I libertari, una categoria a parte

– Nel racconto di Herbert George Wells, L’impero delle formiche, la cannoniera inviata in aiuto alle popolazioni umane invase da una nuova specie di formiche giganti, si chiama Benjamin Constant. Un nome tutt’altro che casuale, senza dubbio. Il cantore del liberalismo moderno. Nelle intenzioni di Wells, come peraltro Sandro Modeo esplicitava nella postfazione, una segnalazione che si trasformava in un avvertimento. Circa la precarietà della presenza umana nel quadro naturale. A dispetto dell’unicità (verrebbe da dire, la superiorità) della nostra specie.

Gli insetti sociali hanno ispirato la riflessione politica sin dall’antichità. Solo dalla metà degli anni Sessanta hanno fornito a psicologi e antropologi idee scientifiche per far luce sulle origini evolutive e i vincoli genetico-funzionali della socialità umana.

Il libro di Matt Ridley Le origini della virtù. Gli istinti umani e l’evoluzione della cooperazione (Ibi Libri, Milano, pp. 330, euro 20,00), solo di recente tradotto in italiano ma pubblicato sedici anni fa, è un turning point nella storia della diffusione della psicologia evoluzionistica. Un ottimo prodotto. Come scrivono Gustavo Cevolani e Roberto Festa nella prefazione, “esemplare di un modo intelligente, documentato e critico di usare l’approccio evoluzionistico e la modellizzazione dei processi decisionali sviluppati a partire dalla teoria dei giochi per inquadrare evoluzionisticamente le origini e la basi genetico-psicologiche delle forme di ordine morale, sociale ed economico prodotte storicamente dall’uomo”.
Ridley, che quando scriveva questo libro era un giornalista dell’Economist (fornito di una laurea in zoologia), sosteneva che la selezione naturale ci ha dotati di una psicologia adeguata ad una vita di gruppo. Dove le scelte razionali sono secondarie rispetto alle risposte emotive che governano le interazioni personali. Ma, oltre a queste teorie, il libro contiene anche una delle prime esplicite difese in chiave evoluzionistica del libertarismo politico. Cioè l’idea – estranea alle ideologie di sinistra e di destra – che il governo deve interferire al minimo nell’economia e per niente nella vita personale. Questa la strategia migliore per trarre massimo vantaggio dalle predisposizioni psicologiche che ciascuno si porta dietro.

Interessante è, su questo tema, richiamare tra l’interessante letteratura esistente, un recente studio sulla psicologia morale e politica dei libertari. Contrariamente a quanto si può ritenere, essere “di destra” o “di sinistra”, o comunque far riferimento ad uno piuttosto che l’altro di quei mondi contrapposti, non dipende da una libera scelta. Ma da disposizioni psicologiche che per almeno il 40% sono controllate dai geni. Le categorie di destra e di sinistra descrivono visioni differenti del mondo che gli individui maturano più o meno spontaneamente. Visioni differenti che esprimono combinazioni diverse di tratti psicologici-comportamentali.

Chi è di sinistra è più aperto ai cambiamenti e considera le persone sensibili a programmi sociali governativi, credendo che le azioni debbano essere mosse da motivi che richiamano l’uguaglianza. Chi è di destra è più tradizionalista e ritiene le persone motivate solo da egoismo, convinto che il buon governo si raggiunga attraverso il rispetto assoluto delle leggi, il patriottismo, il rispetto per gerarchie e autorità. Esistono principi ispiratori di destra e di sinistra perché c’è una realtà della natura umana che contiene, distribuite in “dosi” differenti, un po’ tutte quelle predisposizioni.

Uno studio condotto su decine di migliaia di soggetti, tra cui oltre 10mila che si dichiaravano libertari, ha mostrato che la psicologia del libertarismo esce completamente dagli schemi destra vs sinistra. Che i libertari sono psicologicamente e politicamente quasi una specie distinta. I libertari sono meno emotivi, sono utilitaristici. Riescono meglio nell’uso della logica e della matematica. Sono probabilmente una novità evolutiva, selezionata dalla modernità.

Se gli uomini fossero angeli non servirebbe alcun governo. Se gli angeli governassero gli uomini, non sarebbe necessario alcun controllo interno o esterno sul governo”. Così scriveva James Madison, uno dei padri della Costituzione americana, nel 1788, nel Federalist Paper, Numero 51.
Parafrasandolo, ma anche sulla base dello studio richiamato, si può affermare che i libertari non sono angeli. Ma, forse, in terra sono quelli che più gli si avvicinano.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “I libertari, una categoria a parte”

  1. lodovico scrive:

    a)”Chi è di sinistra è più aperto ai cambiamenti” mentre i libertari b)”Riescono meglio nell’uso della logica e della matematica. Sono probabilmente una novità evolutiva, selezionata dalla modernità” Credo che l’affermazione di cui al punto a) sia errata: i vincoli che pone il concetto di uguaglianza e le delusioni politiche di questi anni vissuti “a sinistra” sono motivi di una incapacità di leggere quanto è avvenuto nel passato e da “sinistra” non si trovano nuove risposte e tutto questo,a parer mio, non si può definire apertura al cambiamento.
    P.S. L’apertura al cambiamento è un requisito dell’intelligenza che sembrerebbe appartenere di più al secondo gruppo.

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