Le certezze di Mucchetti, oracolo della sinistra ortodossa (non liberista)

– Nella vita è bene esercitare il più possibile l’arte del dubbio. Però è bello sapere che rimangono delle certezze. Una delle poche certezze che difendo con orgoglio è quella di dissentire da quello che scrive Massimo Mucchetti. Il suo ultimo articolo sul Corriere  depreca la strana tendenza dei liberisti italiani di chiedere alla sinistra di fare cose di destra, cosa da cui, ovviamente, Mucchetti dissente. Dissentire dai suoi dissensi può essere un modo per chiarire alcune idee e fare alcune riflessioni.

Commentando l’esito delle primarie del centrosinistra, Mucchetti dice che Renzi ha perso perché era il campione dei liberisti di casa nostra e questo lo ha penalizzato a sinistra. Non solo: poiché, contrariamente a quello che pensano Alesina e Giavazzi (ma anche altri), il liberismo non è di sinistra, la pretesa dei liberisti di casa nostra era sbagliata, ed è dunque buona cosa che quell’esperimento sia fallito. Nello schema mentale di Mucchetti la socialdemocrazia è di sinistra, il liberismo è di destra, e, come il Tea Party americano non pensa di influenzare positivamente il partito democratico, così non ha senso tentare di influenzare il Pd con idee liberiste. Chi lo fa commette un errore categoriale e merita di essere punito (almeno elettoralmente).

Il liberismo, dunque, sta a destra e il vero problema, sempre secondo Mucchetti, è capire perché la destra italiana non sia forte di una tradizione liberista. Par di capire che il colpo mortale alla destra liberista sia stato inflitto dal solito Berlusconi, che era liberista solo a parole e non nei fatti, e che ha trasformato la destra in qualcosa di impresentabile (quella che Ferrara chiama giustamente la “destra cazzona”). Il marcio però non sta solo nel berlusconismo (troppa grazia, verrebbe da dire), ma in due errori di cui i liberisti italiani sono responsabili: primo, “aver cercato di estendere senza più confini l’area dell’economia di mercato all’interno dell’economia” e aver subito “l’influenza del capitalismo finanziario all’interno dell’economia di mercato”; secondo, la troppa centralità attribuita alla competizione e alla cosiddetta meritocrazia rispetto alla gestione politica delle disuguaglianze.

Gli ultimi due punti suscitano nello scrivente una certa ilarità. Il primo è un vecchio cavallo di battaglia di Tremonti (e poi, verrebbe da chiedere a Mucchetti se esiste effettivamente un’economia diversa dall’economia di mercato, ma questo è un altro tema). Il secondo, il rimbrotto contro la meritocrazia, è un delirio degno di Vendola (spiegate a Mucchetti che se c’è una cosa su cui tutti – a parole – sono d’accordo è che in Italia di meritocrazia ce n’è poca o non ce n’è affatto).

Tornando al discorso principale, non c’è un solo punto dell’articolo di Mucchetti che non trovo degno di essere contestato (a parte l’impresentabilità della “destra cazzona”), ma per brevità e per non essere accusato di pedanteria mi limiterò ai punti principali. Innanzitutto, comincio con una professione di ignoranza: ammetto di non sapere cosa siano “destra” e “sinistra” o, perlomeno, fatico a credere che si tratti di due caratteri fissi, impressi nel DNA  culturale e antropologico delle persone. Aggiungo che fatico a capire anche cosa sia il “liberismo” di cui parla Mucchetti: mi sembra che mettere sullo stesso piano Renzi, gli economisti italiani che si autodefiniscono liberisti, il ribellismo del Tea Party americano e magari pure il liberismo selvaggio che vuole affamare la gente sia una mossa (in)degna di uno come Vendola, non di un coscienzioso commentatore del Corriere. È completamente fuori dal mondo chi pensa di poter comparare la situazione americana con quella di casa nostra: è vero che in America i liberisti (arrabbiati) stanno a destra, ma è vero pure che in America lo stato non riveste il ruolo spropositato che ha in Italia, e che se in America protestare contro “troppo stato” può essere di destra, in Italia è  una constatazione di buon senso più che di sinistra (a meno che, per definizione, la sinistra non debba rinunciare al buon senso).  Come ha scritto Pierluigi Battista: “Che in Italia, record della presenza dello Stato , ci sia stato qualcosa che assomiglia al liberismo, è una delle battute più comiche della storia. E ci si crede pure”.

Mucchetti sembra far passare l’idea che non possano esistere il  liberalismo a sinistra o una sinistra liberale. Come tutte le dichiarazioni di impossibilità, anche questa ammette smentite da parte di controesempi: oltre agli economisti già citati, mi pare che Nicola Rossi e Franco Debenedetti  (sono i primi nomi che mi vengono in mente) siano liberali e di sinistra; dunque le cose son due, o sono degli stravaganti o  non hanno mai letto Mucchetti (in entrambi i casi è meglio così). Non parlo di Pietro Ichino, che ha appoggiato Renzi e che è talmente uomo di sinistra che non si definirebbe (almeno credo) ‘liberista’, ma il paradosso è che posizioni come le sue, stando a Mucchetti non dovrebbero esistere. E qui casca l’asino, perché se Mucchetti mantiene il suo discorso sul piano puramente teorico (il liberismo non sta a sinistra, se ci sta è un errore di posizionamento), è  però facile trarre la conseguenza che Renzi e quelli che lo appoggiano siano in realtà berlusconiani infiltrati, nemici interni, elementi da espellere dal corpo sano di una sinistra orgogliosamente statalista e socialdemocratica. Pensare che tutti quelli che hanno appoggiato Renzi fossero solo berlusconiani in disguise è sbagliato, oltre che profondamente offensivo (l’unica obiezione che mi viene in mente a una simile affermazione è: e anche se fosse?).

