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Carlo Carrà, lezioni per Monti (e i suoi eredi)

– Non sappiamo chi governerà l’Italia, dopo le prossime Elezioni politiche. Sappiamo per certo che l’atteggiamento del PdL ne ha favorito l’ulteriore avvicinamento: quel partito costituiva numericamente l’azionista di maggioranza del Governo Monti; il partito col maggior numero di deputati e senatori, quello senza il quale altra maggioranza non avrebbe potuto costituirsi.

Per restare in metafore borsistiche e societarie, il fu Terzo Polo, pur nelle sue contraddizioni e pur non essendo stato in grado di dar direzione e sbocchi unitari alle componenti che lo costituivano e innervavano, è parso a lungo poter funzionare da amministratore delegato dell’operazione Monti, coi buoni uffici del Presidente Napolitano, a metà strada padre putativo e promotore del governo dei tecnici, come soluzione all’ impasse della politica. Francamente, non vediamo all’orizzonte i due scopi più interessanti, per cui sarebbe valsa la pena perseverare: la riforma elettorale, cara al Presidente; la messa in moto di meccanismi virtuosi per la crescita, su cui il “blocco centrista” (ma ancor più il gruppo finiano) aveva molto investito, per rompere con gli statalismi paternalistici della vecchia politica e, più concretamente, riossigenare nel complesso la macchina economica, inceppatasi nell’ultimo governo Berlusconi, ben al di là e ben prima di ogni agitazione della crisi dello spread.

Non sappiamo nemmeno “come” si governerà: governo politico, di parte, governo di coalizione, nuovo governo tecnico. La situazione s’annuncia rompicapo di difficile soluzione: l’allarmismo sulla ingestibile pattuglia grillina che arriverà in Parlamento non convince. Quel movimento è cresciuto sulle spalle delle inadempienze altrui, quando si concentra sulle proprie la crisi dell’espansione del consenso lo riconsegna a percentuali nutrite e larghe, ma assai poco trionfalistiche e “siciliane”.

Altra piccola certezza che è possibile devolvere al dibattito politico che si annuncia è l’appassionante mostra dedicata a Carlo Carrà in quel di Alba, a cura della Fondazione Ferrero: uomo di avanguardie, fondamentalmente di tante piccole minoranze, che con la continuità dell’opera diviene patrimonio trasversale alle appartenenze estetiche, grazie a una propensione assoluta al rischio del cambiamento. Sembra strano suggerire a un insieme di spunti così caotico anche lo studio dell’irregolare genio novecentesco, ma le lezioni che può impartire alla sistematica della politica parlamentare italiana non sono di poco momento (e non si limitano alla sola tentazione e seduzione futuristica) e, forse, danno l’agio per approfondire la natura costruttiva della provocazione. A un primo livello d’analisi e lettura, ovviamente, rendiamo grazie a quelle iniziative che giungono dal settore della cultura per la riscoperta di geni delle arti figurative italiane, che hanno dato un nerbo reale alla pittura del Belpaese, frantumando l’isolamento provinciale e isolazionistico cui s’era condannata tra la fine del Seicento e quella dell’Ottocento (con pochi guizzi ed eccezioni nel mezzo): pensiamo a studi e nuove iniziative dedicate, di questi anni, sul Carrà medesimo, su Guttuso, su Marinetti. L’arte come trama di produzione sociale, dal punto di vista teorico, è una risorsa di immediato impatto patrimoniale: bisogna diffidare da chi pone questo assunto alla fine del programma elettorale, come semplice “varie ed eventuali” di un’assemblea condominiale. Bisogna creare settori socioeconomici in grado di lavorare in questa intercapedine, tra turismo e innovazione, tra riscoperta e conservazione (rectius: preservazione).

Teorici, da destra e da sinistra, ci spiegano che è in atto un ritorno all’economia materiale, manuale e manifatturiera. Ci dicono che ci sono lavori che gli Italiani non fanno, lavori che potrebbero, in qualche modo, costituir da sé una prima risposta alla crisi occupazionale. Se tali teorie avessero il buon gusto di limitarsi a ciò (ce lo auspicheremmo), non farebbero né male, né bene: ripeterebbero allo sfinimento un’acquisizione palesatasi da tempo e alla quale i signori di cui sopra si mostrano poco propensi a fornire risposte inventive, fattuali, sostanziali. Invece, quando queste teorie postulano la morte della formazione a vantaggio di una mera idea di mantenimento della produzione, si scade nel patetico e nel chiaramente inadeguato: proprio le professioni più a contatto coi ritmi, gli incerti e le sfide della produzione industriale (ricerca scientifica e, persino, demoscopica, investimenti basilari sull’energia pulita, rigenerazione di interi comparti produttivi in questo Paese), hanno bisogno di quella formazione su cui nessuno ha avuto voglia di puntare, favorendo l’ontologia della dequalificazione della forza lavoro extra-comunitaria e il mito della delocalizzazione come porto franco della convenienza.

