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Dicembre 2012, la seconda rivoluzione egiziana

L’Egitto sta vivendo una sua seconda rivoluzione.
La prima era scoppiata per cacciare l’ormai anacronistico dittatore nazionalista Hosni Mubarak, retaggio dei regimi anti-colonialisti degli anni ’50, ormai completamente privo di slancio ideologico. La seconda, invece, sta iniziando per tentare disperatamente di prevenire la nascita di un nuovo regime islamico, potenzialmente molto più repressivo, proprio a causa del suo slancio ideologico.

Dopo la fine della prima rivoluzione, come era ampiamente prevedibile, i fondamentalisti islamici (sia i Fratelli Musulmani che gli ancor più radicali Salafiti) erano gli unici sufficientemente organizzati e radicati sul territorio per poter vincere le prime libere elezioni per l’Assemblea Costituente. Un Egitto, governato da una maggioranza integralista, non può che darsi una costituzione religiosa e divenire un regime islamico.

Un Egitto islamizzato adotterebbe la legge coranica per regolare il diritto di famiglia, con tutti gli annessi e connessi: matrimoni minorili, fine dell’eguaglianza tra donna e uomo, piena legalizzazione della poligamia (già praticata in alcune regioni povere dell’Egitto). E sul piano dei rapporti con le minoranze, non vi sarebbe più uno Stato laico che considera i suoi cittadini uguali di fronte ad un’unica legge, ma uno Stato confessionale che segue, prima di tutto, le leggi della sua religione (quella islamica) e intrattiene rapporti non paritari con gli altri culti (ebraico e cristiano, soprattutto) ciascuno regolato dalle proprie norme.

Questi timori sono diventati realtà con la nuova bozza di costituzione. In questo progetto di legge suprema, infatti, vediamo tradotti in norme tutti i programmi dei fondamentalisti: la libertà di espressione viene fortemente limitata (introdotto nella costituzione il reato di insulto al Profeta), l’articolo 2 (Islam, religione di Stato) viene integrato da un nuovo articolo che definisce la legge coranica come frutto della tradizione sunnita e delle interpretazioni dei dottori della legge dell’Univesità di Al Azhar del Cairo. Lo Stato si fa protettore della maternità delle donne, inducendole (implicitamente) a stare a casa. L’eguaglianza fra uomo e donna non è più menzionata. Infine, ma non da ultimo, i rapporti con le minoranze vengono regolati fra religioni: ciascuna comunità sarà sottoposta alla legge del proprio culto.

E fra le diverse fedi non vi sarà affatto eguaglianza. Luoghi di culto non islamici potranno sempre essere costruiti, ma solo “nel rispetto della legge” e comunque solo se appartengono a fedi riconosciute. E anche qui era tutto ampiamente prevedibile. Anzi: già reale. Perché anche durante il passato regime, tutti gli affari di famiglia e religiosi erano sempre più regolati dalle norme coraniche. I cristiani erano eguali solo sulla carta, ma di fatto erano già discriminati e i loro luoghi di culto, con una scusa o con un’altra, erano demoliti o fermati (se ancora in costruzione). Le donne, anch’esse eguali solo sulla carta, erano sempre più discriminate, non solo dalla politica, ma anche dalla società, dal mondo del lavoro, dal mondo della cultura. Andare al Cairo, già dai primi anni 2000, voleva dire non vedere più una sola donna senza velo.

La nuova legge suprema proposta dall’Assemblea Costituente, dunque, ha solo messo nero su bianco quella che è già, da decenni, la realtà egiziana. Di fatto, sopprimerebbe definitivamente ogni speranza di cambiamento. La bozza è stata votata da Fratelli Musulmani e Salafiti, ma boicottata da moderati, democratici, nazionalisti ed esponenti della minoranza cristiana. In ogni caso, essendo approvata dalla maggioranza, è stata ritenuta legittima e firmata dal presidente Mohammed Morsi.

Per entrare in vigore, deve prima passare un referendum, che si terrà il prossimo 15 dicembre. Per blindare ulteriormente il processo costituente, Morsi, il 22 novembre scorso, aveva emesso un decreto che toglieva ogni potere reale di intervento alla magistratura: prolungava di due mesi i lavori dell’Assemblea, rendeva irrevocabili e inappellabili gli atti presidenziali, disponeva un processo per gli ex esponenti del regime di Mubarak e rimuoveva il procuratore generale, sostituendolo con un funzionario di nomina presidenziale. Secondo Morsi (come ha ribadito anche ieri), la magistratura è solo un prodotto “reazionario” del vecchio regime nazionalista e per questo il suo potere è stato drasticamente ridotto e messo sotto controllo.