Anticipo immediatamente una serie di obiezioni che possono essere avanzate contro di me: te la prendi tanto perché ti senti chiamato in causa. Non ho problemi ad ammettere di aver votato Berlusconi in passato (ritenendolo meno peggio della sinistra che gli si contrapponeva) e che ho votato per Renzi alle primarie del Pd. Faccio parte di quel 40% che ha votato Renzi al secondo turno e che D’Alema ha apostrofato come gente che poi non sosterrà il Pd alle elezioni. Ripeto: anche se fosse?  Renzi ha detto che voleva anche i voti dei delusi del centrodestra e per questo è stato attaccato dai gente del suo stesso partito. A me le dichiarazioni del sindaco di Firenze son sempre parse le idee di un uomo sano di mente in mezzo a un mucchio di pazzi. Se vuoi vincere le elezioni devi avere più voti dell’avversario e da qualche parte li dovrai pur prendere, no? Evidentemente c’è chi pensa che la sinistra farebbe meglio a perdere le elezioni  che a ricevere il sostegno di chi in passato ha votato Berlusconi. Non solo, circola la strana idea per cui uno vota un partito a prescindere, per tradizione, storia, ideologia o non so che altro.

A me pare un’idea profondamente sbagliata: io voto l’offerta politica che ritengo migliore nel momento presente e chi se ne importa se è collocata a destra, a sinistra o al centro, o se è quella di una forza politica che non ho mai appoggiato in precedenza. Altra obiezione: allora tu vuoi una politica usa e getta, tipo supermercato? Sì e non vedo cosa ci sia di male, soprattutto dopo troppo tempo in cui la classe politica nella quasi totalità ha giocato a prendere per i fondelli gli elettori.  Ho sempre pensato che uno dovesse votare le persone, la loro credibilità e le idee che portano avanti, e basta (e se questo è leaderismo e personalizzazione della politica, ben venga il leaderismo).

A Mucchetti, per conlcudere, si può rispondere quello che Ichino ha risposto a quanti (tipo Fassina) che gli rinfacciavano di rappresentare solo il 2% del partito: 4 elettori su 10 hanno preferito Renzi e non si tratta di persone pagate da Berlusconi. Pensarlo, oltre che offensivo, è politicamente miope. Allo stesso modo, si può dire che 4 votanti su 10 alle primarie non hanno letto Mucchetti, non sanno che il liberismo è di destra e pensano che alleggerire un po’ il peso dello stato nell’economia (e nella vita civile in generale) sia l’unico modo di rimettere in moto il paese. Non so se il liberismo sia di destra o di sinistra (mi pare una discussione oziosa, per i motivi sopra addotti): quello che dicono i “liberisti” italiani mi pare espressione del buon senso e della buona volontà. Il primo (diceva Cartesio) è diffuso un po’ tra tutti gli uomini, la seconda non è una prerogativa della destra o della sinistra. Di entrambi, però, si avverte un gran bisogno.


Autore: Osvaldo Ottaviani

Nato ad Ascoli Piceno nel 1987, studia filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto un libro su H. G. Gadamer ("Esperienza e linguaggio", Carocci 2010) e attualmente si occupa prevalentemente di Immanuel Kant. Liberale da sempre, è socio fondatore dell'associazione Hayek di Pisa e fellow di Italian Students of Individual Liberty (ISFIL).

3 Responses to “Le certezze di Mucchetti, oracolo della sinistra ortodossa (non liberista)”

  1. Pippo scrive:

    Complimenti, centrato il punto!!

    Purtroppo ho perso ogni fiducia e speranza nella democrazia.
    Anzi, ormai sono arrivato alla conclusione che probabilmente è parte del problema.

  2. marcello scrive:

    Ichino e De Benedetti fatico a vederli di sinistra. Se la sono presa sempre con l’art. 18 e non ho sentito mai pronunciare una cosa di sinistra.
    Il liberalismo è diverso dal liberismo che rappresenta solo un determinato modo di vedere la libertà economica, in modo assoluto e senza quelle regole che impediscono gli abusi dei più forti.

  3. lodovico scrive:

    “Non ho problemi ad ammettere di aver votato Berlusconi in passato (ritenendolo meno peggio della sinistra che gli si contrapponeva) e che ho votato per Renzi alle primarie del Pd”. Sembrerebbe di capire che in questi anni la “sinistra” di allora qualora avesse vinto Renzi è migliorata. Parte della “sinistra”(Renzi) ora ragiona con termini e strategie economiche più moderne rispetto a quelle che professavano 20 anni addietro. Sembrerebbe sotto questo profilo che le prime vittorie di Berlusconi, per un liberista come lei, nel loro complesso siano state un bene.Questione di gusti: per parte mia, con esclusione di fermiamo il declino e pochi altri (Ostellino) non vedo grossi progressi nel liberismo italiano e quanto scrive certamente non lo aiuta.

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