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Omofobia, una parola stupida

– Omofobia, una parola stupida.
Il termine “fobia” deriva dal greco ϕοβία che significa “paura” ed a sua volta proviene dal tema di ϕοβέομαι, che significa “temere”. Come da definizione: in psichiatria fobia è un disturbo psichico consistente in una paura angosciosa destata da una determinata situazione, dalla vista di un oggetto o da una semplice rappresentazione mentale, che pur essendo riconosciuta come irragionevole non può essere dominata e obbliga a un comportamento, inteso, di solito, a evitare o a mascherare la situazione paventata.

L’omofobo è omofobo solo se un qualche disturbo psichico lo porta ad avere un innato ed inconscio terrore nei confronti dell’omosessualità e quindi, in verità, nei confronti dell’inconscia consapevolezza rimossa di provare attrazione nei confronti del proprio sesso, ma chi non prova questo terrore non è omofobo, non è spaventato, è solo ignorante, razzista, ideologicamente stronzo.

Ma la “questione omosessuale” non si ferma all’estirpazione dell’omofobia, ben lo sappiamo.
Il nostro paese è un paese che per abitudine cammina con la testa voltata indietro, al proprio passato ed alle proprie ombre. Invece di superare le secche speciose e fluttuanti del “come” e “se” considerare i diritti degli omosessuali con una semplice e totale apertura nei confronti del pieno riconoscimento dei pieni diritti, si misura, per l’appunto, sui “come” e sui “se”.

La questione è il rapporto tra omosessualità e diritto familiare. Ma qui c’è una cosa da specificare, e per bene. Le chiusure nei confronti dei pari diritti tra etero ed omosessuali, non è una questione, un vincolo, che attiene solo alla chiesa cattolica, ma riguarda fasce molto più diffuse della nostra cultura. Nella storia del dopoguerra il moralismo sessuale e familiare del PCI ha fatto danni ed ha portato rallentamenti nei costumi sociali non certo lontanissimi da quelli della Democrazia Cristiana – e dall’altro lato il radicalismo identitario di una certa destra, imbullonata sull’impossibilità di capire per bene le proprie dimenticate origini antiborghesi (e quindi anti-moraliste), ha creato in quella destra una sorta di irriducibilità razzista nei confronti dell’omosessualità.

Centro, destra, sinistra, il paese anti froci, ricchioni, pederasti, invertiti (all’epoca, quand’ero bambino, li chiamavano così) era uno e trino. Far finta che l’elusione dei diritti degli omosessuali sia una questione creata e perseguita solo nei giardini vaticani è una forma di cecità storica e culturale. Tutto il paese politico e ideologico deve farsi parimenti carico di questa colpa, pur se, ovviamente, con gradazioni diverse, e con benemerite esclusioni.

Il matrimonio gay: sì o no? In quali forme?
E’ incredibile come tra tutti gli argomenti sociali che sono all’emergenza del paese questo sia, per certi versi, l’unico che nei principi teorici sia drammaticamente irrisolvibile. Questa è la domanda-spada di Damocle che penderà sulla testa di tutti coloro che vorranno misurarsi nelle loro aspirazioni leaderistiche. E’ una domanda che spesso non ottiene risposte, se non lunghe e peregrinanti circonlocuzioni. E’ una domanda che non si riesce a prendere di petto, sulla quale ci si gioca le future alleanze, che evoca oscuri presagi di veti incrociati. Siamo l’unico paese al mondo nel quale i destini “simbolici” di una coalizione non si giocano sulle emergenze nazionali, ma sulla codifica e decodifica (“naturale” e “legale”) del concetto di famiglia e matrimonio.

Parrebbe comunque un passo in avanti, nel senso che questo è un tema culturalmente denso. Fino a poco fa il vero unico tema cardine è stato il sistema televisivo, e per anni l’Italia è stata sotto il ricatto per il quale: “se si tocca la televisione, allora si manderà tutto il paese al macero”.

