– Le prime reazioni sulla stampa di Rusconi (La Stampa), Mancuso (la Repubblica) o Faggioli (Huffington Post) al discorso del cardinale Scola nell’omelia di Sant’Ambrogio (già definito – troppo sbrigativamente – “discorso sulla laicità dello stato”) la dicono lunga sul peso che questa omelia è destinata ad avere e sempre più avrà nel futuro della chiesa italiana e non solo.

Perché almeno un merito va riconosciuto al card. Scola: quello di aver preso di petto la questione che da diversi decenni segna e vorrei dire tormenta, fino a sfiancarlo, ogni tentativo di una presenza dei cattolici sulla scena politica “pacificato” e sereno, capace di interlocuzione senza riserve con gli “altri”, disponibile a trovare i più avanzati e utili punti di intesa e compromesso per la costruzione del bene comune.
Non serve, come fa Mancuso, ripercorrere storicamente quanto per troppo tempo la rivendicata libertà religiosa sia stata intesa dalla Chiesa Cattolica come semplicemente una Libertas Ecclesiae, ossia una libertà per sé stessi e non anche per altri: è cosa che sappiamo, e che racconta il lungo, lunghissimo tentativo di affrancamento della comunità cristiana dall’abbraccio con il potere.

Né si può negare, come fa Rusconi, l’affermazione di Scola secondo cui il modello di laicité francese favorisca e premi “preterintenzionalmente” – come dice Scola – una cultura fortemente connotata da una visione secolarizzata dell’uomo e del mondo, priva di apertura al trascendente. E’ oggettivamente così, anche al di là del generoso tentativo di costruire istituzioni statuali “neutrali” e fuori dalla mischia.

Ciò detto, è fondato l’interrogativo che Rusconi pone al Cardinale: cosa significa che lo Stato deve aprire spazi in cui ciascun soggetto personale e sociale possa portare il proprio contributo all’edificazione del bene comune ? In che modo lo stato deve “limitarsi a governare la società civile” senza “pretendere di gestirla”, due delle vie di uscita che il Cardinale indica per un proficuo contributo di tutti alla crescita della comunità civile?

E’ proprio qui – io credo – il punto di caduta, non tanto del ragionamento, ma dell’esperienza concreta del cattolico ogni volta che si rapporta alla cosa pubblica. Come fai a portare il TUO contributo all’edificazione del bene comune nell’agone pubblico se, a-priori, lo devi definire “non negoziabile”? Se è davvero tale, è giusto che lo resti, ma ciò significa che sul piano pratico (ossia quello delle leggi e delle norme statuali) il tuo contributo resterà una pura testimonianza e non diventerà un contributo culturale, civile e legislativo alla norma in procinto di essere assunta erga omnes. Di qui, la frustrazione irrisolta (che si trascina ormai da molti anni) di una presenza politica irrilevante.

Viceversa, una sana e definitiva riconciliazione del magistero con il concetto di laicità (o se, preferiamo, di “neutralità” delle istituzioni civili) toglierebbe finalmente il piombo che appesantisce e mortifica ogni tentativo dei cattolici di offrire liberamente nello spazio pubblico il loro contributo di sensibilità e di cultura, lasciando alla coscienza del singolo la valutazione del quando fermarsi e pronunciare il Non possumus. In altre parole, se dopo il passaggio dalla Libertas Ecclesiae alla Libertas Religionis la Chiesa Cattolica non avrà il coraggio di passare alla Libertas tout court, la contraddizione non verrà sanata e a perderci saranno tutti. Cattolici e laici.