano “un pezzo”, una quota parte, peraltro, molto inferiore in termini reali al ventesimo o al trentesimo.

Quelle non si chiamano primarie, ma preferenze e dei voti di preferenza hanno tutti i difetti. Difetti di rappresentatività, in primo luogo. Bersani può dire a buon diritto di rappresentare la maggioranza assoluta degli elettori del centro-sinistra. Il più votato dei candidati in ciascuna circoscrizione per le primarie di lista rappresenterà una percentuale marginale dei votanti e una frazione infinitesimale degli elettori del PD. Dalle urne di partito, verranno fuori liste che tutto rappresenteranno, fuorché una mappa attendibile degli orientamenti di fondo del “popolo democratico”.

Nella migliore delle ipotesi, l’esito di queste primarie misurerà le tendenze del voto più consolidato e mobilitabile. Sono primarie a misura di CGIL e degli apparati nazionali e locali, insomma. Primarie che servono a relativizzare il peso che le posizioni di Renzi hanno guadagnato nelle vere primarie e per cui il ragazzetto adesso la deve pagare. Sono primarie in cui il rapporto tra l’ortodossia e l’eresia sarà portato a proporzioni più compatibili con quella che Bersani pensa debba essere la linea del PD (e del futuro governo). Peraltro, le primarie hanno senso se esiste un numero limitato di candidati e un’effettiva possibilità di confronto. Le primarie sono un “faccia a faccia” – a due, a quattro, a cinque. Le primarie con centinaia di candidati che si fronteggiano in ciascuna circoscrizione sono un “casino democratico” del tutto inefficiente.

Quello di “democratizzare” il Porcellum è quindi il pretesto di una resa dei conti old style, di cui anche i vincitori finiranno per pagare il prezzo. Mentre infatti le primarie per la leadership in virtù del meccanismo maggioritario avevano stabilizzato il partito, le primarie finte per le liste lo divideranno secondo linee di frattura assai meno politiche e dunque assai meno componibili. Le preferenze spaccano l’unità dei partiti e li libanizzano. Che siano preferenze pre-voto, non cambia la sostanza del problema.