La pace c’è, la crisi pure, ma l’Europa politica latita ancora

di LUCIO SCUDIERO – Quella scattata ieri a Oslo, in Norvegia, alla consegna del Nobel per la pace all’Europa, è l’ennesima photo opportunity di un cortocircuito. «Who do i call if I want to call Europe?», si chiedeva retoricamente Henri Kissinger negli anni del suo servizio alla segreteria di Stato statunitense. Una domanda cui ha dovuto rispondere – non senza difficoltà – anche il Comitato che ha attribuito il premio nobel all’Unione Europea, presentatasi nella capitale norvegese con un irrituale schema a tre punte: i tre presidenti di Commissione, Parlamento e Consiglio Europeo, con quest’ultimo delegato al discorso d’accettazione.

Quel che non si vede nella foto ufficiale di ieri è ciò che c’è dietro, e cioè un braccio di ferro istituzionale di quelli cui l’Europa è adusa, che si tratti di politica agricola comune, pesca, unione monetaria o, peggio, rappresentanza esterna, come era questo il caso. I Trattati dicono troppo e male al riguardo. In teoria, la rappresentanza nella politica estera e di sicurezza dell’Unione, campo cui farebbe riferimento il Nobel conferito ieri, spetterebbe alla Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune; ma anche alla Commissione; e pure al Consiglio Europeo, quando bisogna un capo di Stato che non è nè capo, nè di Stato, nel senso che l’UE uno stato classicamente inteso non è. Non c’è traccia, nei Trattati, di riferimenti al Parlamento Europeo come istituzione rappresentativa dell’Unione sul proscenio internazionale, eppure questo c’era, per mezzo del suo presidente Schulz, ma la Ashton, invece, no.

Al di là della discussione, pur appassionante e divisiva sul merito del premio –  la cui attribuzione all’UE non mi scandalizza affatto – la sostanza della giornata di ieri è che l’Europa cortocircuita sempre e inderogabilmente ogniqualvolta ha a che fare con la scala politica della sua esistenza al mondo.

Per quel che concerne la sua azione esterna questo vizio di sostanza è plasticamente (e giuridicamente) rappresentato dal bizantinismo delle norme che la regolano dentro i Trattati. Ma che l’Ue sia una complessa e delicata archittetura istituzionale à la carte, per così dire, ne abbiamo ricavato contezza dalla crisi economica, gestita pericolosamente nell’interstizio che ha separato il suo livello politico dalla sua legittimità legale. Per venire in primo soccorso di Irlanda e Grecia, nel 2010, con l’EFSF l’Europa dovette inventarsi un’interpretazione abbastanza libera del divieto di bailout sancito dai suoi trattati costitutivi, prima di decidere di emendarli per fare posto all’ESM, ma aggirando la procedura canonica di revisione, che avrebbe chiamato in gioco i procedimenti di ratifica a livello nazionale, con grave rischio che saltasse l’intero progetto comune.

Questa disfuzionalità politica europea non reggerà ancora a lungo, e questo vale tanto per il livello centrale  che per i 27 periferici, abituati – nell’assenza di un vero dibattito pubblico di scala continentale che scavalchi il filtro dei governi nazionali nell’interpretazione della realtà comune – a compensare intorno ai tavoli di Bruxelles le idiosincrasie indotte in patria.

Di questo si può chieder ragione, ad esempio, ai deputati popolari europei di quota piddiellina, che di qui a qualche settimana imperverseranno in una campagna elettorale ferocemente antieuropeista mentre ieri giubilavano per il Nobel indossando medagliette celebrative insieme ai colleghi.

Insomma, qualunque sia lo sviluppo dell’Europa prossima ventura, esso ha da fare i conti con la complessità della politica e della democrazia, onde evitare l’ascesa facile di populismi fondati su dietrologie e complottismi, che nulla hanno a che fare con la realtà delle singole responsabilità nazionali ma molto lucrano sulla distanza e incomprensibilità dei processi decisionali europei, che poi sono oramai gli unici a contare davvero, in questa fase storica.

Kissinger, insieme a 500 milioni di europei, attende ancora una risposta, e confida di non trovare dall’altro capo della cornetta un Berlusconi, o un D’Alema, e neppure una diafana Catherine Ashton.

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twitter: @Antigrazioso


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

One Response to “La pace c’è, la crisi pure, ma l’Europa politica latita ancora”

  1. Marco scrive:

    Capisco e condivido in parte le preoccupazioni espresse in questo articolo sulla mancanza di un “numero di telefono unico” a cui chiamare un Mr Europa.
    Una Europa che diventi federazione sarebbe molto piu’ comprensibile e “cocnettuailzzabile” da parte dei cittadini europei.
    Tuttavia, da un altro punto di vista, si puo’ dire che questa assenza di una Europa “statuale” risponde a una logica profonda e consapevole : l’Unione Europea non vuole essere un altro organismo stuatuale come lo sono gli stati nazionali, ambisce a essere post-statuale e a permeare la società civile con un intreccio di punti di accesso, programmi, dialoghi… Opera per diffusione, non per concentrazione della autorita’ e del potere politico.

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