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La Catalogna dopo le elezioni. Intervista con il think-tank CatDem

– Si sono svolte pochi giorni fa le elezioni per il rinnovo del parlamento catalano, che hanno visto nel complesso un forte successo delle formazioni indipendentiste, pur a fronte di un parziale arretramento di Convergència i Unió (CiU), il partito di maggioranza relativa del presidente Artur Mas. Stante l’attuale situazione, la Catalogna dovrebbe continuare a muoversi verso un referendum per la separazione dalla Spagna.

Abbiamo commentato l’esito delle elezioni e le prospettive con Agustí Colomines, presidente della Fundació Catalanista i Demòcrata (CatDem), un think tank membro dello European Liberal Forum e vicino a Convergència Democràtica de Catalunya, una delle due componenti di Convergencia i Unió.

Professor Colomines, CiU ha ottenuto un risultato inferiore alle previsioni in occasione delle elezioni del 25 novembre, ma è ancora di gran lunga il primo partito e comunque c’è una netta maggioranza indipendentista nella Generalitat. Cosa ne pensa dei risultati ed in che misura crede che possano influenzare il processo dell’indizione di un referendum per l’indipendenza della Catalogna?

Il risultato delle elezioni mostra che il diritto per la Catalogna di decidere sul proprio futuro è una questione che ha ormai un largo sostegno nel parlamento catalano. 87 deputati su 135 – di quattro gruppi diversi – sostengono il diritto a decidere e sono a favore di un referendum sull’autodeterminazione, nel solco di quanto approvato durante l’ultima sessione politica generale della scorsa legislatura. Se guardiamo i risultati in questo senso, sono molto positivi.

Tuttavia, CiU non è soddisfatta dell’esito del voto. Il fatto che un buon numero di elettori moderati non abbiano riposto la propria fiducia nella proposta politica di CiU dimostra che c’è ancora molto lavoro da svolgere e che è necessario continuare ad allargare la base elettorale indipedentista. Allo stesso tempo è evidente che la campagna di calunnia portata avanti dal giornale El Mundo (un buon esempio dell’ideologia retriva della destra spagnola) per screditare Artur Mas può avere avuto un impatto sui numeri finali.
In ogni caso non credo che i risultati elettorali modificheranno la determinazione di CiU ad indire il referendum sull’autodeterminazione. C’è un accordo sufficientemente ampio tra i partiti in parlamento per andare avanti. Alla fine, tra tutti rappresentano più di un milione e settecentomila elettori. Quindi, ogni cosa mi lascia credere che nella prossima legislatura il referendum sarà indetto anche se lo Stato spagnolo non renderà le cose semplici.

Potremmo dover ricorrere all’Unione Europea per risolvere il conflitto di legittimità. Vedremo.

Perché è importante che i catalani vedano riconosciuto il proprio diritto all’autodeterminazione?

Innanzitutto, perché la Catalogna è una nazione che in tre decenni di democrazia spagnola non si è ancora vista riconoscere un vero rispetto della propria identità, né un trattamento equo dal punto di vista fiscale ed economico.
Quello che più importa adesso è che i catalani possano esercitare la democrazia. La loro richiesta di un referendum per l’autodeterminazione è basata sul principio del radicalismo democratico. Significa che tutti i cittadini della Catalogna possono decidere quale dovrà essere il loro futuro e che tipo di relazione deve sussistere con la Spagna.

In altre parole, vorremmo che qui fosse possibile quello che in altri stati è completamente normale. Per esempio, nel Regno Unito David Cameron e Alex Salmond hanno concordato un referendum per l’indipendenza della Scozia per il 2014. Cameron non vuole che la Scozia seceda, come Salmond ha proposto, ma è in grado di comprendere che la democrazia significa dare voce ai cittadini, così che possano decidere per il loro paese. In Spagna, invece, il principio democratico del diritto a scegliere non è riconosciuto né dal governo, né dall’opposizione.