La convenienza opposta non potrà esser dimostrata col protezionismo (e torniamo a bomba: valore apertamente messo in questione dal primo Carrà, quello vicino all’anarchismo, per la dignità dell’individuo e degli individui, ma senza soverchie esasperazioni comunarde), semmai con la natura preferenziale di una competizione sul rapporto qualità/prezzo, non già solo sull’una, non già solo sull’altro.

E un’altra utile assunzione che viene dalla visione della bella rassegna su Carrà sta nel coraggio di andare a cercare modelli efficaci laddove compiutamente funzionino: non si può invocare la socialdemocrazia svedese per giustificare la tassazione e senza prendere in considerazione la varietà (e, in molti casi, si riconosca: la precettività) di strumenti di mobilità sociale che connotano tanta parte della tradizione giuridica scandinava, sino al democratico Ichino che invoca gli equilibri del sistema danese: un tecnicismo che non risolve tante, troppe, ritrosie; si può apprezzare la rielezione di Obama, riconoscendo, però, che un conto è stato il contenuto proclamativo della campagna elettorale, finanche con una lessicologia non estranea alla dimensione programmatica di alcuni partiti della Sinistra europea, e un conto è una prassi governativa che resta ancorata a una visione liberaldemocratica tipicamente statunitense – paradossalmente, il rieletto Presidente è stato messo in questione proprio nei punti in cui si è distaccato da quell’indirizzo e ha cercato di accontentare opposizioni di Destra e Sinistra (riforma sanitaria, politica estera), in modo generico e anodino.

Se ha buon successo mediatico la Francia di Hollande, sulla nostra stampa, bisogna interrogarsi su quanto manchi ancora allo stesso diritto civile italiano per assumere un’impostazione di tutela e presidio di libertà anche costituzionalmente riconosciute. E di più: che alternative si possono proporre al modello tedesco di gestione della crisi e del debito, senza scadere in un antieuropeismo rozzo e approssimativo? L’impressione fondamentale che viene da questa rassegna è che qualunque prossimo governo si troverà in (precaria) sella dovrà dimostrare inventiva e duttilità, ponendosi temi che sin qui si erano manifestati come alieni dalla cultura amministrativa italiana. Perciò, l’agenda dovrà medio tempore inevitabilmente apparire dura: procedere subito a defiscalizzazioni coerenti, e giovevoli alle categorie maggiormente tributarizzate, senza far gravare l’operazione sul debito pubblico; estensione degli ammortizzatori sociali, ma sulla base di un riassetto delle tutele che vada a smontare le sperequazioni palesi nel nostro sistema pensionistico, assistenziale e previdenziale.

Parrà impopolare, ma un prossimo governo dovrà nondimeno metter mano alla riforma del diritto di famiglia: ci si sarebbe aspettati, per il vero, che un’acquisizione similare potesse esser utilmente conseguita anche dall’esecutivo attualmente in carica, svincolato da un rapporto necessario e stringente col consenso elettorale, ma in grado di dispiegare pur qualche buona interlocuzione con l’associazionismo ecclesiale. L’intervento legislativo sui diritti civili è a costo zero in termini di bilancio, ma redistribuisce una maggiore facilità nel godimento di utilità in capo ai privati cittadini. Un aspetto che di questi tempi è tutto fuorché secondario.

Per tornare a Carrà, se non si procederà in questi termini e ci si riaffiderà alla dialettica inutile, partitura preferenziale per idee troppo schematiche di Destra e di Sinistra, non avremo l’impulso della splendida “Partita di calcio”, ma una infinita “Piazza Duomo”: pochi, luminosissimi, squarci di laicità e sussidiarietà, in una confusione infinita.


Autore: Domenico Bilotti

Nato a Cosenza nel 1985, vive e lavora principalmente a Catanzaro (raro caso di mobilità professionale verso Sud). Dottorando di ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico Europeo, si occupa di diritto ecclesiastico, relazioni tra Stati e Chiese, laicità e bioetica. Suoi saggi, tra gli altri, sono pubblicati su riviste e web-zine come: Euprogress, Diritto & Diritti, LiberalCafé, politicamentecorretto, Stato,Chiese e pluralismo confessionale.

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