Proseguire l’Agenda Monti? Sul lavoro significa lavorare al modello Ichino

Se c’è un crinale invalicabile tra riformatori e reazionari, in Italia, questo è il diritto del lavoro. E’ valso nei confusi anni della Seconda Repubblica, è stato vero durante la stagione del governo Monti. La riforma Fornero – dalla revisione dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori alle modifiche dei contratti atipici, fino alla creazione di un nuovo sistema di ammortizzatori sociali – ha certamente posto le basi per il superamento del tremendo dualismo del mercato del lavoro italiano, scalfendo un tabù che sembrava inattaccabile, per convinzione (a sinistra) o per ignavia (a destra).

La riforma non è esaustiva, le intenzioni iniziali che Mario Monti aveva indicato nel suo discorso d’indirizzo alle Camere sono state significativamente erose dall’opposizione incrociata delle forze politiche e sociali, ma l’obiettivo non può che restare lo stesso: disboscare il quadro normativo dalla pletora di contratti atipici e precari e sostituirli con una forma prevalente di assunzione, un contratto a tempo indeterminato con piena flessibilità in uscita, un’indennità di licenziamento assicurata dal datore di lavoro (crescente con l’anzianità contrattuale) e una protezione assicurativa pubblica per i disoccupati automatica e universale. Insomma, il “modello Ichino”, per dare merito a chi più di altri l’ha posta all’attenzione del dibattito pubblico e politico.

Buttandola in politica, verrebbe da chiedersi: ma Pietro Ichino non è stato uno dei più autorevoli sostenitori di Matteo Renzi alle primarie del centrosinistra? Sì, lo è stato, ed è anche per l’alto tasso di riformismo che la bella campagna del sindaco di Firenze ha trovato terreno fertile in un elettorato altrimenti diffidente. L’ipotesi del contratto unico ha aleggiato sulla legislatura che sta finendo lungo tutto l’arco costituzionale, ricevendo molte pacche sulle spalle, qualche endorsement importante, ma soprattutto un’opposizione feroce. Chi ora prova a convincere gli italiani della necessità di un’alternativa riformatrice al corpaccione bersanian-vendoliano e all’armata Brancaleone berlusconiana, non può non farne una propria battaglia di merito. Una riforma del diritto del lavoro come quella preconizzata dal senatore Ichino è un discrimine politico cruciale per la prossima legislatura.

Non è la panacea dei mali del Paese, ma può essere una cartina al tornasole della volontà del Paese di affrontare alla radice i mali che affliggono la nostra economia e la nostra società: per i lavoratori più giovani, oggi intrappolati in un precariato di lavoro e di vita; per le imprese, alle quali si darebbe un quadro regolatorio più semplice e automatico; per gli investitori stranieri, ai quali sarebbe finalmente chiaro quanto costa assumere ed eventualmente licenziare nel nostro Paese. Il riformismo va praticato, non solo evocato.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

Comments are closed.