Dal suo punto di vista una Catalogna indipendente è economicamente praticabile?

Senza ombra di dubbio. Gli esperti che collaborano con la Fondazione CatDem, molti dei quali professori ordinari di economia, lo hanno chiaramente provato.

La Catalogna sta portando il peso di una spoliazione fiscale annuale da parte dello Stato spagnolo che va dai 16 ai 20 miliardi di euro. Questo equivale all’8,4% di tutti i beni e servizi prodotti in Catalogna.

Ciò significa anche che, per ogni euro che un catalano paga allo Stato spagnolo, il 47,7% non torna indietro a favore della Catalogna, né in infrastrutture, né in altre forme di investimento. Alla Fondazione CatDem abbiamo commissionato uno studio da parte di  Núria Bosch e Marta Espasa, professori all’Università di Barcellona, sulla praticabilità della Catalogna come Stato. Lo studio dimostra la fattibilità dell’indipendenza e valuta quale sarebbe lo stato delle finanze del governo catalano, in caso di separazione dalla Spagna. La conclusione più importante del rapporto è che una Catalogna indipendente profitterebbe di un saldo ampiamente positivo e che nel complesso si situerebbe del 9% al di sopra della media dell’Europa a 15 come PIL pro-capite.

E’ chiaro, pertanto, che l’indipendenza sarebbe economicamente praticabile e ci sarebbe spazio per la solidarietà, perché la Catalogna sarebbe un contribuente netto dell’UE.

CiU fa campagna per una Catalogna indipendente nella cornice dell’Unione Europa. Pensa che il veto spagnolo all’adesione catalana all’UE sia una possibilità realistica? E quali contromisure la Catalogna potrebbe mettere in atto?

La Catalogna è sempre stata un paese profondamente europeista ed aperto al mondo. Questo vuol dire che il futuro stato catalano avrà senso solamente all’interno dell’Unione Europea. Per la maggioranza dei catalani, l’Europa rappresenta una dimensione naturale.

Poi, il comportamento che terrà la Spagna è un altra questione. E’ abbastanza possibile che all’inzio cercherà di contrastare qualsiasi cosa, ma alla fine non avrà scelta se non accettare la realtà. In un mondo globalizzato, con economie e mercati sempre più interconnessi, non ha senso che la Spagna si opponga ad un’indipendenza catalana nell’ambito dell’Unione Europea, considerando la forza economica che la Catalogna ha e che manterrà fuori dalla Spagna.
E’ vero che il governo spagnolo potrebbe cercare di porre il veto alla permanenza della Catalogna nell’UE, ma vedremo come andranno le cose. In ogni caso, l’UE non dispone attualmente di un processo per gestire casi di secessione di un territorio di uno stato membro; quindi dovrà pronunciarsi a riguardo – come già è avvenuto ad esempio nel caso della riunificazione tedesca.

Molti esperti hanno evidenziato che i Catalani sono già Europei e pertanto soggetti alla cornice di diritto europea; quindi è chiaro che non avrebbe senso che cessassero di esserlo in virtù del veto di uno Stato.

In Catalogna c’è una chiara sintonia tra governo e società civile nel pretendere di rimanere ciò che siamo: Europei del sud.

Il Suo istituto non abbraccia la visione di un nazionalismo etnico ed antiglobalista e invece promuove il concetto di un nazionalismo aperto e cosmopolita. Ci può spiegare perché la Catalogna ha bisogno di un percorso verso l’autodeterminazione che sia aperto, inclusivo ed orientato all’Europa?

La nostra Fondazione crede in un concetto di nazionalismo legato alla modernità ed al cosmopolitismo. Non è un nazionalismo etnico o razziale.

Nelle parole del professor  Montserrat Guibernau, il nazionalismo cosmopolita è quello che si identifica come civico ed “integrante” e che difende il diritto all’autodeterminazione come la profonda espressione del diritto degli individui di decidere il loro futuro collettivo. E’ un patriottismo di natura civica, basato su valori di appartenenza e di solidarietà tra persone che condividono un’identità, una cultura ed un progetto comune per il futuro.