Quel che non era assolutamente prevedibile, è stata la reazione popolare contro l’Assemblea Costituente. Già il 22 novembre, quando Morsi aveva emesso il suo decreto presidenziale, c’era stata una prima protesta, non da parte dei nostalgici del vecchio regime, ma soprattutto da parte degli stessi circoli democratici che avevano fatto la rivoluzione contro Mubarak. Il nuovo presidente, il primo democraticamente eletto, veniva paragonato dai manifestanti al suo tirannico predecessore. Lungi dallo sgonfiarsi con la fine del processo costituente e la firma della nuova bozza, il movimento di protesta è andato gonfiandosi di giorno in giorno. Fino ad arrivare ai violenti scontri di mercoledì scorso, quando i Fratelli Musulmani e i loro antagonisti democratici si sono scontrati di fronte al palazzo presidenziale al Cairo (5 morti e circa 600 feriti), a Ismailia e a Suez. Le sedi del partito Libertà e Giustizia, espressione del nuovo potere islamico, sono state attaccate e devastate dalla folla, così come lo erano, l’anno scorso, le sedi del Partito Democratico Nazionale di Mubarak.

Il nuovo “Fronte di Salvezza Nazionale” chiede il rinvio del referendum e il ritiro del decreto sui poteri speciali del presidente.
L’esercito è intervenuto con mano leggera. Fino all’anno scorso si dava quasi per scontato che, in caso di vittoria degli islamisti, avremmo assistito a un golpe militare, come avveniva in Algeria, in Turchia e in altri Stati in bilico fino a due decenni fa. Adesso, al contrario, si dà quasi per scontato che, prima o poi, le truppe, per difendere il presidente, spareranno sulla folla. Almeno finora, invece, non è successa né l’una né l’altra cosa.

Le forze armate stanno svolgendo, più che altro, un ruolo da mediatore, invitando le parti alla calma e al dialogo. Le truppe proteggono le sedi istituzionali, ma, allo stesso tempo, proteggono la folla di manifestanti da eventuali attacchi degli islamisti. Non è ancora chiaro quali siano le reali intenzioni dell’esercito. Apparivano quasi evidenti la primavera scorsa, quando i generali provarono a ridurre (con l’avallo della magistratura) i poteri del presidente Morsi e dell’Assemblea Costituente. Ma il “golpe bianco” non è riuscito. Per l’opposizione degli Stati Uniti (principali fornitori finanziari e militari) e per l’abilità tattica dimostrata dal capo dello Stato, che ha preferito temporeggiare e infine avocare a sé tutti i poteri il 22 novembre, quando le circostanze (guerra a Gaza) glielo hanno consentito.

Con la marea montante delle manifestazioni, è più probabile che l’esercito non forzi la mano ad alcuno e attenda gli esiti dello scontro, forse sperando, in silenzio, che siano negativi per Morsi e gli islamisti. Il problema è che l’opposizione è tutt’altro che compatta. I Fratelli Musulmani accusano i cristiani di aver organizzato il tutto. Ma le minoranze, sia quelle cattoliche, che quelle copte, non solo si chiamano fuori, ma lasciano piena libertà di voto al prossimo referendum costituzionale. Il sindacato dei giornalisti si è diviso e non ha proclamato uno sciopero. La magistratura stessa è divisa e solo una parte dei giudici ha annunciato che boicotterà il referendum.

Se il presidente non dovesse accettare le condizioni principali, l’opposizione si dice pronta ad organizzare uno sciopero generale. Il presidente Morsi si dice pronto a scendere a compromessi sul decreto presidenziale, ma non sulla data del referendum. E’ anche questa una mossa tattica molto abile. Perché il decreto, essendo finito il processo costituente, non serve più. E le sue parti ancora attuali (processo agli ex uomini di Mubarak e sostituzione del procuratore generale) restano in vigore. La data referendaria, così vicina, consentirà una vittoria quasi certa ai Fratelli Musulmani, che sono e restano dominanti nelle province rurali e nelle popolosissime periferie cittadine.

Il fronte degli oppositori ha pubblicamente rifiutato il compromesso offerto da Morsi. Ma il presidente ha tutta l’intenzione di andare, in ogni caso, alle urne il prossimo 15 dicembre, dunque fra meno di una settimana a partire da oggi.
Quella che si sta combattendo adesso è una battaglia fondamentale per l’Egitto. Più importante ancora della rivoluzione del febbraio 2011: quella doveva solo seppellire un passato, questa sta determinando il futuro del Paese.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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