Riguardo l’omosessualità il problema da risolvere non è solo quello della, cosiddetta, omofobia dilagante, o della definizione della concezione di famiglia e matrimonio gay, no, il problema è anche quello delle adozioni. Altro tema che coinvolge direttamente e compiutamente l’argomento dei pari diritti tra etero e gay. E risolvere tale questione potrebbe fertilmente incidere sulla vita di centinaia di migliaia di bambini, che da adulti non si sa ancora ancora come saranno, se etero o gay fa lo stesso, pari sono.

Sentite un po’.
Chi ha visitato anche un solo orfanatrofio del Sud e del Nord del mondo, ma anche una dignitosa casa famiglia italiana, dove per anni restano bimbi “in attesa di collocazione”, sa che piuttosto che restare lì, nella solitudine del non amore, è meglio un genitore single, una coppia gay, ogni adulto o adulta che sappia fare il mestiere di genitore. Se poi queste caratteristiche sono all’interno di una coppia eterosessuale, formata da una mamma e da un papà meglio, probabilmente, perché i bambini cercano due figure, maschile e femminile… E’ così, anche se di certo si può crescere benissimo in una famiglia monoparentale, o in una famiglia formata da due persone dello stesso sesso.

Ben vengano dunque tutte le leggi che allargano il concetto e le possibilità della “genitorialità”, come la chiamano gli psicologi. Peccato però che questa attualmente sia una discussione basata sul nulla. Perché l’adozione, sia nazionale che internazionale soprattutto, è in una crisi gravissima.

I bambini non arrivano più, e oggi paradossalmente è più facile adottare un embrione invece di un bambino africano, che nei prossimi 5 minuti potrebbe morire di dissenteria o di malnutrizione. E il problema è mondiale. Ma il fatto che dal’Asia, dall’Africa, dal Sudamerica i bambini arrivino con il contagocce non vuol dire che la condizione dell’infanzia in quei paesi sia migliorata. No, gli orfanatrofi scoppiano, i minori sono sempre più oggetti di terribili traffici di ogni tipo… Eppure molti di questi paesi hanno chiuso le porte all’adozione internazionale, per alzare il tiro, ricattare i paesi ricchi, pur sotto la bandiera di falsi nazionalisti, e di una soltanto nominale protezione dell’infanzia.

Certo in alcuni casi i lunghi tempi sono frutto di ricerche accurate sul vero stato di abbandono del bambini, per evitare abusi e commerci. Ma il più delle volte non è così… Sul fronte interno poi l’iter di rilascio delle idoneità cammina del tutto avulso dal contesto, con istruttorie sulle coppie basate spesso sul concetto di una famiglia ideale, perfetta, benestante, per quell’ipotetico figlio che verrà.
Le parole che state leggendo non sono mie, ma le ha scritte Maria Novella De Luca. Bravissima e preparatissima giornalista de “La Repubblica”. La conosco bene, non si arrabbierà se le ho fregato le frasi del suo bel pezzo.

Quindi, che fare? Ecco come chiosa Maria Novella:

“Che fare? Alcuni enti, come l’AIBI, stanno da tempo cercando di porre il problema al Governo, perché vengano rilanciati accordi bilaterali, nuove campagne di solidarietà. Ma per ora campeggia il nulla. Il ministro Riccardi all’inizio del suo mandato aveva promesso di occuparsene, ma niente finora è stato fatto. E i bambini aspettano: una mamma e un papà, una mamma single, una coppia gay. Va tutto bene purché ci sia una famiglia.”

Va tutto bene purché ci sia una famiglia.
Questo dovrebbe essere la logica, la finalità: “Purché ci sia una famiglia.”
In Italia il problema culturale, quindi ideologico… e quindi politico, che va risolto è una “definizione di famiglia” non fatta per “piacere” a tutti, ma per “tutelare” tutte le famiglie, nella loro eterogeneità. Famiglie che più sono e saranno e meglio è.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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