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Il vero vizio dell’Italia è l’ ‘ad-hoc-crazia’

– Si avvicina ormai rapidamente la data del voto e circolano da tempo sondaggi attendibili sulle preferenze che gli italiani andranno ad esprimere nel segreto dell’urna.

In modo abbastanza surreale, tuttavia, i principali partiti – con la sostanziale benedizione del Presidente della Repubblica – si stanno muovendo nel tentativo di modificare la legge elettorale, cosa che, come evidente, potrebbe avere importanti ripercussioni sulla distribuzione dei seggi nel prossimo parlamento.

Il fatto che le regole possano essere cambiate in corsa a pochi mesi – forse a poche settimane – dalle elezioni è qualcosa che, per molti versi, fa paura, in quanto dà la percezione della fragilità della nostra democrazia.

Va detto che la motivazione secondo la quale una legge elettorale con cui, bene o male, si è già votato due volte, debba essere cambiata perché “stavolta” si rischiano esiti “antidemocratici” – cioè che si possa conseguire il premio di maggioranza anche con percentuali basse – è francamente risibile.

La regola per cui il premio di maggioranza veniva attribuito alla coalizione che avesse ottenuto anche un solo voto in più c’è sempre stata e fin dall’inizio era nelle intenzioni del legislatore, anche con l’obiettivo di incoraggiare processi di aggregazione.

Nel 2008, alla fine, l’alleanza di centro-destra ha preso il 47%, ma nessuno poteva conoscere i risultati a priori. Uno scenario in cui PDL e Lega avessero ottenuto il premio di maggioranza con il 30% o anche meno – magari a fronte di un eventuale boom di liste “terze” come UDC, Sinistra Arcobaleno e La Destra – era assolutamente lecito.

Ed in fondo, anche nel 2006, sebbene il fatto che si andassero a fronteggiare due schieramenti ampi fosse probabile, niente avrebbe potuto impedire che all’atto pratico sulla scheda elettorale finisse per essere presente una configurazione di alleanze più frastagliata.

 

In nessun’altra parte del mondo occidentale si penserebbe di modificare la legge elettorale a pochi mesi dal voto, nell’intento di pilotare l’esito delle elezioni.

In tutti i paesi di democrazia consolidata la legge elettorale rappresenta una cornice che resta stabile nel lungo periodo e che non si muta in funzione delle dinamiche politiche.

Le leggi elettorali cambiano di rado e in genere a fronte di referendum confermativo. Quando si affronta questo tipo di argomento è in virtù del confronto tra visioni sistemiche del modello di democrazia rappresentativa, non semplicemente per farsi tornare i conti alle elezioni successive in funzione dei sondaggi.

È possibile che il “porcellum” sia alla fine mantenuto, ma se lo sarà non sarà sulla base di considerazioni di fair play istituzionale, bensì in virtù del prevalere di specifiche considerazioni di interesse, dello stesso calibro di quelle che eventualmente giustificherebbero la sua modifica.

E’ evidentemente una situazione profondamente patologica ed è abbastanza triste che anche quelle forze politiche che maggiormente reclamano la necessità di fare dell’Italia un “paese normale” non la percepiscano come tale.

 

Molto simile, in fondo, è il dibattito sull’accorpamento di più elezioni – o di elezioni e referendum – in un unico election day. Anche qui, nei fatti, la decisione è sempre ad hoc, discrezionale e politica.

Con la stessa disinvoltura ci si appella all’urgenza di restituire la parola ai cittadini o alla necessità morale di risparmiare i soldi di una doppia consultazione e le posizioni diventano perfettamente intercambiabili a secondo di quello che di volta in volta conviene alle varie forze politiche. Certe volte si rasenta davvero il grottesco, come nel caso del PDL che negli stessi giorni sosteneva nel Lazio il fatto che fosse indispensabile votare in concomitanza con le politiche del 2013 e in Lombardia che fosse bisognasse votare prima del Natale 2012.

 

A modo loro anche le recenti primarie del centro-sinistra si sono dimostrate un esempio di discrezionalità normativa. Il PD ha scelto di farle disputare secondo regole diverse da quelle che si erano svolte in precedenza, in vari aspetti importanti – dalle regole di registrazione, alla revoca del diritto di voto ai sedicenni fino all’istituzione del doppio turno. E quello che è significativo è che le regole specificamente introdotte per questa volta non si candidano affatto a divenire un framework stabile per le future primarie, ma restano appunto specifiche per questa volta. Già per le regionali del Lazio e della Lombardia molte delle “precauzioni” introdotte non sono più ritenute necessarie – dato che evidentemente in quei contesti non si ravvisa un particolare rischio di infiltrazioni reazionarie.

 

Insomma è evidente che uno dei più grandi vizi del nostro paese è questa “ad-hoc-crazia”, cioè il fatto che chi “fa le regole” disponga di amplissimi margini di discrezionalità che può utilizzare in modo formalmente legale per operare nella direzione che a seconda dei casi gli fa più comodo.

In questo senso va detto che Berlusconi non è stato l’eccezione amorale in un paese che crede nel valore di norme certe e durature nel tempo; il berlusconismo ha rappresentato sicuramente una delle espressioni di un certo modo “flessibile” di governare, ma l’ “ad-hoc-crazia” non è certo un’invenzione del Cavaliere; essa è purtroppo parte integrante della cultura italiana – della cultura della deroga, del cavillo, della scappatoia.

Le cose non miglioreranno finché la politica non sarà disposta ad accettare che non tutto quello che è formalmente lecito può legittimamente essere fatto. L’Italia non ha bisogno solo di leggi – che inevitabilmente non possono regolare tutto; ha bisogno anche di consuetudini stabili che  limitino l’utilizzo arbitrario e di parte del potere.

Insomma sulla legge elettorale, sugli election days, sulle regole interne dei partiti c’è necessità di stabilire delle consuetudines praeter legem che non sia ritenuto plausibile modificare, se non  attraverso processi che – per tempi e modalità – non devono far ravvisare un interesse diretto ed immediato delle parti in causa.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Il vero vizio dell’Italia è l’ ‘ad-hoc-crazia’”

  1. Stefano scrive:

    Tuttavia è bene ricordare che qualunque riforma elettorale porta dritti dritti al voto. Una nuova legge esautora di per sè il parlamento esistente.

  2. marcello scrive:

    Le leggi elettorali si possono fare in qualsiasi momento, e l’unico in cui non si possono fare, come dicono anche nell’Unione europea, è a pochi mesi dalle elezioni.

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