Evidentemente, questo nazionalismo cosmopolita è l’opposito del nazionalismo populista, di radice xenofoba, poco compatibile con la democrazia ed con un atteggiamento liberale. In Catalogna abbiamo sempre difeso e praticato un nazionalismo civico, perché abbiamo un movimento patriottico democratico che parte dalla base, che è trasversale alle ideologie e che non distingue tra catalani che hanno vissuto qui per generazioni e nuovi arrivati.

Rompere un legame nazionale senza compromettere l’integrazione commerciale e culturale. E’ davvero possibile? E come?

Il processo di sovranità nazionale, come ho detto, è profondamente democratico. Questo significa che una volta che si svolgerà il referendum, se prevarrà l’opzione favorevole alla secessione, avremo bisogno di negoziare con lo Stato spagnolo le modalità della rottura. Ma dovremo anche portare avanti un negoziato interno su come dovrà essere organizzato il nuovo Stato catalano.

Anche se tutto questo ad oggi potrebbe sembrare piuttosto complicato, ci sono alcuni accordi tattici nella società catalana che contribuiranno alla buona coesistenza, all’integrazione ed alla continuazione delle diversità interne che esistono oggi in Catalogna.

Per dare un esempio concreto: i principali partiti politici catalani accettano che una Catalogna indipendente non potrebbe negare lo status dello Spagnolo come lingua co-ufficiale, insieme al Catalano ed all’Aranese, l’altra lingua parlata nel paese. Il riconoscimento del multilinguismo sarebbe maggiore in una Catalogna indipendente che nella Spagna di oggi. Anche il tema della nazionalità dovrebbe essere gestito con cautela, considerando i legami familiari ed emotivi di molti catalani con altre regioni della Spagna. Chi voglia continuare ad essere Spagnolo dovrebbe poterlo fare, senza rinunciare alla sua nuova nazionalità. Ma questo dipenderà anche dalla buona volontà spagnola.

Per quanto riguarda la relazioni commerciali con la Spagna, la Catalogna si trova in una posizione geografica privilegiata. E’ a tutti gli effetti una porta d’ingresso verso l’Europa per il Mediterraneo del Sud e questo dovrebbe facilitare la continuità delle relazioni commerciali tra la Catalogna e la Spagna e tra la Spagna e l’Europa; perché è chiaro che una delle vie con cui la Spagna potrà accedere all’Europa sarà attraverso la Catalogna.

 La Sua Fondazione è affiliata allo European Liberal Forum e Convergenica i Unió, nelle sue due componenti è affiliata all’ALDE/ELDR (Convergència Democràtica de Catalunya) ed al PPE (Unió Democràtica de Catalunya). Quanto è importante, secondo Lei, diffondere il messaggio catalanista all’interno di queste organizzazioni politiche transazionali e in generale come pensate di poter conquistare un più ampio sostegno internazionale al diritto della Catalogna alla sovranità?

E’ ovvio che è molto importante spiegare la realtà catalana ed il processo catalano di autodeterminazione nel resto dell’Europa e nell’ambito dei network europei ai quali i vari attori politici partecipano. E’ qualcosa su cui sia la Fondazione CatDem che CiU stanno lavorando da un bel po’ di tempo.

Anche il governo catalano sta facendo un grande sforzo per far capire cos’è la Catalogna, cosa vuole e cosa può offrire. Il presidente Mas ha già annunciato che istituirà uno specifico ministero dedicato alle relazioni internazionali per rafforzare ulteriormente questa missione.

E’ solo attraverso un lavoro di educazione politica tra i politici europei – ed in particolare tra i liberali – che possiamo conquistare alleati ed un adeguato riconoscimento internazionale per il processo di autodeterminazione che abbiamo messo in moto per diventare un nuovo Stato europeo.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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